Il culto del vincolo esterno e la compressione degli spazi democratici

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Il culto del vincolo esterno e la compressione degli spazi democratici

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di Paolo Desogus*


Da due giorni i giornali del padronato liberalstraccione descrivono un contesto politico in cui le armi dei “sovranisti” sarebbero state disinnescate. Di sicuro questo è vero per Matteo Salvini e per Giorgia Meloni, le cui critiche all’Europa sono strumentali, frutto di gretti interessi di bottega. Lega e FdI riversano infatti sull’Ue la responsabilità di mali che in realtà loro stessi hanno creato, durante i governi di centrodestra, e che continuano ad alimentare con l’ideologia dell’autonomismo, che ha conquistato anche il Pd di Bonaccini.

I risultati di Conte non disinnescano invece quelle critiche che faticosamente cercano di farsi largo nel chiasso mediatico e che vedono nell’impianto europeo non un nemico di per sé, ma uno strumento di erosione della democrazia da parte del mercato.

Quello che trovo profondamente sbagliato nell’Ue non è infatti la prospettiva dell’integrazione. Anche sul piano strettamente personale traggo grandi vantaggi dall’integrazione, e la fine dell’Ue avrebbe per la mia vita effetti pesantissimo. Quello che trovo inaccettabile è la continua riduzione degli spazi democratici.

Le mie critiche al MES come quelle al Recovery Fund non riguardano tanto le condizionalità dei prestiti (tutti i prestiti sono condizionati), ma riguardano la limitazione democratica che essi impongono alla nostra democrazia, già di per sé malandata e deresponsabilizzata dalla cultura del vincolo esterno e dalle pressioni del nostro lurido capitalismo straccione.

Sino a che punto possiamo accettare che la nostra democrazia subisca delle limitazioni e si faccia dettare le (contro)riforme dall’esterno? Tanto per fare un esempio, i tagli alla sanità - che oggi per i miserabili liberisti proMes, sono stati compiuti proprio su suggerimento dell’Ue - non sono una scelta degli italiani.

Sino a che punto è lecito ridurre lo spazio di manovra della politica nazionale? Questa è la domanda da porre a chi sostiene le politiche europee acriticamente. Qualcuno risponderà che i conti sono in disordine e bisogna metterci mano. È vero, ma è proprio per questo che ci si aspettava un aiuto diretto all’economia attraverso la moneta. Il velo mediatico sulla Bce, ovvero l’unica istituzione che sta salvando l’Europa, dipende dalla semplice constatazione, verificabile da chiunque, che il denaro si crea (i 1350 miliardi del Pepp sono creati con un clic) e in questo contesto difficile sarebbe stato più saggio immetterlo direttamente nell’economia dei paesi a rischio, senza appesantirli da nuovi debiti (il Recovery Fund è soprattutto debito). Negli USA, al cui vertice non siede certo un bolscevico, fanno così.

La logica europea è però un’altra, è cioè quella del debito e della compressione e degli spazi democratici. Questa è L’obiezione da fare agli euroentusiasti e alla quale non rispondono.

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