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Il G20 in Giappone sullo sfondo della guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti contro la Cina

 
 

di Francesco Maringiò

 

Al G20 in Giappone si incontreranno il prossimo 28 giugno i leader delle principali economie del mondo. Sul tavolo aleggia la discussione sulla riforma del commercio mondiale. In un contesto nel quale gli Usa puntano a “separare” il mondo e la sua economia, il rischio di ripiombare in una nuova guerra fredda è più che attuale. Le mosse della Cina per contrastare questo pericolo e mandare un forte segnale di responsabilità verso la leadership globale in un momento in cui gli Usa hanno deciso di allentare le redini.

È tutto pronto per l’avvio dei lavori del G20 che verrà ospitato il prossimo 28 e 29 giugno nella suggestiva cornice di Osaka e sono molteplici le ragioni per cui questo vertice potrebbe essere di grande interesse.


La prima è data dal fatto che il Giappone esercita per la prima volta la presidenza del G20, in un momento molto particolare e di ri-articolazione della sua politica estera, a partire dalla “nuova fase” in cui sono entrate le relazioni con la Cina, a seguito del viaggio di stato di Shinzo Abe a Pechino lo scorso ottobre. In quell’occasione il primo ministro giapponese ha dichiarato: «Oggi Giappone e Cina giocano un ruolo essenziale per la crescita non soltanto dell’Asia, ma del mondo intero. Il moltiplicarsi di problemi irrisolvibili per un singolo paese ci dicono che è giunto il tempo per Giappone e Cina di pensare comunemente alla pace e alla prosperità globale», aprendo così ad una nuova pagina delle relazioni tra i due paesi. Da un certo punto di vista, l’instabilità della politica estera del presidente americano Donald Trump ha finito per creare scenari del tutto nuovi per il continente al punto da spingere ex rivali a cooperare, pur di contenere un’instabilità che minaccia la pace e la prosperità globale.


In secondo luogo, il vertice del G20 è stato preceduto da un’intensa attività diplomatica dei maggiori paesi. Recentemente si è per esempio conclusa la visita di stato di Xi Jinping in Nord Corea, ultima di una una serie di incontri multilaterali e bilaterali che il presidente cinese ha avuto con la Russia ed i Paesi di tutta l’Asia Centrale, con l’obiettivo di sostenere la stabilità regionale, inclusa la penisola coreana a seguito del fallimento del vertice tra Kim e Donald Trump ad Hanoi lo scorso febbraio.


Ma non c’è solo la diplomazia ad occupare la scena degli incontri, ufficiali e non, in programma ad Osaka: è soprattutto l’economia ed il commercio, in un contesto globale segnato proprio dalla guerra commerciale degli Usa contro la Cina (ed in prospettiva contro l’India), a tenere banco nei vertici tra i leader, i ministri delle finanze ed i governatori delle banche centrali, che pertanto rappresenta l’occasione per una discussione sulla necessità di riformare il commercio globale ed il Wto ed evitare l'escalation delle guerre commerciali. Questa linea è stata già preconizzata dal Premier cinese Li Keqiang nel corso dell’incontro con i vertici dell’Unione Europea lo scorso 9 aprile a Bruxelles. Anzi, proprio in quell’occasione la Cina ha dichiarato che il vertice di Osaka sarebbe stata l’occasione per rendere chiaro i settori di apertura agli investimenti, approfondendo il tema dell’”uguale trattamento” per le imprese, come richiesto da Ue e Usa.

 

Con questo aspetto tocchiamo un punto centrale di tutta la questione. Perché queste azioni messe in campo da Pechino non sono soltanto una risposta al braccio di ferro in campo con l’America, quanto l’avvio di un’ulteriore fase di riforma ed apertura dell’economia, che segnerà il futuro del gigante asiatico.


Se le riforme volute da Deng hanno permesso alla Cina di uscire dal sottosviluppo (oltre 700 milioni di cinesi si sono emancipati dalla povertà) e diventare un paese prospero e moderno, la nuova fase di apertura e di riforme punta a guidare un’ulteriore tappa nello sviluppo del paese per trasformarlo in una nazione ricca in occasione del centenario della fondazione della Repubblica popolare, alla metà del secolo. Per queste ragioni è in corso una transizione del modello economico e l’avvio di un’ulteriore fase di integrazione dell’economia cinese in quella mondiale.

