Chi prende le decisioni a Washington? Il caso Lloyd Austin

Chi prende le decisioni a Washington? Il caso Lloyd Austin

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di Giacomo Gabellini per l'AntiDiplomatico

 

Negli scorsi giorni, si è diffusa la notizia circa il ricovero presso l’ospedale Walter Reed National Military Medical Center del segretario alla Difesa statunitense, il settantenne Lloyd J. Austin, a seguito delle complicazioni di un’operazione chirurgica. Nello specifico, ha spiegato il Pentagono in una nota, Austin avrebbe subito un intervento lo scorso 22 dicembre e sarebbe stato dimesso il giorno successivo, salvo poi entrare in terapia intensiva a capodanno per i forti dolori post-operatori accusati e rimanervi per ben quattro giorni. Conclusi i quali sarebbe quindi stato trasferito nel reparto ordinario e trattenuto per accertamenti fino al 15 gennaio, data della sua dimissione definitiva.

Secondo il resoconto fornito dal portavoce del Dipartimento della Difesa, generale Pat Ryder, Austin avrebbe avuto un colloquio telefonico con il presidente Joe Biden il 6 gennaio, e sarebbe rimasto durante l’intero periodo di ospedalizzazione in stretto contatto con il suo staff, il suo vice Kathleen Hicks e il generale Charles Q. Brown, al vertice dei Capi di Stato Maggiore Congiunti.

Il problema, come riferisce la «Cnn», è che la Hicks era stata tenuta completamente all’oscuro delle condizioni di salute di Austin, e avrebbe appreso della sua ospedalizzazione soltanto nel momento in cui, il 2 gennaio, è stata chiamata ad assumere alcune funzioni normalmente spettanti al segretario della Difesa mentre si trovava in vacanza a Portorico.

Ma la Hicks non era certo la sola. È infatti emerso che a capodanno, lo stesso giorno del suo ricovero in terapia intensiva, Austin avrebbe preso parte via telefono a un vertice della Casa Bianca focalizzato sulla situazione in Medio Oriente, e due giorni dopo avrebbe inviato in sua vece l’alto funzionario del Pentagono Sasha Baker a presenziare a un’altra riunione presso lo Studio Ovale, senza informare del suo ricovero né Baker stesso, né il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan né il presidente Joe Biden.

In quel momento, soltanto il generale Brown era stato messo al corrente dei fatti. I segretari del servizio militare del Pentagono, che a differenza di Brown rientrano nella catena di comando, avrebbero ricevuto ragguagli circa l’avvenuta ospedalizzazione e lo stato di salute di Austin soltanto venerdì 5 gennaio, tramite una sintetica e-mail trasmessa da Kelly Magsamen, capo dello staff di Austin. Al messaggio di posta elettronica inviato agli alti funzionari del Dipartimento di Difesa ha quindi fatto seguito una notifica dal contenuto estremamente scarno recapitata ai membri del Congresso, informati dell’accaduto ad appena 15 minuti di distanza dalla diramazione di un comunicato pubblico in cui, anche qui, si annunciava assai superficialmente che il segretario alla Difesa era stato ricoverato. Secondo il generale Ryder, Kelly Magsamen, «non è stata in grado di inviare notifiche prima di allora» a causa di una malattia. Il 3 gennaio avrebbe quindi informato la vicesegretario Hicks e il consigliere per la Sicurezza Nazionale Sullivan, ma non il segretario di Stato Antony Blinken.

Di fronte all’imbarazzo dei suoi collaboratori, Austin si è fatto avanti, dichiarando in un comunicato datato 6 gennaio che: «comprendo le preoccupazioni dei mezzi di informazione in merito alla trasparenza e riconosco che avrei potuto svolgere un lavoro migliore assicurandomi che l’opinione pubblica fosse correttamente informata. Mi impegno a fare di meglio. Ma è importante chiarirlo: il mio comportamento è stato dettato dalla procedura medica e mi assumo la piena responsabilità delle mie decisioni riguardo alla divulgazione».

