L’Indonesia è pronta a realizzare i sogni di Trump sullo svuotamento di Gaza?

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L’Indonesia è pronta a realizzare i sogni di Trump sullo svuotamento di Gaza?

di Gabriele Germani

Nei giorni passati il presidente indonesiano Prabowo Subianto si è detto pronto a ospitare abitanti di Gaza in fuga dalla guerra. Ad oggi nessun paese aveva mostrato interesse per la proposta lanciata da Donald Trump su un reinsediamento di lunga scadenza della popolazione gazawi.

In un primo momento, si era parlato di Egitto e Giordania, che avevano respinto al mittente la proposta. Solo dopo alcune settimane di pressioni velate (legate agli aiuti umanitari e al sostegno economico), da Amman era arrivata una parziale apertura, pur sempre limitata a casi specifici e solo in via temporanea.

La Casa Bianca aveva anche valutato la possibilità di giungere ad un accordo con le repubbliche/regioni separatiste della Somalia settentrionale (Puntland e Somaliland). Si era parlato di un possibile riconoscimento dell’indipendenza di queste aree, in cambio dell’ospitalità. L’ipotesi è però lentamente scemata nel nulla, scomparendo dai radar dei media e della politica internazionale.

Anche l’Arabia Saudita era stata proposta come un possibile paese ospitante, almeno per una piccola parte della popolazione della Striscia, ma da Riyad è pero giunto un gentile diniego.

La motivazione di base data da tutti i paesi interpellati è che spostare la popolazione di Gaza implicherebbe riconoscere il successo dell’operazione militare israeliana e la cancellazione dell’identità gazawi.

Le petromonarchie del Golfo hanno più volte fatto intendere che accetterebbero di buon grado una soluzione concordata per la questione palestinese con Israele e gli USA, arrivando alla chiusura degli Accordi di Abramo e al lancio dell’IMEC (o Via del Cotone) che porterebbe ulteriori piani di investimento nella regione arabica, ma devono tener conto della sensibilità delle proprie popolazioni.

L’opinione pubblica araba rimane fortemente schierata e solidale con i cittadini di Gaza. Le immagini e i video trasmessi in diretta streaming o via social in tutto il mondo, rafforzano questo sentimento, coinvolgendo anche l’opinione pubblica occidentale. Risulta ormai quasi banale ripeterlo, ma siamo davanti al primo genocidio trasmesso live nella storia dell’umanità e nessuno può voltarsi dall’altra parte e dire “non sapevo”. 
Queste rende la via stretta per i leader filo-occidentali del Golfo, che volente o nolente devono rispondere sotto qualche forma ai propri cittadini; il riconoscimento di Israele e la normalizzazione dei rapporti potrebbero essere il punto di rottura di un delicato equilibrio interno per più di uno Stato.

Ci sono poi altri fattori da considerare nella valutazione:

1- Il ruolo svolto della Turchia (dove il presidente indonesiano è arrivato mercoledi passato) nella crisi di Gaza spinge il resto del mondo musulmano a tenere una linea barricadera, per non lasciare al solo Erdogan il monopolio di paladino degli oppressi.

2- La condizione dei palestinesi fuggiti in precedenza dai territori occupati, ad esempio in Libano o Giordania, di fatto impossibilitati a tornare nel paese d’origine.

3- Le condizioni oggettive che al di là dei precedenti storici, potrebbero impedire il rientro.

Subianto nei giorni passati ha parlato di un trasporto iniziale di circa mille persone, dando priorità a bambini e feriti. L’Indonesia è un paese musulmano e molto esteso, per giunta lontano dall’area del conflitto, potrebbe quindi incappare in meno problemi rispetto gli immediati dirimpettai di Israele. Il presidente indonesiano ha aggiunto che l’operazione sarà eseguita solo se vi sarà l’ok delle parti, non chiarendo però quale sarà la controparte palestinese da interpellare, se l’Anp o Hamas. È stato aperto un canale diplomatico con le autorità israeliane per discutere il piano, passaggio necessario perché formalmente Giakarta e Tel Aviv non intrattengono relazioni.

Rimane il nodo del rientro. Trasportare mile persone (inizialmente), garantendo cure e condizioni dignitose, in attesa che torni possibile il rientro a casa, potrebbe semplicemente implicare che questo non si verifichi mai. La soluzione di Donald Trump di svuotare Gaza, ricostruirla e amministrarla per renderla una sorta di via di mezzo tra Dubai e la Costa Azzurra, ha bisogno di questo primo passaggio: l’espulsione dei palestinesi dalle loro case, dai loro quartieri, scuole, uffici, ospedali; la trasformazione cronica del popolo gazawi in “rifugiato”, rinviando la soluzione lontano sia nel tempo che nello spazio.

Intanto il genocidio procede, da metà marzo ad oggi riferisce Hamas ci sono stati altri 1500 morti accertati (a cui andranno in seguito aggiunti quelli da accertare).
La grande diplomazia balla su due milioni di vite.

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