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Gaza, Freedom Flotilla: rompiamo l'assedio, rompiamo il silenzio mediatico

 


di Paola Di Lullo
 

È giunta ieri sera, nel porto di Napoli, la Freedom. Stamattina è toccato all'al Awda. Sono due delle quattro imbarcazioni che costituiscono la IV Freedom Flotilla. Le altre due, la Mairead e la Falestine, hanno in programma di fermarsi in altri porti del Mediterraneo.

Le quattro barche hanno sostato, in momenti diversi, a Cadice, Lione, Cagliari, Marsiglia ed Ajaccio. E chiedo venia se mi è sfuggito qualche altro porto. Le accoglienze sono sempre state partecipate e calorosissime. Napoli non sarà da meno.

Partite da Svezia e Norvegia, hanno finora percorso 4000 miglia nautiche. Sono solo 1000 le miglia che le separano dalla loro destinazione finale, il porto di Gaza, dove, come altri prima di loro, tenteranno di forzare l'embargo israeliano imposto alla Striscia. Un assedio che costituisce una chiara violazione del diritto internazionale umanitario nonché una punizione collettiva proibita da ogni convenzione internazionale. Già, ma Israele, che dell'illegalità ha fatto la sua bandiera (altro che stella di David!) fin dalla sua nascita, non è mai stato punito per le sue politiche di occupazione, apartheid, crimini contro singoli, contro l'umanità e di guerra. Agli eletti tutto è concesso, anche la pulizia etnica, grazie a quella che Norman Finkelstein definisce "L'industria dell' Olocausto".


Torniamo alla Flotilla. A Napoli, l'accoglienza è stata garantita dall'encomiabile lavoro del Coordinamento Napoli Palestina, che ha messo in campo una molteplice serie di attività.

Questo il programma :

11 luglio: 

Ore 11.00 conferenza stampa. al porto con gli attivisti

Ore 18.30 accoglienza con la cittadinanza e gli artisti di strada

12 luglio:

ore 19.00 Concerto "Gli artisti Napolitani a sostegno della Palestina"

Al Maschio Angioino 
Suonano assieme per la Palestina: Franco Ricciardi, Tommaso Primo, GNUT, Capone, Marzouk, Ciccio Merola, Alan Wurzburger, Francesco Sansalone, Oyoshe, Peppoh, Rosalba Santoro, Barbara Bonaiuto, La Bandarotta Bagnoli ,Ventinove e Trenta, Joe Petrosino, Aldola Chivala.

13 luglio: 
Ore 20:30 cena sociale allo spazio di massa

14 luglio:
Ore 9:30 Assemblea Nazionale discussioni tematiche e a seguire plenaria - Santa Fede Liberata

15 luglio:
Saluto alla coalizione della Freedom Flottilla 


La Freedom Flotilla Coalition (FFC), il movimento di solidarietà composto da persone di tutte le nazionalità, che promuove campagne ed iniziative per porre fine all'assedio di Gaza, ha rivolto un appello ai governi ed ai cittadini del mondo. Appello che vi riporto:

“1,8 milioni di persone, di cui quasi la metà bambini, vivono in quella che molte volte è stata 
paragonata a una “prigione a cielo aperto”. Il blocco è stato imposto da Israele ed è attuato anche 
dall'Egitto. Il blocco disumano, socialmente ed economicamente paralizzante, è imposto sulla 
striscia di Gaza da 11 anni!
Non ci sarà pace senza giustizia e nessuno sviluppo sostenibile nella regione e per il popolo 
palestinese senza la fine dell'occupazione e del blocco: l'acqua e le altre risorse naturali, essenziali 
per la vita umana, continueranno ad esaurirsi, non vi sarà alcuna possibilità di una vera 
ricostruzione e di sviluppo di un'enclave devastata dalla guerra. Il mare dovrebbe essere la strada 
per il mondo, non un altro muro. La libertà di movimento è un diritto umano.
Il diritto internazionale deve essere rispettato. Attraverso la Freedom Flotilla la società civile ora 
agisce. Ci aspettiamo un passaggio sicuro per le sue navi pacifiche. Non ci sono "imbarcazioni non 
autorizzate", solo un blocco illegale.
Richiediamo:
Aprite i valichi.
?
Aprite un passaggio sicuro tra Gaza, West Bank e Gerusalemme Est.
Ed infine rimuovete il blocco al porto di Gaza, il porto della Palestina.”


