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La necessità del voto al Partito Comunista

 


di Giusi Greta Di Cristina e Yuri Di Benedetto
 

A 48 ore dal voto sentiamo l’esigenza forte di ribadire perché, dopo quasi vent’anni, queste elezioni hanno un significato nuovo. I comunisti sono nuovamente presenti, in tutta Italia, col simbolo storico – quello della falce e del martello – e soprattutto con un programma chiaramente comunista, l’unico che può effettivamente permettersi di affermare di aver mantenuto la coerenza propria dei comunisti, a partire dalle tre parole chiave del programma: NO UE, NO EURO, NO NATO.


La parabola dell’Unione Europea ha imboccato la sua curva discendente. Quello che fino a pochi anni fa sembrava un progetto stabile, indiscutibile, vedeva a sostegno un blocco dirigente compatto, oggi subisce i primi colpi della disgregazione. Negli ultimi dieci anni, dall’inizio della crisi ad oggi, il consenso alle politiche europee e all’idea stessa di Europa unita è andato progressivamente perdendosi, specialmente nelle classi popolari ed oggi abbiamo chiarissima questa tendenza, che si esplica in differenti modi, oltre le già notevoli avvisaglie elettorali avute in questi ultimi anni.


Insieme all’Europa si registra il fallimento della sinistra europeista, quella vasta corrente di pensiero che in un’ottica di compromesso ha provato a dare all’Unione imperialista, tecnocratica, ultracapitalista, la visione progressista di un sogno. Solo i comunisti negli anni ’50 ebbero la lucidità di opporsi in modo compatto al nascente mercato unico europeo, che vedeva il favore della socialdemocrazia. L’allentamento in molti partiti di una visione marxista ha compromesso questa compattezza. Dall’eurocomunismo in poi, l’accettazione dell’orizzonte comune europeo ha modificato la visione internazionalista, declinandola nell’accettazione dell’Europa unita e delle sue istituzioni, dei meccanismi e dell’elaborazione di un potere riformistico che ha scientemente colpito da un punto di vista geopolitico i Paesi del bacino del Mediterraneo Europeo (ignobilmente etichettati come PIGS, ovvero Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) e da un punto di vista sociale i Paesi che presentavano le Costituzioni più socialisteggianti.


Un errore storico enorme questo, che ha condannato la sinistra post-comunista e quanti oggi siedono nel Partito della Sinistra Europea ad abbandonare completamente il proprio ruolo storico e a divenire in molti casi (pensiamo alla sinistra greca di Syriza, ma si potrebbe dir lo stesso del PD italiano) il più potente difensore dell'Unione Europea.


La questione da tempo non è più se e come il progetto europeo si romperà: il punto è quale sarà la direzione del movimento popolare che porterà alla rottura del quadro europeo, se essa avrà una connotazione progressista, socialista, o se sarà capeggiata da forze di carattere nazionalista, facendo in sostanza passare i popoli europei, dalla padella alla brace.


Qui sta oggi il terreno d’azione dei comunisti: qui si crea uno spartiacque storico tra le forze che stanno da una parte e quelle che stanno dall’altra.


È rispetto alla storia recente europea e italiana nel particolare che si comprende per quale motivo è oggi impossibile una politica unitaria, o un’ottica frontista con le forze politiche della sinistra europea che stanno oggettivamente dall’altra parte della barricata, e che con la loro linea stanno lasciando all’estrema destra la guida del movimento popolare di attacco all'Unione Europea. Né c’è da sperare che le forze reazionarie “facciano il lavoro per noi”. Allo stesso modo non si può porre fiducia in quei progetti privi di guida politica come il Movimento 5 stelle, che si sono ormai palesati del tutto organici alle classi dirigenti europee come fattore di stabilizzazione dell’instabilità, il cui unico ruolo storico può essere rimandare l’appuntamento e i problemi di direzione politica connessi, catalizzando la protesta in un voto senza sbocco o indirizzando la politica a flebili cambiamenti circostanziali o assistenzialistici che nulla hanno a che vedere con un sistema di ritorno a una politica sociale degna di questo nome.


Il punto vero è che oggi le classi popolari non sono e, in mancanza di guida, non potrebbero essere, l’attore principale dei processi che si stanno innescando.

Sono il pubblico necessario, il voto che pesa, ma non la direzione politica. Le classi popolari in mancanza di interlocutori nel campo progressista, si pongono alla coda di queste rivendicazioni. Nel proletariato pesa di più oggi la guerra fra poveri e la competizione al ribasso sul lavoro, la questione dell’immigrazione trasversale interna all'Unione e verso i suoi Paesi. Non v’è traccia della lotta di classe, del movimento verticale contro il padrone (perché anche dietro uno schermo o dietro a parole inglesi o incomprensibili ci sta un padrone, oggi quanto più di prima, se non di più), che metta in discussione il modello di sistema.


È una lotta estrema di difesa, non di attacco. Inutile farsi illusioni facili. Nell’attuale condizione, la mancanza di anni di lavoro coerente, anni in cui si è passato il tempo a far da eco ai padroni dicendo che la flessibilità e il tempo determinato erano il futuro, hanno reso il terreno fertile per ritorni di fiamma di nazionalismi e fenomeni connessi, piuttosto che per uno sbocco progressista.


Quei movimenti che oggi si pongono fintamente alla guida del processo di rottura della UE saranno altre catene, nuove forme di governi, ma stesso sfruttamento. A settori delle classi dominanti, si sostituiranno altri settori, ma sempre fermi sulle stesse regole, quelle capitalistiche e fedeli al sistema di sfruttamento capitalistico. Non c’è lotta di sistema ma una contesa di posizioni, in cui, di per sé, le classi popolari non hanno nulla da guadagnare. Se queste contraddizioni potranno essere sfruttate in ottica differente sarà solo con un’organizzazione forte che ribalti gli interessi in gioco, eviti la saldatura dei settori della piccola borghesia al disegno reazionario di una parte delle classi dominanti, e al contrario ponga al centro il protagonismo e gli interessi delle classi popolari. È su questo terreno che i comunisti sono oggi chiamati a fare il proprio dovere di agenti del domani.


Il Partito Comunista rappresenta gli interessi delle classi popolari e di quelle che si sono impoverite in questi lunghissimi anni di una crisi economica che pare irrisolvibile, che ha prodotto una classe di pochi ricchi sempre più ricchi e di poveri sempre più poveri.


Con la presenza sulla lista elettorale, il PC ha avuto la possibilità di poter avere qualche spazio nei mezzi di comunicazione e di portare il suo messaggio a quante più persone possibili, tentando di superare l’ostracismo dei mezzi di comunicazione, in mano ai potentati partitici, di destra e di (pseudo) sinistra. Partecipare anche a trasmissioni dove vi era la presenza di partiti neofascisti ha dato la possibilità ai comunisti di far notare agli ascoltatori delle differenze e delle loro contraddizioni della narrazione antisistema delle forze neofascistre, in barba a chi vorrebbe confondere sui programmi e spingere per il voto utile (che è utile solo ai padroni).


Questa possibilità non va sprecata.


Per ridare dignità e prospettiva a questo Paese e ai suoi lavoratori, per lottare contro le disuguaglianze sociali, chiediamo un voto per il Partito Comunista.


IL 26 MAGGIO VOTATE E FATE VOTARE IL PARTITO COMUNISTA, IN TUTTA ITALIA E ALL’ESTERO!

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