I membri del Congresso di appartenenza repubblicana non si sono mostrati molto “ricettivi” alle scuse presentate da Austin, spingendosi a invocarne le dimissioni in quanto, afferma l’ex vicepresidente Mike Pence, quella di cui il segretario alla Difesa si è reso responsabile rappresenta una «inadempienza al dovere assolutamente inaccettabile». Roger Wicker, membro della commissione del Senato per le forze armate, sostiene che la vicenda sia destinata a «erodere ulteriormente la fiducia nell’amministrazione Biden». Prevedibilmente, le posizioni di condanna più dure sono state assunte da Donald Trump, che in veste di candidato alle prossime elezioni presidenziali non ha perso l’occasione per invitare il presidente Biden a rimuovere Austin dall’incarico. Un’esortazione formulata urbi et orbi in un post pubblicato sul suo account Thruth, in cui si legge che «il fallito segretario alla Difesa Lloyd Austin dovrebbe essere licenziato immediatamente per condotta professionale impropria e inadempienza ai suoi doveri».

«Politico» scrive, sulla base delle confidenze rese da una fonte interna al Pentagono, che «qualche testa deve cadere», nonostante altri funzionari raggiunti dalla testata assicurino che il posto di Austin sia blindato per il momento, a causa della congiuntura internazionale altamente conflittuale e, soprattutto, in vista delle elezioni di novembre. Quella relativa alla sostituzione di un segretario alla Difesa a ridosso delle presidenziali e in presenza di un Congresso così diviso rappresenta una prospettiva estremamente problematica. Allo stesso tempo, tuttavia, tenere nascosta per giorni l’ospedalizzazione del segretario alla Difesa al Pentagono stesso, oltre che al resto dell’amministrazione, in una fase così critica sul versante internazionale pone problemi politici insormontabili, che è quantomeno illusorio ritenere di poter risolvere attraverso il “semplice” licenziamento di qualche funzionario di medio o anche alto livello.

Nei giorni in cui Austin era ricoverato, all’insaputa di praticamente tutti i membri dell’amministrazione Biden e del Congresso, le forze statunitensi hanno infatti sferrato operazioni militari oggettivamente funzionali all’escalation e all’allargamento del conflitto in Medio Oriente, quali l’intercettazione di missili e droni nel Mar Rosso manovrati dagli Houthi e il raid aereo condotto il 4 gennaio nel centro di Baghdad che ha provocato l’assassinio di tre comandanti militari delle Forze di Mobilitazione Popolare. Vale a dire un gruppo sciita alleato dell’Iran, ma integrato nelle forze armate irachene con all’attivo centinaia di operazioni contro l’Isis.

Se Austin si trovava in ospedale e né Biden né i suoi collaboratori ne erano al corrente, si pone automaticamente l’interrogativo sul chi abbia ordinato l’attacco nel cuore di Baghdad e, soprattutto, chi avrebbe gestito una eventuale rappresaglia da parte dell’esercito iracheno. Tanto più che Biden stesso ha dato ripetutamente e pubblicamente segni difficilmente equivocabili, a dispetto di talune grottesche “arrampicate sugli specchi” atte a cercare di dimostrare il contrario, di scarsa lucidità e consapevolezza. Ed è perfettamente ipotizzabile che simili manifestazioni di inadeguatezza, attestanti gravi problemi di salute, si verifichino con frequenza molto maggiore lontano dai riflettori mediatici.

Come scrive in proposito Gianandrea Gaiani su «Analisi Difesa», «la catena di comando e controllo statunitense, dagli Stati Maggiori Congiunti al Central Command responsabile per le operazioni in Medio Oriente, è ben oliata ma considerato l’impatto politico-strategico delle decisioni assunte sul piano militare, specie in un contesto così esplosivo come quello attuale e tenuto conto delle condizioni di salute di Biden e Austin, appare naturale chiedersi chi prenda a Washington decisioni le cui conseguenze sono così rilevanti per tutti».

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