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Rivelazioni clamorose sull’assassinio Kennedy. Parla Stephen Jaffe, membro del team di Garrison che riaprì il caso nel 1967

 


di Michele Metta
 

Molti anni fa, fu presentata la versione italiana di Farewell America. Si tratta– lo si comprenderà ancor meglio grazie alle rivelazioni esclusive che sto qui per fare ai lettori de L’AntiDiplomatico – d’un libro dalla storia estremamente particolare, e per vari versi accostabile a quella di un’altra opera: Questo è Cefis, volume uscito per una misteriosa Casa editrice, ufficialmente scritto da un altrettanto misterioso Giorgio Steimetz, e fatto in fretta e furia sparire dalla circolazione perché contenente rivelazioni enormi e compromettenti circa Eugenio Cefis e l’assassinio d’Enrico Mattei. Anche Farewell America, con il titolo di L’America brucia, uscì da noi per i tipi d’un editore misterioso; ne era autore il misterioso James Hepburn; conteneva rivelazioni scottantissime sull’assassinio di John Kennedy, e sparì prestissimo dagli scaffali delle librerie italiane. Ecco, dunque, la ragione e la necessità di ripubblicarlo nel 2012, a cura della saggista Stefania Limiti, che infatti è anche la curatrice, in appendice, d’una preziosa intervista a William Turner. Si tratta – attenzione – d’un componente del team di Jim Garrison, il Procuratore distrettuale di New Orleans grazie al cui coraggio, nel 1967, si riapre l’inchiesta sulla morte di JFK, approdando a risultati così densi di verità da essere poi fatta oggetto dell’elogiatissimo film diretto dall’eccellente Oliver Stone. Intervista nella quale Turner confidava alla Limiti di come il contenuto di Farewell America fosse finito proprio sulla scrivania di Garrison, e che terminata la lettura da parte del Procuratore, era a questi stata fatta pervenire la richiesta di mandare a Parigi un membro del suo staff per approfondire questioni assai importanti. Ci sarebbe andato volentieri lo stesso Turner, ma era alle prese con impegni davvero irrinunciabili. Era dunque stato mandato un altro collaboratore di Garrison: Stephen Jaffe. Jaffe il quale sono riuscito a contattare, e che dopo aver visionato il mio documentario sull’assassinio di JFK, ha con cortesia accettato di rispondere ad alcune domande. Gesto ancor più apprezzabile, visto che le rivelazioni contenute nelle sue risposte saranno oggetto d’una sua opera tutt’ora inedita. Il primo passo, è stato obbligatoriamente chiedergli a proposito d’un affascinante momento descritto da Turner di quella trasferta parigina: de Gaulle in persona, il celeberrimo Presidente francese, aveva infatti consegnato a Jaffe un biglietto recante, di pugno, la frase: Je suis très sensible a la confiance que vous m’exprimez. Parole d’indubbio apprezzamento verso sia Jaffe che Garrison. Ecco cosa Jaffe ha risposto:

 

La storia è vera. Il generale de Gaulle mi ha dato personalmente quel suo biglietto con su scritte quelle parole. Lo fece in risposta alla mia richiesta d’avere una qualche prova del nostro incontro. Avevo bisogno di dimostrarlo al mio capo, Garrison.

 

Viaggio, questo di Jaffe, oltretutto estremamente rischioso ed avventuroso:

 

Eravamo strettamente sorvegliati dalla nostra stessa CIA. Stavano tenendo sotto controllo i miei movimenti, ma ebbero problemi a starmi dietro a Parigi.

 

Ciò non di meno, Jaffe dimostra di ricordare quella sua esperienza europea con piacere:

 

È stato un viaggio durante il quale ho ottenuto alcuni elementi preziosi per la nostra indagine.

 

Passati, quindi, a Farewell America, il racconto di Jaffe s’è fatto ricco di dettagli davvero uno più accattivante dell’altro. Eccoli:

 

M’era stato chiesto di dare una mano con la pubblicazione di quel libro, Farewell America, che in origine si chiamava America Burns. Alla persona che ne fu l’editore, avevo invece suggerito il titolo Farewell America. Era in realtà un titolo che Garrison aveva intenzione d’usare per il suo libro. L’autore era in verità un insieme di persone che lavoravano insieme per l’Intelligence francese. Mi fu offerto d’essere io stesso l’editore per gli Stati Uniti, ma mi rifiutai d’essere coinvolto perché sarebbe stato immorale per me, in qualità di rappresentante del Procuratore distrettuale di New Orleans, Garrison, essere protagonista d’una simile impresa commerciale. Ho raccomandato l’editore per il quale Turner ha lavorato, Ramparts Magazine. È così che il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti, ma ho rifiutato denaro da ciò per motivi etici. M’avevano spedito [in regalo] 10.000 copie del libro, ma mi sono rifiutato persino di ritirarle al molo di Long Beach. Questo è stato il mio livello di rigore nell’operare come membro dello staff di Garrison.

 

Ma l’elemento senza dubbio più clamoroso di tutti arriva in coda, ed è a proposito dell’accenno fatto da Turner alla Limiti circa una riunione top-secret tra Garrison e Robert Fitzgerald Kennedy.