Prima di loro ci aveva provato il Free Gaza Movement che, con la nave Dignity era riuscito ad entrare a Gaza per ben tre volte. Tutte e tre le volte, a bordo c'era Vittorio Arrigoni.


Nel maggio 2010, il Free Gaza Movement organizzò una flotta di sei navi, la Freedom Flotilla. La nave guida, la Mavi Marmara, abbordata in acque internazionali il 31 maggio, perse nove dei suoi passeggeri, tutti tuchi, assassinati dall'illegale stato d'Israele. Un decimo morì quattro anni dopo. Quattro anni di coma dopo. La Turchia finse di interrompere relazioni diplomatiche e commerciali con Israele, finché nel 2017 arrivarono le scuse e la vicenda si chiuse con un risarcimento di 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. Tutto qui.


Per un excursus sulla I e II Flotilla, l'Estelle e la III Flotilla vi rimando a questi due link :

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-tutto_pronto_per_la_iii_freedom_flotilla_per_rompere_lassedio_di_gaza/82_11609/

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-israele_blocca_la_marianne_a_100_miglia_dal_porto_di_gaza/13944_24666/

 

Intanto, proprio ieri, da Gaza, per la seconda volta dal 30 marzo, una barca che trasportava 8 feriti ed alcuni studenti, ha provato a rompere l'assedio in uscita. Erano diretti a Limassol, Cipro. Si sono persi i contatti radio a 12 miglia dalla costa, dopodiché è arrivato l'annuncio che Israele l'ha bloccata e condotta nel porto di Ashdod, insieme ad 8 dei passeggeri a bordo. A nulla sono serviti gli appelli di Salah Abdul Atti, uno degli organizzatori, che aveva chiesto all’ONU di proteggere la flottiglia e coloro che erano a bordo e di fare pressione su Israele per consentire loro di raggiungere Cipro.



Abdul Atti ha anche invitato le organizzazioni internazionali ad adoperarsi per il rilascio del capitano della prima flottiglia, Sahel al-Amoudi, ancora detenuto da Israele dopo l’intercettazione delle barche
.


Infatti, i gazawi ci avevano già provato il 29 maggio scorso con la Freedom Ship, a bordo della quale vi erano feriti, studenti, disoccupati ed attivisti. Erano riusciti a rompere il limite di nove miglia, imposto da Israele. Già, perché gli Accordi di Oslo parlano di 20 miglia, ma Israele tutto può. Da quel momento era stata avvicinata dalle navi da guerra israeliane e si era interrotto ogni tipo di collegamento radio.


A 12 miglia dalla costa la Freedom Ship, venne circondata da 4 navi della marina militare israeliana, bloccata e condotta nel porto di Ashdod con le persone che erano a bordo, poi rilasciate in serata, tranne il capitano, Sahel al-Amoudi.


Di sicuro, dopo la Dignity del Free Gaza Movement, nessuna imbarcazione battente bandiera di qualsivoglia paese, è mai più riuscita ad arrivare al porto di Gaza. E, quasi certamente, non riuscirà nemmeno l'al Awda, nave guida di quest'anno. Mi preme segnalare che abbordare navi battenti bandiera di qualsivoglia paese sovrano in acque internazionali è un atto di pirateria marittima. *


Le varie esperienze sono comunque servite agli attivisti, che si sono avvicendati negli anni, ad evitare che Israele blocchi e confischi tutte le barche della Flotilla, tranne la nave guida. Di solito, infatti, non appena le altre barche perdono il collegamento con la nave guida, tornano indietro. Forse non tutti lo sanno, ma la marina militare israeliana, quando accerchia una barca, ma anche una nave, riesce ad impedire che ci sia ancora contatto radio. Ed è servito anche capire che è dannoso caricare le barche di tonnellate di ogni genere di necessità, da cibi a medicine, dal momento che, confiscati da Israele, non arrivano mai a Gaza.


Ma se gli attivisti sono consapevoli delle scarse possibilità di raggiungere Gaza, perché continuano a partire? Perché la loro missione è politica, prima che umanitaria. Perché la Causa palestinese è una causa politica, con conseguenze disastrose, ma non è una causa umanitaria. Perché si spera di richiamare l'attenzione del mondo sulle condizioni di vita di un popolo, quello palestinese di Gaza che, oltre all'occupazione, subisce da ormai 12 anni un totale embargo da parte di Israele. Embargo criminale. Ma, se al solito, la barca verrà bloccata ed i giornali mainstream non ne scriveranno, i telegiornali non ne parleranno , la missione fallirà nel suo intento principale: il ritorno mediatico. Ché tutti sappiano che non basta una barca a rompere l'assedio. Ma dovrebbe bastare a rompere, squarciare il silenzio.


