La Nato e Aiace Telamonio

La Nato e Aiace Telamonio

L'esigenza dell'unità dei comunisti e delle forze antimperialiste nella lotta contro la guerra

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RICEVIAMO E CON GRANDE PIACERE RILANCIAMO L'ULTIMO BELLISSIMO EDITORIALE DI FOSCO GIANNINI, DIRETTORE DI CUMPANIS. SEGNALIAMO ANCHE QUESTA IMPORTANTE INIZIATIVA. 

 

 

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di Fosco Giannini, Presidente dell'Associazione Nazionale "Cumpanis" e direttore di "Cumpanis".

 

La guerra incombe. Ben la di là dell'Ucraina, la sua ombra cupa si allarga su ogni Paese e su ogni popolo. Con la follia di un Aiace Telamonio al quale la dea Atena ha ottenebrato la mente per poi spingerlo alle più violente fantasie distruttive e indurlo a credere che i capi di bestiame siano gli odiatissimi comandanti degli Atridi da massacrare senza pietà, così – con la stessa hybris della tragedia greca – gli Usa e la Nato hanno abbandonato ogni residua prudenza umana e politica, ogni ponderazione militare teorizzata da von Clausewitz, persino ogni paura dell'ignoto e considerazione del proprio stesso destino, spingendo le loro Basi, le loro testate nucleari, le loro truppe nel cuore profondo dell'Europa dell'Est, là dove non si doveva andare, dove nessun Ettore sagace si sarebbe spinto.

Giungendo, la Nato-Aiace Telamonio, sino al Circolo Polare Artico, nelle Basi militari norvegesi al confine russo di Evenes e Rasmund, tra le città di Narvik e Harstad; ad Ämari, nella lontana e sconosciuta contea di Harjumaa, nei pressi del lago Klooga, in Estonia; nella terra di Šiauliai, in Lituania, ove prende misteriosamente corpo la missione di guerra americana “Baltic Air Policing”; ad Arazil, in Lettonia, dove la Nato trascina dietro sé le Penne Nere, gli alpini italiani del “Task Group Baltic”, minacciosamente operativi col Fronte degli Alleati nell'ambito dell'“Enhanced Forward Presence”. Per poi, attraverso un raptus incontrollabile, installarsi in territorio polacco, lungo lo stesso confine dell'enclave russa di Kaliningrad. Spingendosi sino a Krtsanisi, in Georgia, a 20 chilometri dalla capitale, Tiblisi, collocando lì una nuova Base militare, inaugurata direttamente dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, a braccetto dell'allora presidente georgiano Margvelashvili, nel settembre del 2015. In un tempo ben lontano dall'intervento russo in Ucraina, febbraio 2022, a dimostrazione dell'infinita pazienza con la quale Mosca ha sopportato per anni e anni l'accerchiamento atlantista e gli orrori inflitti al popolo del Donbass dagli attuali eredi ucraini di Stepan Bandera.

Dalla Norvegia alla Georgia, per giungere al progetto di un'Ucraina trasformata in un' immensa Base Nato, dunque, si allarga la hybris della Nato, passando per la Croazia, la Bulgaria, l'Albania, la Macedonia del Nord, il Montenegro, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l'Ungheria, un nuovo mondo che accende inopinatamente la propria aggressività sul fuoco russofobico occidentale storico e che trova le sue attive retrovie negli USA, in Canada, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Germania, nel Regno Unito, in Turchia e in tutti gli altri Paesi Nato.

Una spinta alla guerra, quella della Nato, che abbatte ogni antica neutralità, che prosciuga ogni cultura popolare di pace, sino a convincere anche gli attuali governi socialdemocratici di Sanna Marin in Finlandia e Magdalena Andersson in Svezia, a portare i loro Paesi all'interno dell'Alleanza Atlantica. Come se il voto ai crediti di guerra, da parte dei socialisti moderati della Seconda Internazionale, si replicasse all'infinito...

