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Maaloula – Siria: "Le divisioni che i nemici hanno cercato di imporci"

 


di Roberta Rivolta
 

Maaloula è un suggestivo paesino di neanche cinquemila abitanti incastonato tra le montagne, a una cinquantina di chilometri da Damasco. Prima della guerra, era una delle mete turistiche più frequentate della Siria. Sia perché è la culla del cristianesimo (ospita chiese di inestimabile valore ed è uno dei tre posti al mondo in cui ancora si parla l’aramaico, la lingua di Gesù Cristo) sia per la bellezza del posto. Ci sono stata nel 2017 e tornata nel 2018. Entrambe le volte, ospite di Abdo Haddad, guida preziosa, a settembre, in occasione della festa dell’Esaltazione della Croce.


Il 14 aprile 2019 Maaloula ha festeggiato il 5° anniversario della liberazione dal terrorismo. Nei suoi duemila anni di esistenza, nella sua mescolanza di popolazione cristiana e musulmana, nella sua lealtà verso il governo laico di Bashar al-Assad si rispecchia tutta la Siria. E nella sua storia recente si rispecchiano anche le vicende che hanno scosso questo Paese dal 2011 in poi.


Al netto delle distorsioni introdotte dai media occidentali.


Sì, perché a Maaloula non c’è mai stato alcun movimento “rivoluzionario” a riempire le piazze, e non si è verificato alcuno scontro tra “cittadini democratici” e forze dell’ordine che potesse degenerare in violenza, come ancora i nostri giornalisti insistono a scrivere. Eppure la violenza vi è arrivata lo stesso, e vi è arrivata già nel marzo 2011. E, come è stato per tutta la Siria, l’aggressione era stata pianificata da tempo. La penetrazione è cominciata gradualmente e con largo anticipo per far esplodere il paese dall’interno, come in una sorta di attacco kamikaze su scala nazionale.


Ibrahim al-Chaeer nel 2011 ricopriva per la terza volta la carica di sindaco. Questa la sua testimonianza sugli eventi che precedettero l’occupazione di Maaloula da parte dei terroristi.

 

 

«Maaloula era una cittadina fiorente. Il governo si era impegnato molto per promuovere il paese anche invitando personalità dall’estero e sollecitando l’interesse dell’Unesco e di altre istituzioni internazionali.» Al-Chaeer, come sindaco, era intervenuto in molte conferenze in Italia e in altri paesi esteri. «Prima del 2011 non un solo turista era mai stato aggredito, maltrattato, o derubato. I visitatori andavano in giro a piedi, anche in posti isolati, in tutta sicurezza. Qualcuno dormiva anche in tenda, senza essere disturbato.» Cristiani e musulmani vi vivevano in totale armonia [in Rete si trovano ancora vecchi video che ne danno conferma]. «Nessuno discriminava o si relazionava con gli altri in base alla religione. Tutti sottostavano alla legge, senza eccezioni.»


«Già nel 2009, un gruppo di stranieri, per lo più provenienti da paesi del Golfo, e stranamente indifferenti al nostro patrimonio turistico, era arrivato a Maaloula. Sembravano interessati - ricostruisce il sindaco a posteriori - a mappare i punti strategici della zona».


Quando, nel 2011, i canali televisivi cominciano a raccontare delle cosiddette “primavere arabe” in Tunisia, in Egitto, in Libia, e a preconizzare una stagione di rivolte anche in Siria, i siriani non ci credono. «Sapevano di vivere in condizioni migliori rispetto agli altri paesi coinvolti. I rapporti tra i vari gruppi religiosi ed etnici erano ottimi, e quindi tutti pensavano non ci fossero i presupposti perché si infiltrassero gli estremismi.»


E invece i disordini arrivano anche in Siria, e a Maaloula, come in molti altri villaggi, i cittadini preoccupati organizzano pattuglie per proteggere il paese.


È una sera di marzo quando una di queste ronde nota due automobili di forestieri aggirarsi in modo sospetto per le strade e allerta la polizia locale. Quando un agente cerca di fermarli per un controllo, gli uomini a bordo l’investono, poi scendono e cominciano a sparare in tutte le direzioni, contro le case e contro i cittadini che stazionano nella piazza. Infine, mentre se ne vanno, incontrano una macchina che scambiano per quella del sindaco e uccidono a sangue freddo l’uomo al volante.


