Israele: un “Protocollo Annibale” di massa prolungato nel tempo?

Israele: un “Protocollo Annibale” di massa prolungato nel tempo?

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di Giacomo Gabellini per l'AntiDiplomatico

 

Conformemente al suo ruolo di spina nel fianco del governo guidato da Benjamin Netanyahu, il quotidiano israeliano «Haaretz» è tornato nuovamente sul tema dell’inadeguatezza “sospetta” manifestata dalle forze militari e di intelligence israeliane nel corso del 7 ottobre, sollevando il delicatissimo tema relativo al cosiddetto “Protocollo Annibale”. Vale a dire una procedura operativa introdotta per impedire la riproposizione di episodi analoghi a quello verificatosi nell’estate 1986, quando Hezbollah rapì e assassinò tre soldati israeliani inquadrati nella Brigata Givati, i cui cadaveri sarebbero stati consegnati a Israele nel 1996 in cambio della restituzione dei corpi di 123 guerriglieri del Partito di Dio.

Pochi giorni dopo il rapimento, il generale Yossi Peled, il colonnello Gabi Ashkenazi – che avrebbe successivamente ricoperto gli incarichi di Capo di Stato Maggiore e ministro degli Esteri – e il colonnello Yaakov Amidror si riunirono presso il quartier generale del Comando Nord per stilare quello che si configura come uno degli ordini operativi più controversi nella storia delle forze di difesa israeliane, che definiva la condotta da tenere in caso di rapimento di uno o più soldati dell’Israeli Defense Force. «Durante un rapimento – recita la direttiva – la missione principale consiste nel salvare i nostri soldati, anche a costo di ferirli. Le armi da fuoco devono essere impiegate per eliminare i rapitori o comunque fermarli. Se un veicolo con a bordo i rapitori non si arresta, occorre bersagliarlo deliberatamente con un singolo colpo di arma da fuoco mirato contro i sequestratori, anche se ciò dovesse significare colpire i nostri soldati. In ogni caso, verrà fatto di tutto per fermare il veicolo e non lasciarlo scappare». In altri termini, scrive il professor Eyal Weizman in un suo dettagliatissimo volume, il Protocollo Annibale si proponeva di pregiudicare al nemico qualsiasi possibilità di catturare ostaggi israeliani, anche «a costo di colpire e danneggiare le nostre stesse forze».

Sebbene alcune ricostruzioni sostengono che la denominazione “Protocollo Annibale” tragga origine da un episodio verificatosi a cavallo tra la Seconda e la Terza Guerra Punica, quando un generale cartaginese preferì avvelenarsi piuttosto che cadere prigioniero dei romani, i vertici dell’esercito israeliano affermano che la dicitura sarebbe stata generata in maniera automatica del tutto casuale da un computer. Riconoscono comunque l’esistenza della procedura soltanto dal 2003, dopo che Avner Shiftan, un medico israeliano, aveva rivelato ad «Haaretz» di esser venuto a conoscenza del “Protocollo Annibale” mentre prestava servizio come riservista in Libano. È grazie alle confidenze rese da Shiftan che il quotidiano israeliano ha avuto modo di ricostruire la formulazione della direttiva concepita dagli ufficiali Peled, Ashkenazi e Amidror. Nella cui visione, la prospettiva di un soldato morto risulta migliore di quella caratterizzata dalla presenza di un soldato tenuto in ostaggio che obbliga lo Stato a liberare migliaia di prigionieri nemici per ottenere il suo rilascio, attribuendo alla controparte ostile notevole potere negoziale oltre alla capacità di influenzare sia il morale che gli orientamenti dell’opinione pubblica interna.

Lo si è visto con il “baratto umano” incentrato sulla figura di Gilad Shalit, il carrista israeliano rapito da Hamas nel giugno 2006 e consegnato a Tel Aviv nell’ottobre del 2011 in cambio della scarcerazione di 1.027 prigionieri palestinesi, che come evidenziato dal giornalista israeliano Uri Misgav fu considerata alla stregua di «un’umiliazione e un danno all’onore nazionale» talmente grave da far piombare Israele in uno stato di psicosi nazionale.