Questo è il quadro, questo è il pericolo. Questa è la guerra Usa-Nato in corso, progettata, preannunciata, sottoscritta da tutto il G7 nel giugno 2021 in Cornovaglia, nel sanguinoso Documento di Carbis Bay, col quale gli imperialismi uniti Usa-Ue-Regno Unito-Giappone iniziano a costruire un immenso fronte militare mondiale contro la Russia e la Cina.

Dalla fase del pieno sostegno Usa e Ue alla “rivoluzione arancione” ucraina filo-americana dei primi anni '90, condotta dalla “principessa del gas” Julija Tymošenko – grande imprenditrice di aziende energetiche ucraine che a partire dal proprio ruolo imprenditoriale venne subito eletta beniamina di Washington e rappresentante politica degli interessi imperialisti in Ucraina –, a questa fase che viviamo, successiva al summit G7 in Cornovaglia, infiniti fiumi di denaro occidentale, centinaia di miliardi di dollari, euro, sterline sono continuamente corsi verso  Kiev.

Questi fiumi di denaro corsero per costruire, prima, le vittorie politiche della Tymošenko e poi la costruzione dei gruppi paramilitari di estrema destra “Svoboda” e “Pravyi Sektor”; il colpo di stato nazifascista di Euromaidan del 2014 diretto contro il filo russo Viktor Janukovy?; lo strenuo impegno dell'emittente radiofonica “Radio Free Europe” nel fomentare la stessa Piazza Maidan; il successivo insediamento alla presidenza dell'Ucraina da parte di Oleksandr Tur?ynov, estremo rappresentante istituzionale del golpe; l'intero processo politico successivo ad EuroMaidan sfociato nella vittoria elettorale del Partito “Servitore del popolo” di Zelensky, nel maggio 2019.

In questo quadro generale non possiamo dimenticare, poiché assume un valore fortemente paradigmatico dell'intero corso politico ucraino post sovietico, il discorso che la prima esponente filo-americana e filo-Ue dell'Ucraina, la Tymošenko, tenne il 22 febbraio 2014, di fronte ad una Piazza Maidan in ebollizione golpista e guidata dagli squadristi nazifascisti che avrebbero poi costituito il battaglione Azov. Disse allora, dal palco, la Tymošenko, rivolgendosi alla piazza e agli eredi di Bandera: “Siete eroi. Siete il meglio che l'Ucraina possa avere. Non perderò un minuto, farò di tutto per rendervi felici”. E tutto ciò mentre i dirigenti e i militanti del Partito Comunista di Piotr Simonenko-ai quali è rivolta ogni giorno la totale solidarietà di "Cumpanis" e di tutti i comunisti e gli antimperialisti italiani-venivano assassinati, picchiati (sin dentro il Parlamento), torturati, arrestati, cacciati dai loro posti di lavoro.  Mentre l'ambasciata Usa a Kiev si offriva come punto di riferimento politico e persino logistico per i capi nazifascisti di EuroMaidan.

Lo stesso fiume di denaro occidentale è poi corso e corre tuttora per armare Zelensky, l'esercito ucraino e il Battaglione nazifascista Azov. Non è stata "La Pravda" a scriverlo: è stato Giuseppe Sarcina sul "Corriere della Sera" di giovedì 21 aprile u.s.: "Gli Stati Uniti stanno stanziando, in armi, circa 800 milioni di dollari alla settimana per aiutare la resistenza ucraina e il governo americano avrà speso, solo dall'inizio della guerra, 3,4 miliardi di dollari, divisi in 8 tranche. L'Unione europea è, complessivamente, a 1,6 miliradi di dollari, il Regno Unito, da solo, è a quota 550 milioni di dollari. Sul versante occidentale, dunque, la reazione all'attacco putiniano è già costato 5,5 miliardi di dollari". E riflette Giuseppe Sarcina: "Biden ha iniziato a cambiare passo subito dopo il vertice straordinario della Nato il 24 marzo scorso a Bruxelles. Della sua strategia iniziale, di fatto, resta invariato un solo assunto: i soldati americani e dell'Alleanza Atlantica non combatterano in Ucraina. Tutti gli altri vincoli sono stati rivisti o superati".