È del 22 febbraio scorso la dichiarazione dello stato di emergenza su Gaza, dove l'economia è sull'orlo del completo collasso.


I residenti della Striscia di Gaza affrontano le conseguenze senza precedenti dell'undicesimo anno di embargo israeliano. Nonostante lo stato israeliano sia obbligato dal diritto internazionale a mantenere condizioni di vita decorose per le persone sotto assedio, il regime ha agito intenzionalmente per strangolare la popolazione civile. Il risultato: aiuti finanziari tagliati, soprattutto quelli provenienti dall'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, tasso di disoccupazione superiore al 50%, oltre l'80% della popolazione sulla soglia della povertà.

E ancora: sistema fognario completamente fuori uso, liquami direttamente pompati in mare, inquinamento di tutte le falde acquifere, 97% dell'acqua non potabile; una sola centrale elettrica, ancora funzionante, non può invece lavorare per mancanza di carburante, rendendo l'elettricità disponibile solo 2-6 ore al giorno.


Infine: aumento dei crimini, a causa della povertà estrema, aumento dei suicidi, il 97% dell'acqua è imbevibile, l'unica centrale elettrica a Gaza non può funzionare a causa della mancanza di carburante e l'elettricità è disponibile solo tra 2-6 ore al giorno.

 

Ecco, provateci voi a vivere in queste condizioni. Provate ad immaginare che vita avrebbero i vostri genitori, magari anziani, ed i vostri figli.

 


 

Eppure i gazawi non si arrendono.

Gaza ti entra nel cuore, nell'anima, nella pelle, nei pensieri, la odi o la ami incondizionatamente, ma non puoi prescindere dalla sua esistenza e Resistenza. Gaza la ribelle, l'indomita, la generosa, la resistente non delude mai. È sempre pronta a pagare il prezzo più alto, il più doloroso, il più ingiusto. Per questo ha ed avrà sempre, un posto particolare nel mio cuore.

 

Dal 30 marzo, proprio da Gaza, è partita la Great Return March, un'iniziativa del Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) che prende le mosse dal basso, da istanze popolari, comuni a tutti i palestinesi, ma che si vuole erroneamente, a tutti i costi, attribuire ad Hamas. Una protesta pacifica, seppur solo da parte palestinese, perché Israele spara con l'intento di uccidere ed uccide. E sebbene si continui a parlare di battaglie e scontri, che sarebbe opportuno chiamare con il loro nome, omicidi mirati ed intenzionali, i gazawi non demordono. Ci sono famiglie, donne, anziani, bambini, non gruppi di militanti. Niente armi, se non aquiloni e palloncini. Copertoni incendiari bruciati per cercare di offuscare la vista dei cecchini. Eppur siamo a quasi 150 morti. Non solo marce, ma anche sit in e veglie. Mani alzate. Tende, musica, cucina. Venditori di bibite. Un piccolo microcosmo che, ogni venerdì, si reca nei cinque punti di raccolta per attirare l'attenzione del mondo sulla RIsoluzione ONU 194 che sancisce il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle loro terre. Risoluzione approvata 70 anni fa e mai rispettata, come troppe altre, da Israele. Ed a Gaza, su circa 2.000.000 di abitanti, l'80% sono profughi.

 

Ecco, io mi auguro che questa missione non defocalizzi l'attenzione da Gaza ed i palestinesi, spostandola sugli attivisti a bordo delle barche. Perché l'abbiamo visto già troppo spesso. Perché gli attivisti sono persone meritevoli ed encomiabili, ma i veri eroi, coloro che rischiano quotidianamente la vita, sono i palestinesi. Circa 150 i morti della Great Return March, finora, ed oltre 15.000 i feriti, molti dei quali resteranno disabili.

 

Gaza sta scoppiando. Gli ospedali non hanno più mezzi per operare né medicine per curare. Ma se a fronte di tutto ciò, le missioni della Freedom Flotilla Coalition avessero un'eco mediatica importante, se i media mainstream denunciassero l'arroganza israeliana nonché gli atti di pirateria marittima che compie quando abborda in acque internazionali barche battenti bandiera di paesi sovrani, arrestandone gli attivisti che, si badi bene, non violano nessuna legge internazionale, beh, allora sì, la Freedom Flotilla avrebbe raggiunto il suo obiettivo, pur non entrando nel porto di Gaza.

