L'asse Biden-Draghi: affamare l'Afghanistan per frenare la Cina

L'asse Biden-Draghi: affamare l'Afghanistan per frenare la Cina

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Cosa sono i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale pronunciata il 10 dicembre 1948 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a Parigi? Qualcuno direbbe “carta straccia”. Peggio! I diritti umani ormai sono solo arma di ricatto, su cui accendere i riflettori dell’opportunismo oppure rispegnerli immediatamente se non fa gioco.

Nel sud del mondo se ne sono accorti già da un po’ di tempo. Noi occidentali siamo ancora ubriacati da questo sentimentalismo infantile.


Quando a metà dell’agosto scorso ho cominciato ad entrare in contatto con decine di Afghani in Afghanistan, all’indomani della caduta (o della riconquista) di Kabul, l’Occidente ha gridato alla catastrofe, alla carneficina, ai diritti violati, neanche fosse la caduta di Costantinopoli per mano dei Turchi ottomani.


Bene. Rileggiamo attentamente cosa riportava Wikileaks il 25 luglio 2010 pubblicando gli “Afghan war logs”, documento segreto della CIA. Vi erano già le linee guida con cui contrastare ogni possibile obiezione in Europa circa la sanguinaria occupazione NATO dell’Afghanistan. A dirla tutta, allora, non ci fu nemmeno bisogno di implementare questi suggerimenti, l’opinione pubblica europea non si è mai veramente preoccupata delle sorti degli Afghani in questi ultimi 20 anni.


Ad ogni modo, così si leggeva in questo documento: 

 <<Lo scarso rilievo della missione in Afghanistan ha permesso ai leader di Francia e Germania di ignorare l’opposizione della gente e di continuare ad aumentare costantemente il numero delle loro truppe nella missione Isaf>>. Come a dire che per fortuna in questo caso nessuno ha protestato, a differenza del Vietnam o della Jugoslavia, per cui i governi europei potevano tranquillamente aumentare spese e contingenti in Afghanistan senza incorrere in forme di dissenso all’interno dei propri Paesi.


Più nello specifico però, la CIA si spingeva a suggerire a Francia e a Germania (Paesi europei dai quali probabilmente si aspettavano maggiori proteste) come affrontare il dissenso eventuale e come contrastarlo sulla base di una narrazione manipolata.


<<La prospettiva che i Talebani riportino indietro il Paese, dopo i progressi ottenuti faticosamente in tema di educazione delle donne, potrebbe provocare l’indignazione e diventare ragione di protesta per un’opinione pubblica largamente laica come quella francese>>. Quindi ai Francesi si sarebbe dovuto raccontare che le donne afghane erano in pericolo per questioni religiose.


Per la Germania?

<<Messaggi che illustrino come una sconfitta in Afghanistan possa aumentare il rischio che la Germania sia esposta al terrorismo, al traffico di droga e all’arrivo dei rifugiati potrebbero aiutare a rendere la guerra più importante per chi è scettico verso di essa>>.


Ed ecco servite le scuse su come alimentare il consenso nei confronti dell’impegno militare in Afghanistan. Però, come detto, non ce né stato nemmeno bisogno, l’opinione pubblica europea non si è mai davvero preoccupata di cosa stesse succedendo in Afghanistan.


Qualche settimana fa il capo della politica estera dell'Unione Europea Josep Borrell a Riyadh in Arabia saudita ha dichiarato che il comportamento del governo talebano fino ad ora non è stato "molto incoraggiante", e qualsiasi crollo economico in Afghanistan aumenterebbe il rischio di terrorismo e altre minacce.


<<Certamente è un dilemma. Perché se si vuole contribuire ad evitare il crollo di un'economia, in un certo modo, si può considerare di sostenere il governo... A seconda del loro comportamento. E il loro comportamento fino ad ora non è molto incoraggiante>>, ha dichiarato Borrell.


<<Se l'economia crolla, allora la situazione umanitaria sarà molto peggiore. La tensione per le persone a lasciare il paese sarà più grande, le minacce, la minaccia terroristica sarà più grande e così i rischi provenienti dall'Afghanistan che riguardano la comunità internazionale saranno più grandi>>, ha concluso.


Il senso di queste parole spiega l’approccio all’Afghanistan che la Nato ha deciso di adottare, dopo che il tentativo di provocare una guerra civile in Afghanistan è fallito. Di questo piano degli Americani, fallito solo perché le autorità afgane hanno sciolto l’esercito anziché scagliarlo contro i Talebani, come ci hanno parlato molti Afghani nel libro “Simposio afgano”, tra cui un ex membro dei servizi segreti.


Quindi quando si parla di asse Biden-Draghi sull’Afghanistan significa questo: affamare un popolo, chiudere i flussi che riforniscono il sistema bancario afgano, legato al dollaro, lasciare che la catastrofe umanitaria si concretizzi e costringere i Talebani non a lasciare il potere, ma a farsi ricettivi verso le richieste europee e americane e mettere il bastone tra le ruote agli investimenti cinesi nel Paese.


Un nostro contatto afgano ci ha scritto in questi giorni da Kabul:


<<La gente qui è sull'orlo di una catastrofe umanitaria. Il cibo è molto caro. I prezzi sono aumentati del 100%. Molte persone hanno perso il lavoro. Di conseguenza, gli affari personali di altre persone sono stati gravemente danneggiati.

Gli Stati Uniti hanno congelato il denaro delle banche dell'Afghanistan, i paesi vicini hanno chiuso le loro frontiere, così il denaro dei commercianti è bloccato nelle banche e non possono portare cibo e beni di consumo.

L'Afghanistan, che ha contato molto sugli aiuti stranieri, si è visto tagliare gli aiuti dopo i recenti cambiamenti, e gli ex alleati hanno fatto più pressione sul nuovo governo, rendendo la vita più difficile per la gente>>.


Chiaro e tondo.


Tuttavia questa sembra più la strategia disperata di chi sa di aver già perso. La scelta di campo dei Talebani, sancita dagli incontri di Mosca il 20 ottobre scorso, presente la delegazione cinese, è stata presa. Ora bisogna fare in fretta, perché la gente comincia a non avere da mangiare. E la gratuita sofferenza del popolo afgano sarà l’unico risultato concreto che l’asse Biden-Draghi affermato oggi a Roma riuscirà ad ottenere. 


Alla faccia dei diritti umani.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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