In una comunità così piccola, in cui tutti conoscono tutti, non sfugge all’attenzione che dopo questo episodio alcuni cittadini mostrino un improvviso e inspiegabile miglioramento nel tenore di vita; cominciano a costruire grandi case, ad arredarle lussuosamente, a comprarsi auto nuove. «Evidentemente» commenta al-Chaeer «ricevevano soldi da qualcuno, probabilmente dall’estero. E questi soldi gli venivano versati per uno scopo specifico, perché nessuno regala denaro per niente.»


Questi stessi cittadini, molti dei quali hanno parenti negli stati del Golfo, cominciano ben presto ad assumere atteggiamenti provocatori, ad accusare il sindaco, cristiano, di discriminazioni contro i musulmani e ad adottare un linguaggio settario. In sfregio alla legge si mettono a costruire case senza permesso; sulle proprietà altrui, sulla proprietà pubblica, persino nella parte più antica della città, protetta dall’Unesco.


Gli ingredienti ci sono già tutti: la violenza contro le forze dell’ordine, il disprezzo dello stato e delle leggi. «Non riconosciamo lo stato, non riconosciamo la legge, non riconosciamo il sindaco. Lo stato siamo noi e abbiamo il diritto di costruire dove ci pare» rispondono queste persone ad al-Chaeer, che di fronte alle prime violenze cerca la strada del dialogo.


Ma quando iniziano a costruire in un punto panoramico di particolare interesse turistico, anche lui si rende conto che è necessario fermarli. Chiede l’aiuto di Damasco, che manda 200 poliziotti; chiede l’aiuto dello sceicco di Maaloula, ma senza alcun beneficio. I “ribelli” rispondono in modo sempre più aggressivo: attaccano il suo ufficio, danno fuoco alla sua casa, gli tendono un’imboscata. Al-Chaeer rifiuta l’intervento delle forze dell’ordine, temendo un’escalation della violenza. “Niente sarebbe più grave della morte di un mio concittadino” risponde al capo delle guardie, ed è consapevole che un incidente del genere farebbe conflagrare definitivamente il conflitto settario. Sceglie piuttosto di riparare a Damasco nella speranza che, lui distante, gli animi possano sbollire. A quel punto loro cercano di riattirarlo in paese, dove a sua insaputa hanno istituito un tribunale islamico, ma lui indovina le loro intenzioni e per telefono li invita a rivolgersi allo stato, se hanno richieste o lamentele. «Non riconosciamo lo stato» si sente rispondere.


Nel 2012 uno di loro viene arrestato con l’accusa di omicidio di un agente di polizia. Per reazione, la sua famiglia e i suoi gregari occupano tutta la parte nord del paese, compresi l’antichissima chiesa di Sergio e Bacco, l’hotel al-Safir, unica struttura a 4 stelle dell’area, e molte terre di proprietà della chiesa e di privati cittadini. L’hotel diventa il loro quartier generale, e il loro legame con il terrorismo si fa scoperto quando vi si insedia la leadership di al-Nusra.

 

 

Da questo hotel, che si trova sulla cima di un monte e da cui si gode di un’ottima visuale sul territorio circostante, i terroristi cominciano a pianificare l’attacco contro Maaloula e contro altri obiettivi nella zona.


La notte del 4 settembre 2013 un terrorista giordano si fa saltare al checkpoint presidiato da militari che si trova a due chilometri di distanza dal paese e che, precisa al-Chaeer, non era una postazione di attacco o di difesa dell’esercito, ma semplicemente un posto di blocco per controllare chi entrava e chi usciva. Non c’era alcuna presenza militare a Maaloula.


Dopo l’attentato, camionette cariche di terroristi entrano nel paese urlando: «Siamo venuti a rendere impossibile la vita ai Crociati [termine dispregiativo per indicare i cristiani, nel gergo jihadista]». I terroristi appartengono a ogni sorta di formazione estremista – per lo più ad al-Nusra e al Free Syrian Army, ma anche a Yabroud, Rankous, Hamas, Ahrar al-Sham, Ahfad al-Rasoul – e alle più svariate nazionalità: ceceni, uiguri, turkmeni, libici, sauditi, kuwaitiani, tunisini ecc. Ma per gli abitanti di Maaloula il dolore più grande è vederli accompagnati dai propri concittadini.


