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A proposito di crimini israeliani e tolleranza internazionale

 


In questi giorni, dalla conta dei morti e dei feriti - fucilati inermi nella grande manifestazione settimanale contro l’assedio e per l’applicazione della Risoluzione ONU 194 che si svolge lungo il border della Striscia di Gaza - apprendiamo i dati relativi all’offensiva israeliana contro i giornalisti palestinesi.

Il primo elemento che salta agli occhi leggendo questi dati è la stridente contraddizione tra l’agire dello Stato di Israele - sempre più manifestamente lontano dalla legalità internazionale – e le norme del Diritto Universale, considerate base di ogni democrazia. Nello specifico la violazione della libertà di stampa.

Ci sono modi diversi per conculcare questo fondamentale diritto ed Israele, nei confronti dei palestinesi, ha scelto quello più radicale: gli spara direttamente durante lo svolgersi del loro lavoro. È un comportamento da Stato canaglia, lo sappiamo, e abbiamo il dovere morale (ed ovviamente anche il diritto) di affermarlo.  

Consentire la pubblicazione all’interno del proprio Stato di un giornale democratico e critico, ovviamente israeliano, come Haaretz, offusca la comprensione di questo crimine contro la libertà di stampa. Forse per questo le istituzioni internazionali non prendono chiara posizione tanto che, nella Giornata mondiale della libertà di stampa che si celebra il 3 maggio, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres si rivolgeva ai paesi membri, ed Israele lo è, con queste parole:

Invito i governi a rafforzare la libertà di stampa e a proteggere i giornalisti. Promuovere la stampa libera è fondamentale per il nostro diritto alla verità".

Ma le parole, sebbene a volte siano pesanti come pietre, in questo caso erano solo parole perché lo stesso Stato che (tra gli altri) ne era destinatario aveva da poco fatto uccidere dai suoi tiratori scelti, senza subire alcuna sanzione per questo, due giovani giornalisti presenti alla Grande marcia del ritorno, “armati” di videocamera e identificabili col giubbetto e il casco “PRESS” per documentare proprio quel “nostro diritto alla verità” affermato dal Segretario ONU.  Il 7 aprile era stato colpito Yaser Murtaja e il 13 aprile Ahmed Abu Hussein. Niente scontri a giustificare un possibile errore. Semplicemente fucilati. Ma Israele seguita a sedere su scranni dedicati agli stati democratici.

Oggi abbiamo la notizia ufficiale che solo durante il periodo della grande marcia, oltre ai due reporter uccisi citati sopra, altri 254 sono stati i giornalisti feriti, mentre in Cisgiordania, in mezzo allo stillicidio quotidiano di palestinesi feriti, uccisi ed arrestati, di giornalisti portati in galera se ne contano 82. Un numero che non appartiene davvero a uno Stato democratico, neanche nella facciata, e infatti Israele non lo è, ma per i misteri della politica e dell’economia viene dichiarato tale. 

Un numero che dovrebbe chiamare a gran voce l’attenzione della Federazione Internazionale dei Giornalisti, oltre alle federazioni nazionali tra cui la FNSI per un interesse comune, perché una cosa si fa sempre più chiara, ed è il fatto che Israele esporta i suoi modelli repressivi con sempre maggiore capillarità. Quindi, il non prendere posizione finché si è in tempo, rischia di ridurre le libertà fondamentali di tutti, e quel “diritto alla verità” affermato dal Segretario Onu rischia di diventare solo un incrocio di parole.

Ricordiamo che Israele ha abituato il mondo a considerare legali le uccisioni commesse senza neanche una parvenza di processo. La stampa mainstream ha coperto i suoi crimini derubricando da azione terroristica ad omicidio mirato i suoi assassinii. Israele si pone allo stesso livello delle peggiori dittature rispetto alla violazione della libertà di stampa uccidendo o incarcerando direttamente i giornalisti scomodi, ma facendolo solo nei confronti dei reporter palestinesi, non viene considerato per quel che è neanche in questo specifico caso, e cioè uno Stato di apartheid che si macchia di ogni crimine restando tuttavia impunito. 

Israele esporta, grazie alla tolleranza diffusa verso i suoi crimini, un modello di ferocia basato sulla “legge” della giungla e il mondo sembra adattarsi, in uno stato di dormiveglia in cui si perdono modelli e valori conquistati in secoli di lotte per l’ottenimento di quei diritti umani che ormai sembrano ridursi sempre più a sole parole.

Ieri il Presidente Mattarella commemorando Mauro Rostagno, giornalista ucciso dalla mafia molti anni fa, ha detto che lo hanno “ucciso per zittire una voce libera.” E’ vero, Rostagno era molto scomodo e lo hanno voluto zittire.
Ma di una cosa siamo convinti, e cioè che la differenza che passa tra i giornalisti uccisi dalla mafia o dalle dittature fasciste e i giornalisti fucilati dai tiratori scelti israeliani è solo formale, nella sostanza, infatti, a tutti loro si voleva impedire di testimoniare la verità e ai loro colleghi si voleva dare un avvertimento intimidatorio.

Se la stampa mainstream non si accorge che fucilare o arrestare un numero tanto alto di giornalisti è, oltre che un crimine, anche un attacco alla categoria, se la  Federazione Internazionale della Stampa è distratta, se la Federazione Nazionale Italiana presieduta da Giuseppe Giulietti non sa o non vuole prendere parola in proposito, noi, un microbo rispetto all’informazione mainstream abbiamo deciso di dirlo chiaro e forte: uno Stato che uccide, ferisce, arresta, intimidisce i testimoni della verità non è uno Stato democratico, è uno Stato canaglia.

Patrizia Cecconi
 
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