In seguito alla liberazione di Shalit, sottolinea il professor Weizman, Israele ha intensificato la campagna di arresti arbitrari a danno dei palestinesi, minorenni compresi, al fine deliberato di costituire un serbatoio di “potenziali contropartite” a cui attingere per futuri scambi di prigionieri con le forze della resistenza palestinese o libanese. «Tutto ciò – rileva Weizman – rafforza la percezione che la vita di uno dei colonizzatori vale mille volte di più della vita dei colonizzati».

Alcune voci di corridoio sostengono che il “Protocollo Annibale” sia stato rimaneggiato almeno un paio di volte prima che il Capo di Stato Maggiore Gadi Eizenkot ne disponesse la revoca nel 2016 dietro raccomandazione del Ministero della Difesa, a causa delle critiche ricevute in merito all’applicazione della direttiva durante l’estate del 2014, nei pressi del valico di Rafah. Alcune registrazioni audio trapelate alla stampa israeliana, che contraddicono le smentite formulate in proposito dall’esercito, indicano infatti che Israele abbia invocato per l’ultima volta il Protocollo Annibale nel corso dell’Operazione Margine Protettivo, implicante una intensa campagna di bombardamento delle aree meridionali della Striscia di Gaza protrattasi per ben 50 giorni, a supporto di alcune azioni di terra nel corso delle quali Hamas riuscì a catturare il tenente israeliano Hadar Goldin.

La notizia relativa al rapimento dell’ufficiale alimentò la percezione diffusa circa il fallimento totale dell’operazione presso le opinioni pubbliche sia palestinese che israeliana, spingendo Tsahal a bersagliare senza sosta con fuoco di artiglieria e carri armati interi quartieri della Striscia di Gaza. L’obiettivo consisteva in buona sostanza nel debellare il senso di sconfitta che stava facendosi pericolosamente strada disseminando distruzione indiscriminata sul territorio nemico. Eppure, era evidente che una simile reazione, destinata a mietere non meno di 135 vittime civili in appena tre giorni e a indurre Amnesty International ad accusare Israele di crimini di guerra, avrebbe con ogni probabilità causato la morte di Goldin, come – rivela Misgav – sottolineato da un soldato di Tsahal all’interno di una lettera indirizzata all’allora generale dell’Israeli Defense Force e attuale membro del gabinetto di guerra di Netanyahu Benny Gantz in cui si legge che «un esercito che vuole salvare un prigioniero non si comporta così. Un esercito che vuole garantire la morte sia dei prigionieri che dei sequestratori agisce in questa maniera». La morte di Goldin fu infine riconosciuta dai vertici del Ministero della Difesa, i quali annunciarono che il tenente era deceduto per effetto delle ferite riportate durante il combattimento con Hamas senza tuttavia averne mai recuperato il corpo.

La cappa di silenzio imposta dalla censura militare preserva il “Protocollo Annibale” in un impenetrabile cono d’ombra, per cui rimane a tutt’oggi impossibile sapere quanto in là l’esercito israeliano fosse autorizzato a spingersi ai sensi della procedura pur di conseguire l’obiettivo strategico primario, consistente nell’impedire alle forze nemiche di catturare ostaggi.

Secondo Yehuda Shaul, ex militare israeliano e cofondatore della Ong Breaking the Silence, la prima organizzazione di veterani a invocare la cessazione dell’occupazione israeliana, il Protocollo Annibale prevedeva la possibilità di «aprire il fuoco senza costrizioni, per impedire il rapimento di soldati israeliani», anche a costo di provocarne la morte. Interpellato da «al-Jazeera», Shaul ha rivelato che la direttiva conferiva ai militari israeliani la facoltà di sparare agli incroci, alle strade, alle autostrade e a qualsiasi altro percorso di cui i nemici si sarebbero potuti avvalere per trasferire un soldato rapito.

L’esercito israeliano ha bollato come erronea questo genere di interpretazione, ma, stando alla versione di Shaul, i soldati israeliani l’avrebbero appresa nella forma di una sorta di licenza di uccidere per via orale dai propri commilitoni più anziani, non avendo mai avuto modo di visionare alcun testo scritto in cui venivano elencate le relative regole di ingaggio. La testimonianza di Shaul trova riscontro nella ricostruzione di «Haaretz», secondo cui il “Protocollo Annibale” non legittimerebbe ufficialmente l’assassinio degli israeliani detenuti dal nemico, ma «parecchi ufficiali e soldati lo interpretano in questo modo».