Da Jaffe, m’è giunta ben più che una conferma: era stato Jaffe stesso, infatti, ad organizzare quello straordinario meeting, e lo scopo apre indubbiamente nuovi scenari sul movente dell’assassinio di RFK. Ecco le sue parole:

 

Prima di quell’incontro, ho avuto un contatto da un caro amico della famiglia Kennedy che mi ha chiesto d’organizzare la riunione. Abbiamo anche avuto aiuto da un altro senatore degli Stati Uniti. RFK disse a Garrison a New York, in quell’incontro molto confidenziale, che avrebbe riaperto le indagini sull’assassinio del presidente Kennedy, ma solo dopo essere stato eletto presidente. Solo con quel potere, aveva spiegato, avrebbe potuto farlo.

 

Frase, quest’ultima di Jaffe, da far tremare i polsi, se unita a quanto dichiarato in occasione del cinquantenario di Dallas dal figlio di Robert Kennedy, l’ambientalista ed attivista Robert Fitzgerald Kennedy Jr.:

 

Mio padre credeva che la Commissione Warren fosse solo paccottiglia infiocchettata. Pubblicamente, sosteneva le conclusioni della Commissione Warren, ma in privato le disprezzava. Mio padre era convinto che fosse coinvolto qualcun altro. Ritengo che le prove attuali siano molto, molto convincenti nel dirci che non s’è trattato d’uno sparatore solitario.

 

Polsi che ancor di più tremano se, al tutto, sommiamo pure quanto scritto sempre dal nipote di JFK nel proprio ultimo libro recentissimamente pubblicato, ed intitolato American values:

 

[L’Agente della CIA] Howard Hunt ha detto a suo figlio che incontrò i principali agenti anti-castristi della CIA Frank Sturgis e David Morales in una sede segreta della CIA a Miami per discutere del “grande evento” poco prima della sua esecuzione: un piano per uccidere Jack.

Il giorno in cui lo zio Jack fu assassinato, Fidel Castro s’era incontrato con Jean Daniel nel suo palazzo presidenziale estivo a Varadero Beach [in un quadro d’incontri segreti per giungere, dietro impulso dello stesso JFK, ad una riappacificazione tra Cuba e Stati Uniti]. Alle 13, avevano ricevuto una telefonata con le notizie che aveva sparato a Jack. “Es una mala noticia”, si disse Castro. Quindi, rivolgendosi a Daniel, “Questo mette fine alla tua missione di pace. Tutto cambierà”. Quando arrivò la notizia venti minuti dopo che Jack era morto, Castro la definì “una catastrofe”. Poi chiese a Daniel: “Che tipo è Lyndon Johnson? Che autorità ha sulla CIA?” Sentendo che le autorità americane erano alla ricerca d’un sospetto, Castro disse a Daniel: “Aspetta e vedrai: li conosco, cercheranno di dare la colpa a noi per questa cosa”. E aveva ragione. Secondo gli inquirenti dell’House Select Committee on Assassinations, gli agenti della Divisione dell’emisfero occidentale della CIA, immediatamente dopo l’assassinio di Jack, promossero prove - in seguito dimostratesi false - suggerendo che fosse stato Castro ad orchestrare l’assassinio del presidente Kennedy. La Commissione senatoriale d’inchiesta Church, che indagò sull’assassinio per due anni dal 1975 al ’77, concluse che Cuba non aveva nulla a che fare con l’omicidio di Jack. Dan Hardway, un avvocato che ha lavorato come investigatore per il Comitato della Camera, mi ha detto che la fonte di praticamente ogni storia che incolpava Castro era collegata al capo dell'emisfero occidentale della CIA e al guru della propaganda, David Atlee Phillips.

 

Questo, significa decisamente che il figlio di Robert Kennedy sta, circa l’assassinio di JFK, puntando il proprio dito contro la Central Intelligence Agency. CIA che, infatti, torna anche in un altro passaggio di American values. Questo:

 

[L’ex capo della Central Intelligence Agency] Allen Dulles aveva detto ad un giovane scrittore nel 1965, “Quel piccolo Kennedy, pensava d’essere un dio”. LBJ avrebbe poi scelto Dulles quale membro della Commissione Warren che ha investigato sull’assassinio di Jack, scelta curiosa nel mentre c’erano degli statunitensi, compreso mio padre, che sospettavano un coinvolgimento della CIA nell’assassinio di JFK.

 

CIA che – concludo – infine torna pure in un’altra frase affidatami da Jaffe, questa volta proprio a commento del documentario da me realizzato quale sintesi della mia inchiesta. Inchiesta che certamente mostra i collegamenti tra la CIA ed il Centro Mondiale Commerciale, la struttura italiana per cui lavorò Clay Shaw, persona incriminata da Garrison appunto quale partecipante alla cospirazione che uccise John Kennedy; ma mostra anche, grazie alle mie carte esclusive, i collegamenti tra il CMC e la successiva Strategia della Tensione. Ecco la frase, della quale vivamente lo ringrazio:

 

Contiene un sacco di punti davvero interessanti, soprattutto su Clay Shaw, i cui legami con la CIA sono a questo punto provati al di là di qualunque ragionevole dubbio.

 

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