Quali sono gli altri vincoli superati? Essenzialmente tre: primo, passare dalla consegna, all'esercito ucraino, di armi "di difesa" alla consegna di ogni tipo di armi, super tecnologiche, pesanti, in enormi quantità, totalmente "d'offesa"; secondo: allargare l'area dei Paesi Nato e di grandi aziende private che consegnano armi (Usa, Norvegia, Olanda, Gran Bretagna, Lussemburgo, Francia, Spagna, Italia) e allargare l'area dei Paesi che ricevono armi per smistarle in Ucraina (Svezia, Estonia, Germania, Slovacchia, Repubblica Ceca). Un intero mondo contro la Russia! Terzo: superare il tabù della "no fly zone". Da tempo Zelensky chiede alla Nato di intervenire nei cieli ucraini contro gli aerei russi e da tempo chiede cacciabombardieri per l'esercito ucraino. Sino a poche settimane fa anche gli Usa e la Nato ritenevano tali richieste pericolosissime per l'allargamento del conflitto e capaci di provocare lo scontro diretto contro la Russia.

Oggi, scrive Sarcina sul "Corriere della Sera": "Nel concreto la "no fly zone" non è più un tabù. Il Segretario di Stato Antony Blinken sta lavorando assiduamente con i partner dell'Est Europa, in particolare con la Polonia. L'8 marzo il Pentagono aveva bloccato il governo di Varsavia che voleva inviare 28 Mig-29 a Zelensky, passando per la Base Usa di Ramstein in Germania. Ma adesso si stanno cercando, senza fare rumore, altre soluzioni. Zelensky avrà gli aerei per la battaglia nel Donbass".

 Dunque corrono incessantemente oggi, verso l'Ucraina, convogli strapieni di potenti mezzi militari Usa, inglesi ed europei. Corrono ad armare – lungo le strade dell'illegalità internazionale, lungo il rischio di un intervento armato russo sui convogli stessi e di una terza guerra mondiale – il potere ucraino costituitosi attraverso il golpe imperialista del 2014 a Kiev.

Vola, in tutto ciò, nel più alto dei cieli la follia di Aiace Telamonio, che sembra uscire dalle terre greche per spargere ormai sull'intera Europa dell'Est il sangue innocente dei capi di bestiame. Vola, la hybris della Nato, sospinta dal vento potente dei profitti del complesso militare-industriale americano che, euforico, riempie sempre più di missili, bombe, carri armati e droni i convogli verso Kiev.

Ma se la guerra della Nato molto somiglia – sino ad un certo punto, sino al punto dell'ascia che s'abbatte contro i greggi di pecore – alla mente offuscata di Aiace, da un certo punto in poi la similitudine Nato-Aiace Telamonio finisce, poiché sull'orizzonte strategico la follia americana inizia a saldarsi con la ratio imperialista americana.

E vi è un punto preciso ove la follia e la ratio si saldano e stabiliscono il punto solidale: è il punto dato dal sentore che l'imperialismo americano ha di sé, di fine della propria storia e del proprio dominio planetario. Dal sentore della fine della centralità dell'Occidente, dalla consapevolezza che “un altro mondo è possibile” ed è in espansione storica: il mondo euro-asiatico, il mondo dell'Oriente, l'intero, grande mondo extra-occidentale: due terzi ed oltre dell'intera umanità. Due terzi che, infatti, esprimono - dall'America Latina all'Africa e all'Asia - solidarietà a Mosca. Poichè il potere dittatoriale del sistema mediatico eurocentrico e angloamericano l'ottenebra: ma la grande maggioranza dei popoli e degli Stati non si allinea con Washington e con Kiev, ma si colloca dalla parte del multilateralismo e del futuro.