“La gente di Maaloula che era nel Free Syrian Army la conoscevamo personalmente. Prima erano dell’FSA, poi sono diventati di al-Nusra, e alcuni poi sono passati all’ISIS. È stato il Free Syrian Army a portare al-Nusra a Maaloula” dichiara a Eva Bartlett Naji Wahbi, sindaco nel 2016.


“Georgios ricorda di aver sbirciato dal suo balcone e di aver visto Mohamed Diab, Ossama Diab, Yasser Diab, Hossam Diab e Khaled Turkik Qutaiman – tutti di Maaloula – camminare per strada insieme a uomini vestiti in abiti afgano-pakistani. [...] ‘Conoscevamo i nostri concittadini musulmani da una vita’ dice Georgios, che è cattolico. ‘Sì, sapevamo che la famiglia Diab aveva idee piuttosto radicali, ma non avremmo mai pensato che potessero tradirci. Mangiavamo insieme a loro. Siamo un unico popolo’.”


Ogni anno, il 13 settembre a Maaloula si commemora il ritrovamento della croce di Gesù. All’epoca, la notizia fu trasmessa da un villaggio all’altro, da Gerusalemme fino a Costantinopoli, accendendo dei falò sulle montagne e ancora oggi gli abitanti di Maaloula rinnovano idealmente quel messaggio esibendosi in spettacolari girandole di fuoco ai piedi delle croci che sorvegliano il paese dall’alto.

 


La ricorrenza è stata celebrata dal 628 a oggi, puntualmente ogni anno. Tranne uno. Nel settembre 2013 venti uomini hanno tentato di raggiungere la cima del monte per tenere viva la tradizione, ma dieci di loro sono stati uccisi dai jihadisti e degli altri dieci non s’è saputo più nulla. Perché nel settembre 2013 il paese era nelle mani di al-Nusra e del Free Syrian Army. Otto mesi ci sono voluti per liberarlo; grazie alla valorosa resistenza della difesa civile locale, e il sacrificio di 200 soldati dell’esercito siriano, coadiuvato da Hezbollah.


In quei mesi, diversi cittadini di Maaloula sono stati uccisi per essersi rifiutati di convertirsi all’Islam. Altri sono stati rapiti. I corpi di cinque di loro sono stati ritrovati solo nell’aprile 2017, tre anni e mezzo dopo. Le case sottostanti l’hotel al-Safir sono state sventrate dai copertoni imbottiti di dinamite che i terroristi facevano rotolare lungo la montagna perché esplodessero a fine corsa. Dalle loro postazioni sopraelevate, i jihadisti sparavano per divertimento sui civili: sulle abitazioni, sui passanti, sulla coda che si formava la mattina davanti alla panetteria.


La parte più antica del paese è quella che si inerpica sul fianco della montagna, a destra della piazza principale. Qui si trovano case che risalgono a 1.500 anni fa. «Gli abitanti di Maaloula erano cristiani prima ancora che nascesse il cristianesimo» ci dice sorridendo Abdo Haddad, un cittadino di Maaloula che è rientrato dall’estero nel 2011 apposta per difendere il proprio Paese. La lunga storia di questo villaggio è costellata di aggressioni e di conflitti religiosi, ci spiega, e l’architettura testimonia di una secolare esigenza di protezione: sotto le case si aprono cunicoli sotterranei, tra le mura corrono vicoli angusti, dietro le stanze si nascondono minuscole grotte in cui gli antichi abitanti allestivano chiese clandestine. Egiziani, romani, greci, ottomani... 3000 anni di dominazioni successive hanno cercato di sopraffare questa piccola comunità, ma la sopravvivenza dell’aramaico è il segno della forza della sua identità e della sua cultura, dice ancora Haddad.

La necessità di difesa è stata un ulteriore collante, considerato che i passaggi tra le case sono chiusi da porte, a proteggere eventuali fughe, le cui chiavi nelle situazioni di emergenza vengono messe a disposizione di tutti. «Noi non siamo proprietari fino in fondo delle nostre case, le nostre case appartengono alla collettività» spiega Haddad.


Nel 2013 il conto delle vittime sarebbe stato molto più alto se le case di Maaloula non fossero state costruite con questi criteri. E se donne, anziani e bambini non fossero stati tempestivamente portati in salvo attraverso l’antico sistema fognario.


