La ripresa porta precarietà: come cambia il mercato del lavoro

La ripresa porta precarietà: come cambia il mercato del lavoro

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In un mondo in cui finisce una pandemia ed inizia una guerra, una buona notizia servirebbe come una boccata d’ossigeno in questi giorni torridi. In un recente intervento, Mario Draghi ha provato a tirarci un po’ su di morale, fornendo una lettura di recenti dati sul mercato del lavoro italiano che assomiglia molto a un gioco delle tre carte, concentrandosi su piccoli dettagli per nascondere un quadro generale drammatico e, di fatto, capovolgendo la realtà dei fatti.

Stando alle parole del premier, ci troveremmo in una fase di ripresa, con una disoccupazione in rapida diminuzione, il rilancio dell’occupazione e, udite udite, una ripresa dei contratti a tempo indeterminato. Onore al vero, ci ha pensato lo stesso Draghi a smorzare subito i toni, sottolineando che, in un quadro di previsioni pessimistiche (guerra, inflazione, sanzioni, etc.), questi dati andrebbero un po’ presi con le pinze. Tocca a noi, nostro malgrado, spegnere sul nascere ogni possibile, facile entusiasmo. Diamo uno sguardo ai dati ISTAT sul mercato del lavoro per comprendere come la crisi abbia rappresentato l’ennesima mazzata per i lavoratori e si stia configurando come un ulteriore tentativo per alterare regole e rapporti di forza.

L’intervento di Draghi parte sottolineando come il tasso di disoccupazione, a marzo 2022, si attestasse all’8,3%, quasi due punti percentuali in meno rispetto a due anni fa, quando eravamo nel pieno della tempesta pandemica. Già questa lettura si presta ad una facile obiezione: il tasso di disoccupazione è calcolato come il rapporto tra disoccupati – coloro che non hanno un lavoro ma ne stanno cercando uno – e la forza lavoro, data dalla somma di occupati e disoccupati. Come è ampiamente documentato, negli ultimi due anni abbiamo assistito a una drastica riduzione nel numero degli attivi. Ciò significa che molte persone hanno proprio smesso di cercare un lavoro, consapevoli di non trovarlo, uscendo dal computo dei disoccupati e contribuendo, di conseguenza, alla diminuzione del tasso di disoccupazione. La contro-obiezione a questa critica potrebbe tuttavia risiedere nella recente riduzione dei tassi di inattività, tornati nel 2022 poco al di sopra dei livelli del 2019.

Ma proseguiamo e veniamo al dato più interessante: il premier Draghi continua la sua riflessione decidendo di soffermarsi su una finestra temporale molto ristretta e molto precisa, il periodo intercorso tra febbraio 2022 e marzo 2022, indicando che l’occupazione è cresciuta di 122mila unità in un solo mese. Per iniziare, il dato è almeno parzialmente errato, come possiamo vedere dalla tabella sottostante: l’aumento cui fa riferimento Draghi riguarda la sola occupazione dipendente, mentre l’occupazione complessiva è aumentata, nello stesso arco temporale, di 81mila unità (e non di 122mila), per effetto di un crollo del lavoro autonomo (meno 41mila unità). Ma c’è dell’altro: Draghi sottolinea come l’aumento occupazionale, a marzo, abbia principalmente riguardato i contratti a tempo indeterminato (+103mila unità), con un ruolo marginale per la crescita del lavoro a termine (+19mila unità). Purtroppo, basta allargare l’orizzonte all’ultimo anno, e non all’ultimo mese, per comprendere come, a differenza di quanto ci racconta il Governo dei migliori, la crisi abbia moltiplicato la precarietà: se si analizza la variazione dell’occupazione rispetto a marzo 2021, la crescita dei contratti a termine si attesta a 430mila unità, mentre i nuovi contratti a tempo indeterminato si fermano a +312mila unità. Se poi volessimo guardare pure i dati rispetto a marzo 2020 e ci concentriamo sui lavoratori dipendenti (che hanno trainato la ripresina occupazionale), i dati ISTAT sono cristallini. Tra marzo 2020 e marzo 2022 si contano 535mila dipendenti in più: di questi il 97% è a termine (516mila) e appena il 3% (18mila) a tempo indeterminato.

Fonte: https://www.istat.it/it/files//2022/05/CS_Occupati-e-disoccupati_MARZO_2022.pdf.

Si tratta di dati che vanno ovviamente letti alla luce della drammatica caduta occupazionale registrata nel 2020 e ricordando che il 2021 si è chiuso con un livello di occupazione inferiore di 555mila unità rispetto al periodo pre-pandemico. Se, da un lato, la tutt’altro che sostenuta ripresa post-2020 ci sta lentamente riportando sui livelli occupazionali del 2019, dall’altro dobbiamo registrare come la crisi abbia giocato un ruolo di ‘ricomposizione’ dell’occupazione, segnando un ulteriore salto di qualità nel passaggio dal lavoro stabile a quello precario.

In questa partita, il governo Draghi ha giocato un ruolo centrale: sotto la pressione di Confindustria, l’esecutivo ha infatti sospeso fino al settembre 2022 il decreto Dignità, un provvedimento insufficiente e meno che parziale ma che, tuttavia, rappresentava un freno minimo alle assunzioni a tempo determinato. Con la sospensione di tale decreto, le imprese non hanno nemmeno più l’obbligo di spiegare le ragioni delle loro assunzioni a tempo determinato.

La crisi, come abbiamo più volte detto, non colpisce tutti allo stesso modo e rappresenta una ghiotta occasione per cambiare le regole del gioco e per strappare gli ultimi brandelli di stato sociale e di tutele per i lavoratori, facendo diventare il lavoro a termine la nuova normalità. Ecco che proprio quest’anno registriamo in Italia il record storico per gli occupati a tempo: a febbraio erano 3 milioni e 175mila, un numero mai raggiunto prima da quando ISTAT raccoglie il dato. Non è poi un caso se nel nostro Paese abbiamo salari al palo da decenni, oltre 3 milioni di lavoratori e lavoratrici poveri, i più bassi tassi di occupazione e i più alti tassi di part-time involontario d’Europa. Con il bene stare di chi detta le regole del gioco.

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