Si tratta di una questione cruciale, che chiama automaticamente in causa la disastrosa condotta israeliana dello scorso 7 ottobre, quando le brigate al-Qassam sferrarono l’Operazione Diluvio al-Aqsa mietendo centinaia di vittime israeliane. Parte tutt’altro irrilevanti delle quali sarebbero tuttavia cadute sotto i colpi del cosiddetto “fuoco amico”, come si evince da una inchiesta di «Haaretz» secondo cui numerose giovani vittime dell’attacco lanciato da Hamas contro il festival musicale Supernova in corso nei pressi della Striscia di Gaza erano state bersagliate dagli elicotteri militari israeliani. Un anonimo comandante di elicottero inquadrato nello Squadrone 190 ha dichiarato a «Yedioth Ahronoth» che «il 7 ottobre l’aeronautica militare ha inviato più di due dozzine di elicotteri d’attacco oltre a decine di droni Elbit per sparare su tutto ciò che si trovava lungo la recinzione di Gaza con missili Hellfire e mitragliatrici». In un filmato diffuso dall’esercito israeliano si vedono elicotteri e droni aprire il fuoco contro automobili civili di cui non è possibile indentificare gli occupanti. Si sarebbe potuto trattare sia di guerriglieri delle brigate al-Qassam, sia di civili israeliani intenti ad allontanarsi dalla zona. Allo stesso tempo, esiste la possibilità le immagini di corpi bruciati diffuse dalle autorità israeliane a testimonianza delle atrocità perpetrate da Hamas si riferiscano in realtà a cadaveri colpiti da proiettili di grosso calibro o missili Hellfire sparati dagli Apache israeliani, piuttosto che dalle armi leggere in dotazione ai miliziani palestinesi.

Secondo il quotidiano israeliano, l’aeronautica ha ammesso che «era molto difficile distinguere tra terroristi e soldati o civili [israeliani], ma che il comandante aveva comunque trasmesso ai suoi piloti l’ordine di sparare a tutto ciò che vedevano nell’area della recinzione» con Gaza. «La frequenza di fuoco contro migliaia di terroristi all’inizio era enorme, e solo a un certo punto i piloti hanno iniziato a rallentare i loro attacchi e a selezionare con attenzione gli obiettivi», ha riferito il giornale, citando un’indagine condotta dall’aeronautica israeliana secondo cui, nelle prime quattro ore, i piloti «hanno attaccato circa 300 obiettivi, la maggior parte in territorio israeliano».

Un copione sostanzialmente analogo si sarebbe verificato non solo in prossimità del valico di Erez, quando l’offensiva di Hamas contro i presidi miliari preposti alla sorveglianza della Striscia di Gaza indusse il generale Avi Rosenfeld a rintanarsi nella sala di comando sotterranea della divisione e ordinare un raid aereo contro la struttura stessa al fine di eliminare i guerriglieri che la assediavano. Ma anche presso il kibbutz Be’eri, dove una quarantina di miliziani di Hamas si asserragliarono in un edificio trattenendo con sé ben 14 civili, tra cui due bambini. Il numero esatto degli ostaggi fu comunicato alle forze israeliane da Yasmin Porat, una donna catturata e reclusa all’interno del caseggiato che era riuscita a sfuggire al controllo dei suoi aguzzini durante gli scontri a fuoco tra forze israeliane e assediati. Le sue informazioni non servirono a molto, dal momento che l’ufficiale più alto in grado presente sulla scena ordinò a un carro armato di bersagliare l’abitato con due colpi – uno diretto verso la base dell’edificio e l’altro contro il tetto.

Secondo «Haaretz», dal momento che le forze israeliane non riuscivano a individuare le modalità corrette per contrastare efficacemente il nemico, «i comandanti sul campo hanno preso decisioni difficili – compresa quella di bombardare gli edifici, al fine di eliminare sia i terroristi che gli ostaggi rintanati al loro interno». L’unico sopravvissuto alla carneficina, Hadas Dagan, ha confermato la versione della Porat, e al pari di quest’ultima, riporta il giornale israeliano, è stato pervaso dall’impressione che le forze israeliane «abbiano seguito le indicazioni previste dal “Protocollo Annibale” nei riguardi dei civili presi in ostaggio da Hamas all’interno dell’edificio». Nel corso di un podcast in lingua ebraica organizzato da «Haaretz» e tradotto in inglese da «The Cradle», il colonnello Nof Erez ha definito la condotta tenuta dalle forze armate israeliane il 7 ottobre come un «“Protocollo Annibale” di massa», confermando che l’aviazione aveva effettivamente «fatto esplodere case» ma sempre previa autorizzazione dei centri di comando di Tel Aviv.