Oggi molte di queste case antiche sono ridotte a cumuli di macerie. Erano costruite senza cemento; le mura di argilla e pietre erano puntellate da cunei di legno, e sono franate negli incendi appiccati dai terroristi. Questi cumuli sono custoditi gelosamente dagli abitanti, che intendono riedificare ciò che è stato distrutto con gli stessi materiali di cui era composto. È un modo per estirpare dalla memoria collettiva l’orrore che ha devastato il paese per otto lunghi mesi, ma è anche la risposta più efficace alla volontà iconoclasta di un’orda barbara che ha puntato a cancellare la storia di un’intera nazione, per offrire un territorio annichilito e desertificato a chi ne attendeva il crollo appena oltre la porta.


Sarà un’impresa non da poco. «Mancano i soldi, ma più ancora manca il tempo, per chi lavora» dice Haddad «ma le case devono essere ricostruite, altrimenti i terroristi avranno raggiunto il loro scopo.»


Iconoclasta l’orda barbara a Maaloula lo è stata a livelli inimmaginabili, distruggendo tutto quello che non è riuscita a trafugare per rivenderlo ai trafficanti d’arte; spaccando a metà l’altare più antico del mondo; abbattendo la statua del Gesù, che riproduce quella di Rio de Janeiro; distruggendo la statua della Madonna, l’icona più rappresentativa del paese; sparando alle immagini sacre, spezzando le croci, devastando e dando alle fiamme il convento di Santa Tecla e la chiesa di Sergio e Bacco, la più antica del Medio Oriente. Giocando a calcio con le teste di cadaveri dissotterrati. “Distruggeremo la capitale del cristianesimo”, gridavano dall’hotel in cui si erano asserragliati.


Oggi, le processioni che il 13 settembre si snodano tra le case prima di inerpicarsi fino in cima alla montagna, rispondono scandendo slogan di vittoria: “Siamo cristiani, voi ve ne siete andati e noi siamo qui”, “Queste antiche pietre parlano aramaico”, “Per i nostri martiri oggi esistiamo e celebriamo”.


Ogni giorno, ci spiega Abdo Haddad, centinaia di persone di tutte le religioni, nazionalità e condizioni sociali venivano al santuario per chiedere l’intercessione di Santa Tecla. Ci venivano persino gli uomini che avrebbero poi tradito Maaloula. «Ma questo non è bastato a proteggerlo. Non solo perché erano pagati, ma anche perché erano stati indottrinati e addestrati ad aggredire e uccidere chiunque non fosse d’accordo con loro, musulmani compresi. In Siria sappiamo bene che non stiamo combattendo solo contro un fanatismo religioso, ma anche contro chi l’ha creato, chi l’ha finanziato e chi ha manipolato gente di tutto il mondo, per mezzo della politica e dei servizi segreti. Sappiamo chi sono i nostri nemici e li combattiamo secondo i nostri principi, non i loro. Perché se li combattessimo secondo i loro principi diventeremmo altrettanto spregevoli. Noi siamo persone d’onore, e agiamo onestamente. È questo che ha dimostrato la guerra in Siria. Per quanto sia forte la propaganda contro il nostro popolo e contro il nostro governo, i nostri nemici non sono in grado di dimostrare niente e si limitano a ripetere notizie false finché la gente non comincia a crederci. Ma non hanno mai prodotto prove, di nessun genere. Se osservi come il nostro governo sta trattando la gente in Siria, anche quella che gli è avversa, ti rendi conto che questo è un vero stato e questi sono veri uomini di stato. Al contrario di quelli che stanno con l’opposizione, il cui unico obiettivo è impadronirsi del potere, anche a costo di distruggere il Paese.»


La risposta di Maaloula e della Siria alla guerra settaria è il rifiuto di assumere le divisioni che i nemici hanno cercato di imporre. Quando il governo ha chiesto ai cittadini di Maaloula assediati dagli islamisti se volessero formare una milizia cristiana, questi hanno risposto che ce l’avevano già un esercito: l’esercito arabo siriano.

 

 

Dani Milaneh ha 26 anni. L’11 novembre 2012, mentre prestava servizio nell’esercito a Zamalka, nella Ghouta, un cecchino gli ha sparato al petto. Il proiettile è entrato e uscito, ma ha danneggiato la spina dorsale facendogli perdere l’uso delle gambe. Aveva solo 19 anni.