E, ancora, non sono "La Pravda" o "Il Quotidiano del Popolo" del Partito Comunista Cinese ad affermarlo, ma un giornalista dall'anticomunismo d'acciao come Federico Rampini sul "Corriere della Sera" dello scorso 16 aprile, in un pezzo dal titolo "Il mondo diviso in due blocchi", quando scrive: "Il leader di un grande Paese africano ha scritto su Twitter: «La maggioranza dell’umanità, che non è bianca, sostiene la posizione della Russia in Ucraina». È una verità sgradevole ma incontestabile. Corrisponde alla mappa dei Paesi che non applicano sanzioni economiche contro Mosca. Vi figurano la maggior parte dell’Asia, Medio Oriente incluso; Africa e America latina. La Russia viene trattata come un partner rispettabile dentro quello che fu definito come il club dei Paesi emergenti, l’alternativa al G7, cioè i Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica). Un membro della Nato, la Turchia, si dissocia dalle sanzioni; così come Israele e l’Arabia Saudita che pure godono da decenni di aiuti militari americani essenziali. La più grande delusione per Joe Biden su questo fronte viene da Delhi. Il governo nazionalista indù di Narendra Modi stava proseguendo un avvicinamento strategico verso gli Stati Uniti in funzione anti-cinese; però non se l’è sentita di guastarsi i rapporti con l’altra superpotenza vicina, la Russia...Quando descriviamo un Vladimir Putin isolato dovremmo aggiungere: rispetto a noi occidentali, più qualche alleato di ferro dell’America come Giappone Corea del Sud Australia. L’insieme della coalizione pro Ucraina che applica sanzioni rappresenta pur sempre la maggioranza del Pil mondiale; ma non la maggioranza delle nazioni né tantomeno della popolazione mondiale. E se sono vere le proiezioni sul futuro del pianeta — economico, demografico — il «mondo del terzo millennio» sta dall’altra parte, non dalla nostra".

Gli Usa, la Nato, l'Ue e gli altri poli imperialisti, come in una coazione colonialista a ripetere, come un  Aiace accecato dall'ira, sono nemici di gran parte dell'umanità, di gran parte degli Stati e dei popoli del mondo:  stanno qui le basi della guerra, della terza guerra mondiale. Basi verosimili, concrete, tutte materiali e senza ombra di dubbio terrificanti. Non dovrebbe, ogni Paese sottrarsi a questo disgraziato destino? Non dovrebbe lottare per salvarsi dall'Apocalisse? Un Paese membro della Nato, ma con qualche residuo barlume di lucidità, non dovrebbe agire per salvarsi ed uscire da quell'Alleanza che spinge le sue Basi – di terra e di mare – sino alle frontiere russe, sino alle terre artiche, sino ai mari della Cina del Sud, sino a Taiwan, sino all'Australia? Non dovrebbe  sfuggire alla legge della guerra voluta, firmata da quel complesso militare-industriale-politico americano che sogna convogli infiniti di armi verso Kiev? E poi verso Taiwan, verso Pechino?

La guerra, la terza guerra mondiale è consustanziale sia al declino storico americano che alla sua lotta disperata e sanguinaria per evitarlo.

L'Italia è parte e insieme vittima di questo infernale marchingegno di guerra, di sterminio, di fine (nucleare) del tutto. Ne è parte per il suo governo, per i i suoi partiti politici succubi degli Usa. Ne è vittima per il suo popolo, per i lavoratori, per l'intero proletariato.

Se mai fosse vero, anche parzialmente vero, il quadro disperante che chi scrive ha dipinto, se la guerra strisciasse ormai in ogni dove, se la sua armata fosse accampata, in attesa di muoversi ed emergere improvvisamente alla luce, in ogni rete fognaria delle città italiane, allignasse già nelle caserme, nelle basi militari, nei distretti militari nucleari di Ghedi e di Aviano, a Camp Darby e a Niscemi, nella "Ederle" di Vicenza e nella "JFC Naples" di Lago Patria, a Napoli,  nelle cartine topografiche dei generali Nato in Italia, nelle menti dei governanti, se la guerra fosse, come crediamo, connaturata alla fase, sua stessa “anima”, se tutto ciò fosse minimamente vero, non dovremmo essere allarmati, disperati per il fantasma languido che s'aggira nelle piazze e nelle città, il fantasma estenuato e grigio del movimento contro la guerra?

