Il "modello Usa": la religione dell'Io, virtualità e pornografia materializzata

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Il "modello Usa": la religione dell'Io, virtualità e pornografia materializzata


di Francesco Erspamer


L’America è un posto ideale per produrre (non ho usato il verbo «lavorare» perché gli do un valore ben più alto e molto meno distruttivo), ossia per esaltare le ambizioni private, prima fra tutte la cosiddetta creatività, senza l’improduttiva distrazione di responsabilità sociali, a cominciare dalla famiglia e dalla comunità, e di vincoli culturali e morali. In un sistema in cui la collaborazione può restare superficiale e non richiede sentimenti di lealtà e abnegazione, l’individuo centrato su sé stesso rende molto di più. Poi, a placare le residue pulsioni sociali, bastano le nuove tecnologie, spacciatrici di virtualità, e le altre droghe, parecchie somministrate da un apparato sanitario ormai finalizzato al potenziamento dell’autonomia psichica dell’individuo (se l’assenza di relazioni rende ansiosi o insonni basta imbottirsi di psicofarmaci), altre proibite in modo da renderle più attraenti (basilare meccanismo dell’economia di mercato).

I rapporti fisici si riducono a una sessualità appiattita sull’immediato presente, di fatto una pornografia materializzata; ma non molto diverse sono le occasionali amicizie, che possono parere forti agli adolescenti ma che presto si rivelano del tutto subalterne alle esigenze della produttività, ossia del sé: in particolare la mitica mobilità, titolo di merito che indebolisce e infine annienta i legami affettivi: resta l’utilitarismo declinato in prima persona singolare o tutt’al più esteso ai membri di sette fondate non sulla condivisione di un territorio e dunque di una realtà ma di fantasie identitarie.

Non la definirei né una filosofia né una politica, che rispettivamente implicano una priorità assegnata al sapere o alla collettività; si tratta di una religione dell’individuo, l'io come unico parametro per giudicare il mondo, i propri bisogni, le proprie azioni, il loro significato. Come tutte le religioni, è legittima: a differenza degli atei, non credo che ci sia alcun detentore di una verità assoluta, solo di progetti storici più o meno coerenti e condivisi. Per cui, come ho scritto tante volte, pur vivendo negli Stati Uniti non discuto mai con gli americani del sistema che si sono scelti. Fatti loro. Magari l’utopia edonistica che stanno edificando gli piace e gli piacerà.

Non a me. E dunque mi preoccupa la facilità con cui stanno esportando il loro modello cancellando, come hanno fatto conquistando il Nord America, qualsiasi traccia delle altre culture e delle forme di aggregazione sociale alternative al sistema produttivo ed etico di moda. E non si tratta neppure della sostituzione di un sistema a un altro: gli Stati Uniti consumano i valori con la stessa rapidità con cui consumano gli oggetti: solo i «breaking values» del momento sono validi, tutto il resto è superstizione o ideologia politicamente scorretta e pertanto inumana (il culto del nuovo, in quanto culto del presente, è sempre assoluto benché del tutto privo di durata).

Ovviamente i popoli possono anche decidere di lasciarsi colonizzare; so bene che in Italia c’è un forte partito dell’americanizzazione, che include buona parte degli attuali «leader» (l’anglicismo è necessario perché rivela l’affiliazione), da Schlein, portavoce dei liberal arcobaleno, a Meloni e Salvini, espressione della destra iperliberista e futurista. Tuttavia buona parte della gente, direi una netta maggioranza, sta subendo la trasformazione passivamente, inebetita dalla pressione pubblicitaria e dalla paura di sentirsi derisa come nostalgica o tradizionalista. Invece non c’è alcun destino manifesto: solo gli osceni interessi materiali di speculatori senza scrupoli e dei loro fiancheggiatori, generalmente personaggi senza qualità che per vincere (è la loro ossessione, se no non potrebbero sentirsi dei vincenti) devono rifiutare tradizioni e regole, ossia barare. È il vostro interesse? È quello che volete? Basta che continuiate a lasciarli fare.

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer

 

Professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill

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