Perché gli Stati Uniti potrebbero perdere la guerra contro la Corea del Nord

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PICCOLE NOTE


La guerra contro la Corea del Nord? «Non è affatto detto che gli Usa vincerebbero», questa l’affermazione sorprendente di Peter J. Hayes, direttore del think-tank Nautilus  che ha sede a Berkeley e docente del Center for international security studies di Sidney, in un’intervista pubblicata sulla Repubblica del 16 settembre.


 

E spiega: «Diciamo che un attacco preventivo [degli Stati Uniti ndr] sarebbe un viatico ad un conflitto in cui ambedue le Coree verrebbero largamente distrutte. Si potrebbe a quel punto immaginare un coinvolgimento di Giappone e Australia, a maggior ragione della Cina, e non si può escludere un’opzione nucleare. Data l’immensità di un tale conflitto e la possibilità della partecipazione della Cina, non è affatto detto che gli Usa vincerebbero una tale guerra».
 

Prospettiva disastrosa, quindi, quella di un attacco preventivo. Eppure gli Stati Uniti, in risposta ai test e alle provocazioni di Pyongyang, non riescono a far altro che rispondere con il vano, quanto pericoloso, esercizio dell’ esibizione muscolare (ieri hanno effettuato un bombardamento con ordigni da esercitazione – di cemento – ai confini della Corea del Nord). Creando una situazione di stallo che sembra imprigionare i due contendenti in una danza macabra.
 

Una ricetta per uscire fuori da questo pericoloso tunnel dell’orrore la indica Hayes: «Bisogna mettere in piedi un Consiglio per la sicurezza del nordest asiatico con i principali protagonisti della crisi, dopodiché mettere fine alle sanzioni e dichiarare la reciproca non ostilità».

 

«Infine sostenere la Corea del Nord in termini economici ed energetici, ma anche in termini di comunicazioni, logistica, mobilità e network finanziari e creare un’area nuclear free e trattare su questa base ogni minaccia atomica secondo un concetto che tutte le parti siano trattate su uguali basi, compresa Pyongyang. La premessa è che gli Stati Uniti si sono presi carico della sicurezza globale e regionale».
 

Abbiamo riportato la ricetta di Hayes per darne conto come ipotesi percorribile. Ma se l’idea di un Consiglio che si faccia carico della sicurezza della regione è più che condivisibile, meno condivisibile è la premessa su cui si basa.

La Cina non potrà mai accettare che la premessa alla stabilizzazione dell’area sia quella di riconoscere agli Stati Uniti il ruolo di garanti della pace del sudest asiatico, area in cui proietta la sua influenza e sulla quale ha interessi di vitale importanza.
 

Peraltro, di fatto, non va dimenticato che Washington si è già ampiamente immedesimata nel ruolo di “gendarme del mondo” negli anni della follia neocon e con esiti più che disastrosi.
 

Abbiamo riportato l’opinione di Hayes  perché indicativa del vizio di fondo di tanta élite occidentale (pure in buona fede) che resta ancorato alla visione di un mondo dominato da una sola potenza globale. Idea che non tiene conto delle proiezioni globali della Cina e della Russia, ormai del tutto evidenti.
 

Un vizio che non solo impedisce di trovare soluzioni alle crisi internazionali, ma acuisce le contraddizioni e i conflitti.
 

Peraltro porta a fare dell’Onu, nata proprio per risolvere tali criticità, un’assise del tutto inutile se non subordinata agli interessi degli Usa (vedi la guerra in Iraq, legittimata dalle Nazioni Unite dopo la bizzarra dimostrazione dell’esistenza delle armi di distruzione di massa nel Paese).
 

Tale mancanza di realismo e di prospettiva non è un bene per la pace del mondo.

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