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Di ritorno dalla Serbia. Un paese alla deriva, un popolo avvilito e umiliato e nubi nere all’orizzonte

 


 

Sui media serbi di queste settimane questa intimazione, che fu espressa lo scorso anno da Hoyt Brian Yee, alto funzionario del Dipartimento di Stato USA, ed oggi è ripresa nei confronti del governo serbo, sta creando un clima molto teso in tutti i campi della società.


Queste parole riproposte oggi, nel pieno delle trattative relative al riconoscimento del Kosovo e del processo di integrazione nella UE, sono interpretate nel paese come un segnale di inasprimento della posizione occidentale nei confronti di Belgrado: un vero e proprio ultimatum con scadenza settembre, con l’obbligo di scegliere con chi stare:Russia o Occidente.


Di ritorno dal periodico viaggio di solidarietà per portare aiuti all’interno dei Progetti solidali dell’Associazione “SOS Yugoslavia – SOS Kosovo Metohija”, con la popolazione serba e le enclavi del Kosovo, resta una sensazione di sconforto e amarezza profonda. Hoconstatato sul posto e negli incontri ufficiali con esponenti delle numerose Associazioni e Comunità sociali con cui lavoriamo e siamo gemellati, ma anche con cittadini comuni, un continuo peggioramento delle condizioni di vita, di lavoro, sociali, economiche e politiche, in Serbia, a cui va aggiunta la terribile situazione della gente nelle enclavi del Kosovo Metohija.


Secondo uno studio della rivista MONS, della Fondazione per lo sviluppo economico (FREN), riportato dalla giornalista Kristina Milenkovic, del Serbian Monitor, e presentato nel corso di un convegno svoltosi a Belgrado nell’aprile 2018, la Serbia è il paese più povero d’Europa.

 

A 19 anni dai bombardamenti criminali della RF Jugoslava, dopo 19 anni di “democrazia” e “libertà” importati dalle potenze occidentali, in quelle terre il dato costante e inoppugnabile è un continuo e progressivo immiserimento sociale, finora irreversibile, che ha ormai quasi annichilito questo orgoglioso e fiero popolo, che non riesce a trovare vie d’uscita per rialzare la testa, mancando completamente una dirigenza politica, che sia effettiva espressione degli interessi più immediati e strategici del paese e del proprio popolo.

 

 

Una popolazione che, dopo quasi due decenni di bombe, ricatti, pressioni, devastazioni sociali, un vero e proprio saccheggio delle proprie risorse, nella sua maggioranza è sempre più schiacciato da una quotidianità al limite della sopravvivenza, dove anche la speranza in miglioramenti, è ormai strangolata da una realtà che si può fotografare in una serie di dati che possono fornire una percezione concreta.


Risale al mese scorso la chiusura di un altro accordo con il Fondo Monetario Internazionale, che alcuni politici hanno definito come la svendita finale della patria e che il movimento Dveri ha denunciato con forza; in base all’accordo la Serbia è destinata a diventare una vera e propria colonia per il capitale straniero, un paese di povertà diffusa e mano d’opera a disposizione al minimo costo. Nell’accordo alla Serbia viene imposto un ulteriore campagna di privatizzazione delle sue ultime grandi aziende pubbliche, alcune delle quali di interesse strategico, dalla Kikinda Methane, alla MSK (Vinegar Complex, alla PBK (Petrohemija Komercijalna Banka), oltre a un primo passaggio verso la privatizzazione della EPS (Elektroprivreda Srbije), l’azienda statale di fornitura elettrica del paese. E’ anche partita la gara d’appalto per vendere il complesso minerario di rame RTB Bor.

 

Dal 2006, quando la Serbia ha aderito al cosiddetto “Partenariato per la pace” con la NATO, il paese ha dovuto intraprendere molti passaggi, dalla richiesta di ampie riforme sociali, a una stretta collaborazione nei settori della diplomazia, della sicurezza, della distruzione, dello stoccaggio delle munizioni in eccesso e dei temi relativi ai diritti delle donne, della pace e della sicurezza.