Chi è stato, storicamente, in ogni epoca moderna, alla testa di questo movimento, se non i comunisti?

E dove sono, ora, i comunisti italiani?

Si sono forse sentiti, hanno parlato tra di essi i loro gruppi dirigenti, in questa fase segnata non tanto da un “evento storico”, ma da un titanico meteorite caduto sulla Terra e chiamato “terza guerra mondiale”? Si sono cercati, si sono convocati, si sono riuniti attorno ad un tavolo progettuale, stanno forse liberandosi dalla zavorra micidiale delle loro differenze, dei loro asti, delle loro loro liti rugginose, delle loro antipatie personali per il bene supremo dell'unità, dell'azione comune contro il mostro della guerra? Per sopprimere anche quell'Aiace che è in loro e si manifesta quando incontrano un altro comunista, per conquistare razionalità e costruire un primo nucleo di ferro, quello comunista-antimperialista, avente il fine di mettere in campo un più ampio fronte, un fronte di popolo, contro la guerra?

No, i comunisti italiani continuano essenzialmente ad ignorarsi, a tenersi lontani gli uni dagli altri, a far prevalere le antiche diatribe, ormai davvero risibili e stantie di fronte alla necessità dell'odierna lotta comune contro il meteorite di fine mondo.

Se la guerra fosse una vasta prateria pronta ad essere incendiata, l'atteggiamento dei comunisti che continuano anche ora ad ignorarsi e combattersi, somiglierebbe all'atteggiamento di colui che si china a criticare un filo d'erba, perdendo di vista tutta la prateria e l'orizzonte.

Non so di un segretario generale dei tre partiti comunisti italiani più strutturati (il PRC, il PCI, il PC) che abbia cercato gli altri per iniziare un dialogo volto all'unità d'azione contro la guerra. Per poi ampliare il fronte di lotta.

Allo stato delle cose, questi tre partiti non sono d'accordo su tutto. Ma, visibilmente, sono tutti e tre d'accordo contro l'entrata in guerra dell'Italia, contro l'invio di armi in Ucraina, contro il riarmo generalizzato a discapito di quel poco di welfare che è rimasto dei diritti e dei salari dei lavoratori. Individuano, questi tre partiti comunisti, nella Nato le maggiori responsabilità dello stato di guerra in corso e sono d'accordo per l'uscita dell'Italia dalla Nato. E, non per amore del calembour, ma per ragioni politiche pregnanti, per l'uscita della Nato dall'Italia.

Ce n'è a sufficienza per mettere a fuoco una prima e importante piattaforma politica unitaria di lotta per coinvolgere altre forze e movimenti e dare avvio alla costruzione di un movimento di massa contro la guerra.

Compagno Mauro Alboresi, compagno Maurizio Acerbo, compagno Marco Rizzo, cosa aspettate ad incontrarvi, ad unire i vostri partiti, i vostri gruppi dirigenti, i vostri militanti, le vostre bandiere, tutte e tre rosse con la falce e il martello, in una grande manifestazione contro la guerra a Roma? Molti compagni e compagne, anche non appartenenti ai vostri partiti, quelli e quelle della diaspora comunista, si unirebbero a voi. E da Roma la manifestazione comunista unitaria e allargata si riverserebbe e si moltiplicherebbe in ogni città d'Italia. Con moto spontaneo e diretto.

Poiché, ne siamo convinti, niente riconsegnerebbe passione e spinta alla militanza, ai comunisti italiani, iscritti e non più iscritti a nulla, come il vedere finalmente sfilare insieme, contro la guerra imperialista, contro la Nato, tutte le bandiere rosse.

Non si tratta di costruire il partito unico. Si tratta solo di mettere in campo un'azione unitaria.

L'unità, come il comunismo, è “la semplicità che è difficile a farsi”. E, scrive Bertolt Brecht nelle righe che precedono questa straordinaria, nota e amatissima chiusura de “La lode del comunismo”, “questa non è follia, ma la fine della follia”.

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