Questo aspetto è stato un punto fortemente enfatizzato nel corso del secondo Forum “Belt and Road”, dove ho avuto la fortuna di partecipare lo scorso aprile a Pechino. Qui ho avuto la netta sensazione che la Cina si impegnerà per i prossimi anni non solo ad adottare un’agenda di riforme economiche, come annunciato, ma anche a costruire un meccanismo permanente di dialogo, capace di coinvolgere singoli ed istituzioni, con l’obiettivo di costruire una comunità internazionale che lavora per rispondere agli squilibri globali. Quando il presidente cinese nel corso del vertice di Davos ha difeso la globalizzazione, in pochi avevano chiaro il senso profondo delle sue parole, immaginando un rovesciamento del discorso di Xi, come fosse in favore delle dottrine economiche occidentali e del capitalismo liberale. Oggi, invece, appare tutto più chiaro. È infatti in corso nel mondo un processo di “decoupling” dell’economia. Assistiamo cioè ad una tendenza sempre più marcata di separazione dell’America (e del suo blocco di alleati) con il resto del mondo ed in particolare con l’Asia ed i paesi emergenti: si va verso una separazione di internet, delle supply chain e si registra un calo drastico di investimenti, commercio, dati ed istituzioni. Ben prima dell’inizio della guerra dei dazi (commercio), è partita negli Usa una campagna contro gli Istituti Confucio (istituzioni), con la scelta di diverse università di sciogliere gli accordi di collaborazione interuniversitari con la Cina. Sul fronte dei dati, la campagna contro Huawei e Zte per la supremazia sul 5G rende evidente il tentativo di evitare accordi tra i paesi storicamente alleati degli Usa e le aziende cinesi e tenere così separate le infrastrutture telco al fine di impedire l’interconnessione tra Europa ed Asia. Infine i dazi hanno il doppio obiettivo di colpire il commercio cinese (ed il suo export) e di richiamare in patria soprattutto le aziende della silicon valley che avevano delocalizzato in Asia la propria produzione (Cina, ma anche Corea e Vietnam). Si cerca quindi di imporre un reshoring delle aziende ad alto contenuto tecnologico ed un accorciamento delle catene del valore o una loro ricollocazione in paesi considerati “amici”, con l’obiettivo di bloccare il trasferimento tecnologico verso la Cina.

 

Se queste tendenze economiche si approfondiranno nei prossimi anni, verranno poste le basi per l’avvio di una nuova guerra fredda, con una rigida cortina di ferro a dividere l’Occidente dall’area eurasiatica. Appaiono quindi più chiare le iniziative messe in campo dalla Cina (e quindi il senso vero della parole spese da Xi Jinping a Davos contro il protezionismo) ad impedire lo scenario di una nuova guerra fredda anche attraverso una profonda riforma delle regole internazionali del commercio ed il rafforzamento e l’allargamento del progetto Belt and Road che, di converso, spinge per una maggiore inter connettività ed integrazione delle economie come volano per una politica di pace e stabilità globale.


Proprio alla luce di questi fatti, la firma da parte dell’Italia del MoU con la Cina e l’ingresso nel club dei paesi del BRI ha rappresentato un importante segnale di controtendenza, tutto politico, rispetto ai tentativi di costruzione di una nuova conflittualità con la Cina e con l’Asia, guidata dagli Usa. Ora però è arrivato il tempo di essere conseguenti e muoversi avendo bene in testa il ruolo che il paese deve giocare per dare il proprio contributo a scongiurare il ritorno di una nuova guerra fredda economica. Anche perché tutti nel mondo hanno interpretato la visita del vicepremier Salvini negli Usa e le dichiarazioni fatte, come un cambio di rotta nella politica estera del paese.

L’imminente vertice del G20 in Giappone rappresenta un’importante occasione per chiarire la linea ufficiale del governo. Altrimenti il lavoro fatto e la credibilità conquistata in Cina verranno rapidamente dilapidate e l’Italia correrà il rischio di essere vista come il paese delle giravolte. Uno scenario horror che non possiamo davvero permetterci.

 

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