Il Ministero della Difesa di Tel Aviv ha negato seccamente che l’esercito abbia applicato la controversa procedura, senza tuttavia fornire dettagliate delucidazioni in merito. Lo scorso 11 dicembre, un membro dell’associazione dei familiari delle vittime – che reclama l’avvio di un’indagine ufficiale sugli eventi verificatisi il 7 ottobre – ha accusato l’esecutivo di Tel Aviv di insabbiamento, sulla scorta delle rivelazioni del «Jerusalem Post» secondo cui numerose automobili recanti macchie di sangue o resti di israeliani morti il 7 ottobre sarebbero state demolite e sepolte in un cimitero. In un comunicato diramato dall’esercito israeliano si riconosceva che quel giorno si era verificata una «quantità immensa» di incidenti da “fuoco amico”, e si specificava che almeno 20 soldati israeliani sarebbero caduti sotto i colpi esplosi da loro commilitoni nell’ambito dell’Operazione Spade di Ferro. Tuttavia, «le vittime del “fuoco amico” sono diminuite a decorrere dal 7 ottobre. L’esercito ritiene che non sarebbe moralmente corretto avviare indagini su questo genere di incidenti a causa dell’enorme e complessa mole di eventi verificatisi nei kibbute presso le comunità israeliane del sud, a causa delle difficili situazioni in cui si trovavano a operare i soldati in quel frangente».

Un atteggiamento sfuggente di cui «Haaretz» ha evidenziato la strumentalità agli interessi del governo e dei vertici delle forze armate, per i quali l’eventuale accertamento di comportamenti fedeli al Protocollo Annibale per un verso metterebbe automaticamente a repentaglio l’elevata considerazione che l’esercito israeliano riscuote presso la popolazione. Per l’altro, inficerebbe largamente lo sforzo argomentativo profuso dall’esecutivo guidato da Netanyahu per legittimare l’efferata Operazione Spade di Ferro, fondato sulla attribuzione esclusiva ad Hamas dell’intero bilancio delle vittime riportate da Israele lo scorso 7 ottobre. Un bilancio che, peraltro, è passato dai 1.400 civili assassinati denunciato nei giorni immediatamente successivi alla carneficina, ai 1.200 caduti complessivi, di cui 900 civili e 300 tra militari e poliziotti.

Per un Paese politicamente e socialmente frammentato come Israele, apprendere che una quota tutt’altro che irrilevante di caduti – ostaggi compresi – sia da addebitare a “fuoco amico” esploso coerentemente con le procedure stabilite da governo e vertici delle forze armate potrebbe verosimilmente pregiudicare la capacità dell’esecutivo di estorcere alla popolazione il tributo di sangue necessario a sostenere una sfida di carattere esistenziale come quella attualmente in corso.

Di qui la decisione di governo e apparati militari di rimandare a tempo indeterminato l’approvazione delle sempre più numerose istanze popolari circa l’apertura di indagini volte a far luce sugli eventi e ad appurare se il Protocollo Annibale abbia trovato concreta applicazione non soltanto il 7 ottobre, ma anche durante l’Operazione Spade di Ferro.

La cui distruttività su larga scala sembra difficilmente conciliabile con il perseguimento dell’obiettivo dichiarato di salvare le centinaia di ostaggi in mano ad Hamas, che il movimento potrebbe cercare – confortato da precedenti quali quello relativo a Gilad Shalit – di barattare con la liberazione di tutti i circa 5.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Per entità della devastazione provocata, l’attuale attacco israeliano contro la Striscia di Gaza, con i suoi circa 20.000 caduti tra la popolazione palestinese, polverizza letteralmente le pur pesantissime offensive sferrate nel 2008 e nel 2014, capaci di produrre rispettivamente 1.385 e 2.251 morti. Organizzando i dati raccolti nell’ambito di una serie di esami scientifici, il «Financial Times» è giunto alla conclusione che la distruzione prodotta nel nord della Striscia di Gaza nell’arco di sette settimane scarse dall’Operazione Spade di Ferro risulta equiparabile a quella ascrivibile ai bombardamenti a tappeto perpetrati sulle città tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Nello specifico, l’attacco israeliano avrebbe provocato la distruzione o il danneggiamento di almeno metà struttura del 68% degli edifici presenti nell’area settentrionale della Striscia, mentre l’impatto dei bombardamenti anglo-statunitensi contro la Germania è quantificabile nella demolizione totale o parziale del 59% degli edifici di Dresda, del 61% di quelli di Colonia e del 75% di quelli di Amburgo.