 

 

Oggi Dani ha fondato un’associazione per aiutare altri compagni d’armi resi invalidi dalla guerra. L’associazione si chiama “La tua ferita, il nostro onore” e tra gli ostacoli più insormontabili che si trova ad affrontare ci sono le sanzioni imposte dai nostri governi, che rendono molto costosi, nonché difficili da reperire, materiali sanitari e ortopedici.


È la seconda volta che entro nella sua casa e per la seconda volta lo trovo circondato da famigliari, mentre gli amici aspettano fuori che ce ne andiamo per uscire con lui. Se Maaloula è un’immagine in piccolo della Siria, la casa di Dani è una miniatura di Maaloula: trasmette il senso di una società coesa, di legami affettivi forti, di sincera condivisione delle difficoltà e delle gioie quotidiane. Uno spettacolo inedito per me, occidentale.


Questa coesione deve rendere ancora più bruciante per Dani la ferita inferta dal tradimento dei suoi concittadini. Se la furia dei jihadisti si proponeva di cancellare la storia e con essa l’identità dei siriani, altrettanto distruttivo è stato questo insinuare la diffidenza all’interno di comunità affiatate. Perché le ripercussioni del tradimento rischiano di sopravvivere alle macerie con cui auspicabilmente i cittadini di Maaloula rierigeranno presto le loro case; la fiducia nel prossimo non è altrettanto facile da ricostruire.


Ma di quanto sia importante ricucire lo strappo e recuperare la perduta armonia i siriani sembrano ben consapevoli, e tale consapevolezza emerge in modo palese dalle parole di Dani. La sua percezione degli eventi di Maaloula e della Siria corre sul filo di questo netto spartiacque, ed entra curiosamente in contrasto con le letture che noi europei insistiamo a proporgli.


Siamo in parecchi nel suo salottino. C’è qualche giornalista, qualche attivista, qualche visitatore comune: tutti occidentali, quasi tutti europei.


E, da europei, noi questo dolore, questa perdita, sembriamo non comprenderli. Nelle nostre domande incalzanti i termini che ricorrono più frequentemente sono “rifugiati”, “cristiani”, musulmani”, quasi volessimo rintuzzare presunte ostilità che con saggezza, ma non senza sofferenza, i siriani hanno scelto di respingere. La conversazione lascia in bocca un vago sapore di déjà vu. Sento riecheggiare nella mia mente le parole dell’ex sindaco Ibrahim al-Chaeer: «Alcune famiglie […] cominciarono ad adottare un linguaggio settario».


Ma Dani ha le idee molto chiare e le nostre insinuazioni si infrangono contro il suo pensiero adamantino. Respinge puntualmente ogni tentativo di tracciare confini sulla base delle appartenenze etniche o religiose, perfino quando questo significa rinunciare al sostegno morale dei cristiani europei. La contrapposizione tra Siria e Occidente nella sua testa è lucidamente più significativa della presunta comunione delle loro chiese.


«Una congregazione di preti il mese scorso mi ha proposto: perché non chiedi sostegno direttamente ai cristiani in Europa? La mia risposta è stata: che i cristiani in Europa badino alle proprie faccende.» E Abdo Haddad, che si è prestato a farci da interprete, aggiunge: «Questa risposta dà la misura di quanto siamo delusi, in quanto siriani, prima che cristiani». Quando viene citata Mhardeh, loro rispondono: «Non si tratta solo di Mhardeh. Non sono stati solo i cristiani le vittime. Questa non è stata la prima volta e sappiamo che non sarà l’ultima. Ai media non interessano le nostre vite, il nostro sangue, le nostre tragedie. A loro interessano solo i progetti politici a cui sono asserviti».


Quando gli viene chiesto di mandare un messaggio ai cristiani in Germania, Dani risponde ai tedeschi tutti: «I vostri media stanno raccontando falsità, ricevete informazioni distorte. In questo senso, siete vittime anche voi. Ma se credete ai vostri media diventate allo stesso tempo complici. Vi esorto a cercare la verità, personalmente e direttamente dalle fonti».