 

In ogni caso, come sempre, seguirò il viaggio delle barche, soprattutto dell'al Awda e ve ne darò conto.

 

In bocca al lupo a tutti! Con Gaza e la Palestina sempre nel cuore...

 

NOTA FINALE DI RITORNO DALLA CONFERENZA STAMPA : sarà che ho reincontrato due persone conosciute a Gaza, sarà stato il mare, saranno state le barche, saranno stati il calore ed i sorrisi, la fermezza consapevole del rischio, ma la voglia di perseverare degli attivisti e dei palestinesi presenti al porto di Napoli, ma oggi, per la prima volta, dopo quattro anni, mi sono sentita a casa, a Gaza...


 

*DA ASSOCIAZIONE DI AMICIZIA ITALO PALESTINESE ONLUS
La materia del *Diritto Internazionale Marittimo* ha formato oggetto di due successive, importanti conferenze di codificazione, la Conferenza di Ginevra del 1958 e la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare tenutasi tra il 1974 e il 1982.

La Conferenza di Ginevra del 1958 produsse 4 convenzioni, tra le quali la Convenzione sul Mare Territoriale e la Zona Contigua, e la Convenzione sull'Alto Mare. Nel 1982 è stata firmata a Montego Bay una nuova Convenzione per la ricodificazione del Diritto Internazionale Marittimo, costituita da 320 articoli, entrata in vigore nel novembre del 1994, integrata da un Accordo applicativo che modifica la sua parte XI e che, secondo il disposto dell'art 311, sostituisce le 4 precedenti Convenzioni di Ginevra.

Il principio generale che informa l'intero Diritto Internazionale Marittimo è che ogni nave è sottoposta esclusivamente alla sovranità dello Stato di cui ha nazionalità, ovvero il cosiddetto Stato di bandiera o Stato nazionale, al quale è riservato il diritto all'esercizio esclusivo del potere di governo sulla comunità navale, potere esercitato attraverso il comandante, che viene considerato quale organo dello Stato.

Al fine di effettuare un'analisi compiuta dei possibili accadimenti e dei risvolti giuridici degli stessi, si rende necessaria una breve disamina di alcuni concetti basilari del DIM, ed in particolare della definizione di mare territoriale, acque internazionali, alto mare, blocco navale, diritto di inseguimento, pirateria e terrorismo marittimo.

Il *mare territoriale* è, per diritto consuetudinario, sottoposto alla sovranità dello Stato sovrano sulla terraferma confinante con lo specchio di mare stesso. L'acquisto della sovranità è automatico: la sovranità esercitata sulla costa implica la sovranità sul mare 
territoriale. L'art 2. della Convenzione di Montego Bay stabilisce che: "La sovranità dello Stato si estende, al di là del suo territorio e delle sue acque interne, a una zona di mare adiacente alle coste denominata mare territoriale".
Esso, ai sensi dell'art. 3 della stessa Convenzione, può estendersi fino ad un massimo di 12 miglia marine dalla costa. Tutti i Paesi rivieraschi del Mediterraneo hanno adottato il limite delle 12 miglia delle acque territoriali. Pertanto, Israele è padrone sovrano delle acque 
prospicienti la propria costa entro il limite delle proprie acque territoriali. Allo stesso modo la Palestina, qualora venisse di fatto riconosciuta quale Stato sovrano, avrebbe il controllo assoluto sulle dodici miglia di mare che costituiscono virtualmente l'estensione della 
propria costa.

Oltre le acque territoriali di ogni Paese che si affacci sul mare, si estendono le cosiddette *acque internazionali*, categoria generale che comprende la zona contigua e la zona economica esclusiva, e che si estende fino alle 200 miglia marine della costa. Uno Stato non può fermare o abbordare navi battenti bandiera straniera in acque internazionali.

Il termine *alto mare* indica gli spazi marini al di là della zona economica esclusiva e quindi non sottoposti alla sovranità di alcuno Stato. Negli spazi marini situati oltre la zona economica esclusiva cessa ogni tutela degli interessi degli Stati costieri.

L'alto mare è aperto a tutti gli Stati, sia costieri che interni, che possono esercitarvi, con l'unico limite di non intaccare le libertà degli altri Stati, tra le altre, le attività di navigazione.