Per quanto riguarda le riforme economiche, è preventivato che la Serbia continui e concluda integralmente il processo di privatizzazione e modifichi la sua economia in modo da attrarre capitali stranieri. Ovviamente nell'accordo non è scritto, ma si sa che l'espressione "attrarre capitali stranieri/investimenti" significa abbattere i diritti dei lavoratori, oltre a vendere risorse naturali e umane a prezzi stracciati. Inoltre sono inclusi nell’accordo negoziati sull'appartenenza della Serbia all'Organizzazione mondiale del commercio e l'indicazione della partecipazione della Serbia all'UE e ai mercati globali. Quindi la Serbia per concludere i negoziati, aderire all'Organizzazione mondiale del commercio e attrarre gli investimenti stranieri, deve continuare a devastare lo stato sociale, a ridurre i posti di lavoro pubblici, ridurre le imposte sugli investimenti stranieri e anzi incentivare con un contributo economico statale per ogni assunzione anche solo a termine per le multinazionali, terminare completamente il processo di privatizzazione. Oltre alla cosiddetta liberalizzazione dei servizi finanziari e dei mercati interni.


Eppure, nonostante questo scenario sociale quotidiano nei mesi scorsi ci sono stati numerosi scioperi guidati dai lavoratori della ex fabbrica Zastava, che sono scesi in piazza in migliaia per protestare contro le condizioni di vita contro le condizioni di lavoro in fabbrica, dove i diritti sono calpestati dalla direzione italiana ed europea, e dove il ricatto quotidiano è l’unica relazione sul posto di lavoro: o accetti o sei fuori.


Le proteste sono terminate a fine maggio, con un unico obiettivo minimo concreto raggiunto dal Sindacato Samostalni, ovvero che non ci fossero licenziamenti e multe per gli scioperi.

 

 

Serbia: la situazione sociale:

 

  • Il salario medio oggi in Serbia è di 380 euro: una media tra chi guadagna 5/6000 euro al mese, chi ha la fortuna di ricevere un salario medio di 280/300 euro, i pensionati che hanno pensioni di 150/200 euro e quasi il 30% che non ha un reddito ufficiale. Il Professor Arandarenko dell’Università di Economia di Belgrado ha riferito che un quarto della popolazione della Serbia vive con un reddito mensile di 15.400 dinari (130 Euro circa), quindi in stato di povertà. Al primo posto sulla lista della povertà in Europa. Aggiungendo che lo scorso anno il tasso di povertà assoluta della popolazione con reddito inferiore a 11.700 dinari (99 euro), era del 7,3%, e che dall’1% all’1,5% della popolazione viveva in condizioni di estrema povertà. Va inoltre sottolineato che in Serbia il tasso di povertà non è calcolato con il concetto europeo di povertà relativa, che presuppone che il reddito sia inferiore al 60% della media nazionale, ma attraverso il concetto di povertà assoluta, la quale è stabilita dal paniere dei consumi, nel quale vi è solamente il minimo per la “sopravvivenza”.

  • La Zastava nel 1999, prima dei bombardamenti aveva 36.000 dipendenti (di 32 etnie diverse), oggi FCA (ex Fiat) ha ancora in carico 2.700 lavoratori.

  • I prezzi degli alimenti sono aumentati del 20%, il vestiario del 6%, la benzina del 10%

  • Una disoccupazione reale che si avvicina al 30% della forza lavoro disponibile, con punte di oltre il 40% tra i giovani.

  • La condizione sociale e lavorativa dei giovani. Secondo la rivista di studi e ricerche sociali MONS circa il 30% dei giovani tra i 19 e i 29 anni che trovano una occupazione, non hanno contratti scritti o regolari, e il 50% dei giovani con un lavoro non ha assicurazione sociale o sanitaria, diritti sindacali, di ferie o, se malati, di assentarsi per tempi lunghi. Quasi il 40% di essi hanno solo un contratto a tempo determinato. Nonostante la legge prescriva che il lavoro a tempo pieno non possa superare le 40 ore settimanali, circa il 60% dei giovani in Serbia lavora anche fino a 50 ore settimanali. Secondo un’altra ricerca ufficiale il 70% dei giovani spera o cerca di emigrare.


 

Studenti in piazza a Belgrado


 

  • Secondo l’Istituto per le indagini di mercato (IZIT), i cittadini serbi spendono più della metà del proprio salario per il cibo e la casa. Circa il 56% dello stipendio se ne va per i bisogni essenziali, solo per il cibo spendono il 41%. E’ stato annunciato anche un ulteriore aumento dei costi dell’elettricità.

 

  • Nelle grandi città si sono moltiplicate le “cucine popolari”; solo a Belgrado ci vanno a mangiare decine di migliaia di persone ogni giorno.