«In Siria siamo tutti siriani» dice Haddad. «Il cristianesimo è una fede. Noi crediamo in Gesù, ma Gesù non è il primo ministro. Noi siriani, e noi di Maaloula, siamo stati attaccati proprio perché crediamo anche nello stato. Anche altri gruppi religiosi sono stati presi di mira da questi estremisti che si sono fatti strumenti dei wahabiti e dell’Occidente. Parlare del conflitto come se fosse una guerra tra cristiani e musulmani è un’offesa ai nostri martiri. Di sicuro è quello che vogliono i nostri nemici. E a Maaloula avremmo potuto accontentarli. Invece, se andate a vedere le proprietà delle famiglie musulmane di Maaloula, scoprirete che non è stato toccato niente. La moschea è ancora intatta, con tutti i suoi tappeti e gli arredi; non è stata danneggiata come sono state danneggiate le nostre chiese e le nostre case. Ciò che conta è chi siamo noi, non chi sono loro o chi loro vogliono che noi siamo. Noi agiamo da siriani e la fede ci rafforza in questo. Gesù ci aiuta a essere più siriani.»


Ma noi insistiamo. È la mia volta, quando chiedo a Dani un commento sui curdi. Nella mia testa la parola “curdi” è sinonimo di SDF e identifica un esercito di traditori arroccati in quel fantomatico “Rojava” per cui battono tanti, troppi cuori europei. Ma sbaglio. Perché qui in Siria i curdi non sono affatto solo i traditori del “Rojava”, ma sono innanzitutto una delle tante etnie con cui prima del 2011 si conviveva serenamente, in quel mosaico che era e che deve tornare a essere la grandezza della Siria. «Ci sono molti curdi nell’esercito siriano, combattevano al mio fianco» risponde Dani. «Poi ce ne sono alcuni che coltivano fantasie che mai si avvereranno.»


«I soldati dell’esercito siriano sono di ogni ceto e di ogni religione: sciiti, sunniti, drusi, cristiani…» aggiunge. Sulla narrazione di una presunta guerra civile, risponde: «Abbiamo combattuto per le nostre convinzioni, quando tutti volevano che andassimo nella direzione opposta. Ma noi siamo rimasti fedeli alla difesa della nazione, non siamo caduti nella trappola della guerra settaria».


Le domande si spostano sulle nostre preoccupazioni per l’“invasione” dei profughi e per il pericolo che tra questi profughi si nascondano i jihadisti. Il che, tra l’altro, è un timore fondato. I terroristi di Maaloula hanno riparato in Europa. E a Maaloula sanno esattamente in quali città vivono oggi. Vorrebbero denunciarli, trascinarli nei nostri tribunali, ma dalle nostre parti questi processi sono ancora notizie sporadiche.


«Fin dall’inizio di questa crisi, il nostro Presidente vi ha avvisato di smettere di mandare terroristi in Siria, perché questo terrorismo sarebbe tornato a voi. E aveva ragione. Da voi ora ci sono molti estremisti; risiedono nelle vostre comunità e sono una bomba a orologeria che nessuno sa quando esploderà. Voi avete sostenuto il terrorismo e ora dovete trovare da soli la soluzione». Ma è ben chiaro a tutti che ai nostri governi manca la volontà di combatterlo, il terrorismo. «Quando Raqqa è stata “liberata” dai curdi e dagli americani, molti elicotteri sono arrivati per salvare i capi dell’ISIS e portarli in altre parti della Siria o in Iraq. Questo è stato mostrato, è girato sui media, ma poi è stato dimenticato in una decina di giorni. FSA, ISIS, al-Nusra e tutte le altre sigle e denominazioni hanno tutti preso parte alle atrocità contro il popolo siriano e sono tutti terroristi; cambiano solo i nomi, ma hanno tutti lo stesso modus operandi.»


Come possono dunque i nostri governi ora voler davvero aiutare i rifugiati «quando hanno appoggiato gruppi estremisti che combattono contro i diritti dei musulmani nel mondo? Il nostro presidente, che i vostri governi e i vostri media accusano di essere un criminale, ci garantisce il diritto di professare apertamente la nostra religione.»


Dani confida nella piena vittoria dell’esercito siriano: «Dopo che Idlib e il nord della Siria saranno liberati, tutti gli occupanti – americani, israeliani, inglesi, francesi, turchi… – verranno cacciati fuori dalla Siria. Fino all’ultimo centimetro, come ha detto il nostro Presidente. O con la politica, o con le armi».


«A dispetto di tutte le sanzioni, trionferemo. Noi siamo nel giusto e Dio sta con chi è nel giusto» conclude lapidario.

 

 

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