Nel complesso, in tutta la Striscia di Gaza, sarebbero ormai ridotti a un cumulo di rovine un numero di edifici compreso tra le 82.600 e le 105.300 unità, con interi quartieri completamente rasi al suolo.

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza, al 1° novembre le forze israeliane avevano riversato sulla Striscia 18.000 tonnellate di bombe, per una potenza esplosiva complessiva pari a circa 1,5 volte quella raggiunta dalla bomba sganciata su Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale. Una stima formulata dall’Euro-Med Human Rights Monitor di Ginevra giunge a conclusioni ancor più drammatiche, secondo cui Israele aveva sganciato entro la medesima data più di 25.000 tonnellate di esplosivo (oltre 10 kg di esplosivo per ogni singolo individuo residente nella Striscia), a fronte delle 15.000 attribuibili all’ordigno nucleare esploso a Hiroshima. Ciononostante, si legge nella nota diramata dall’organizzazione a difesa dei diritti umani, «a causa degli sviluppi tecnologici che influenzano la potenza delle bombe, gli esplosivi sganciati su Gaza potrebbero risultare due volte più potenti della bomba nucleare di Hiroshima. […]. L’area urbana della città giapponese si estende per circa 900 km2, mentre quella di Gaza non supera i 360 km2». Per Robert Pape, storico militare statunitense e autore di Bombing to win, uno studio fondamentale sulle campagne di bombardamento del XX Secolo, «quella di Gaza verrà ricordata come una delle campagne di bombardamento convenzionale più pesanti della storia», proprio in virtù della tipologia di ordigni impiegati. A partire da dumb bomb (“bombe stupide”) quali le M-117, adoperate per la prima volta dalle forze statunitensi durante le guerre di Corea e Vietnam, e le Gbu-31 da 2.000 libbre. Secondo l’ex analista del Pentagono Marc Garlasco, la potenza di queste bombe è talmente dirompente che i sopravvissuti alle esplosioni affermano di sentirsi come se stessero «navigando sulla terra liquida […]. Gli edifici si spezzano, il loro supporto si disintegra e finiscono per collassare su se stessi. Vi sono poi i devastanti effetti “collaterali” dovuti all’onda d’urto – come la frammentazione secondaria di cemento, metallo, vetri, telefoni cellulari e tutto ciò che viene scaraventato dall’esplosione a velocità supersonica».


Un’inchiesta realizzata dal «New York Times» ha acclarato che, nel corso delle prime sei settimane di guerra, Israele abbia fatto ampio ricorso a questo genere di ordigni non soltanto nel nord della Striscia di Gaza, ma anche nelle aree meridionali verso cui le autorità di Tel Aviv avevano ordinato ai civili di spostarsi per ragioni di sicurezza. Più specificamente, le indagini hanno individuato nella porzione meridionale della Striscia ben 208 crateri di diametro pari o superiore a 40 piedi, che stando al parere degli esperti consultati possono essere prodotti soltanto da bombe da 2.000 libbre in un terreno leggero e sabbioso come quello. Interpellato dagli inviati del quotidiano statunitense, un portavoce militare israeliano ha dichiarato che, sebbene l’Israeli Defence Force prenda «tutte le precauzioni possibili per minimizzare i danni nei confronti della popolazione civile», la priorità di Israele consiste nel distruggere Hamas e «questioni di questa natura verranno esaminate in una fase successiva».

Viceversa, conclude il professor Weizman, «con l’attuale bombardamento indiscriminato di Gaza, il governo sembra non solo intenzionato a portare una distruzione senza precedenti sulla popolazione di Gaza, ma anche voler tornare al principio implicante la predilezione della morte degli ostaggi al raggiungimento di un accordo con i loro aguzzini».

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