Ogni Stato, sia costiero che interno, ha diritto di navigare in alto mare con navi battenti la sua bandiera le quali sono soggette alla sua giurisdizione esclusiva.

L'alto mare deve essere riservato a scopi pacifici e nessuno Stato può pretendere di assoggettarne alcuna parte alla sua sovranità

L'alto mare è l'unica zona in cui trova ancora applicazione il classico principio della libertà dei mari, che ha dominato per secoli il DIM, il quale indica che il singolo Stato non può impedire e neanche soltanto intralciare l'utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri 
Stati né delle comunità che da altri Stati dipendono. L’utilizzazione degli spazi marini incontra l'unico limite della pari libertà altrui. 
Sulle navi che vi transitano vige la legge di bandiera, cioè quella del Paese di appartenenza. Anche nei confronti di navi sospettate di attività terroristiche, sono stati confermati i tradizionali principi della libertà dei mari secondo cui nessuno Stato può interferire in alto 
mare con la navigazione di un mercantile a meno di espressa autorizzazione del Paese di bandiera, ed è pertanto da escludersi l'esercizio di poteri di enforcement.

Tutto quanto sopra esposto considerato, lo stato sovrano di Israele non ha alcuna autorità per interferire con la navigazione della Freedom Flotilla in mare aperto, ovvero oltre le 200 miglia marine dalla costa di Gaza. Non ha, altresì, alcuna autorità per interferire con la 
navigazione della Freedom Flotilla in acque internazionali, ovvero nel tratto di mare compreso tra le 12  o 20 - e le 200 miglia marine dalla costa di Gaza.

I problemi si pongono in riferimento alle acque territoriali e all’eventuale spostamento unilaterale del confine della zona navale militare.

Distinguiamo due ipotesi.

La prima è che le dichiarazioni di Israele corrispondano al vero e che pertanto Israele non stia occupando Gaza, essendosi ufficialmente ritirato nel 2005.

Giacché il tratto di mare compreso tra le acque territoriali e il mare aperto appartiene alle acque internazionali come sopra definite, Israele non ha alcuna autorità per decretare unilateralmente lo spostamento del limite della closed zone dalle 20 alle 68 miglia marine. Fino a 20 miglia marine dalla costa, la flotta si trova in acque internazionali.

E' pleonastico sottolineare come lo stato sovrano di Israele non abbia, evidentemente, alcuna autorità per interferire con la navigazione della Freedom Flotilla una volta che questa dovesse entrare nelle 20 miglia marine dalla costa. Difatti, è vero che in quel momento le barche entrerebbero in acque territoriali, ma si tratterebbe di acque territoriali non israeliane. Israele potrebbe osservare che non si tratta di acque territoriali palestinesi, ma questa affermazione violerebbe sia il diritto consuetudinario, universalmente riconosciuto e accettato come, che, eventualmente, l'art 2. della Convenzione di Montego Bay. Violerebbe, inoltre, il succitato accordo del '94. Ad ogni modo, se anche Israele disconoscesse il diritto consuetudinario, il disposto della Convenzione e il contenuto dell'Accordo, e pertanto 
negasse la sovranità palestinese su quel tratto di mare, pur tuttavia non potrebbe interferire con la navigazione. Perché, ammesso e non concesso che su quelle acque non vi è sovranità palestinese, su quelle acque non è possibile riconoscere, allo stesso modo, neppure una qualsivoglia sovranità israeliana. Questa è la conclusione logico giuridica alla 
quale si giunge sul presupposto della veridicità di quanto Israele afferma, ovvero che questi non occupi militarmente Gaza dal 2005.     

In caso contrario, ovvero nell'ipotesi in cui Israele continui ad occupare militarmente Gaza, le considerazioni da svolgere sono parzialmente differenti. Ferme restando quelle innanzi svolte sul mare aperto e sulle acque internazionali, rimangono da analizzare le acque 
territoriali e la conseguente possibilità di spostare il confine della zona navale militare. Se risultasse confermato che Israele ha dichiarato lo spostamento del confine marittimo, significherebbe che questi sta agendo da stato occupante. Come conseguenza, avrebbe piena potestà sulle acque territoriali, e pertanto ben potrebbe a buon diritto intercettare la flotta non appena questa varcasse le 12 o 20 miglia marine dalla costa.


 

FONTI : Coordinamento Napoli Palestina
Associazione Italia Palestina Onlus
Freedom Flotilla Coalition
Rumbo a Gaza
Quds Network

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