"Siamo fantasmi senza diritti". Il grido di dolore di 7 mila tirocinanti calabresi abbandonati dalle istituzioni


di Leo Essen 


In Calabria ci sono 7.000 mila tirocinanti. Si tratta perlopiù di persone come Graziella Rotundo, giovani o meno giovani, genitori in famiglie mono-reddito, dove il sussidio del tirocinio, che ammonta a 500 euro mensili erogati come rimborso spesa, è l’unica fonte di reddito. 

«Siamo persone  confinate in un conclamato limbo di precarietà e incertezza – dice Graziella Rotundo. Dopo anni di precarietà presso Enti Pubblici e Privati e presso Ministeri (Giustizia, Miur, Mibact), dice, non vediamo alcuna prospettiva concreta di lavoro vero, effettivo, con tanto di contributi previdenziali e tasse versate all’Erario. I vertici dell'amministrazione regionale si sono fatti vivi solo in occasione delle elezione, con le solite promesse di stabilizzazione. Poi sono spariti. Anche le promesse di internalizzazione, dice, si sono sempre risolte in un nulla di fatto. Siamo fantasmi, dice Graziella, senza diritti, senza una paga regolare, senza una funzione, senza la possibilità di poter esprimere l’appartenenza a un ambito produttivo. Abbiamo supplito alle mancanze di organico negli enti in cui siamo stati impiegati, abbiamo svolto il lavoro e svolto le mansione di tutti i lavoratori che l’amministrazione periferica e centrale in questi anni si è vista bene dall’assumere. La beffa, dice, è che nessuno vuole nemmeno riconoscerci l’esperienza maturata in questi anni, tale da farla valere in un eventuale concorso.»

Nell'ultimo mese i 7.000 tirocinanti calabresi hanno messo in atto diverse azioni di protesta. Supportati dal Sindacato il 2 ottobre scorso a Lamezia Terme hanno manifestato bloccando una strada di collegamento per Catanzaro. Ad agosto una analoga manifestazione si era tenuta a Cosenza, in Piazza XV Marzo, strappando la promessa a Franco Iacucci, Presidente della Provincia, di un incontro con in 150 sindaci della provincia, promessa risolta in nulla di fatto.

Nonostante le azioni di protesta la situazione di queste persone sembra essere arrivata al capolinea. Secondo quanto riportato da Rtv (reggiotv.it) l’Assessore al Lavoro, Sviluppo economico e Turismo, Fausto Orsomarso, ha dichiarato che la regione Calabria ha interesse a stabilizzare solo e soltanto i precari regionali storici, ed è intenzionata a decretare la fine delle politiche attive per i circa 7.000 tirocinanti calabresi. 

La loro vertenza, in un gioco di scarica barili, è rimessa esclusivamente alla competenza statale. È lo Stato che dovrà farsi carico della vertenza – la Regione si tira fuori. 

Dopo aver formato questi lavoratori con le politiche attive, adesso li si ributta sul mercato come disoccupati. Si incamerano nuovi candidati da formare, altra forza lavora che verrà istruita e ributtata sul mercato, come se il mercato, per magia, fosse capace di assorbire qualsiasi numero di lavoratori – purché formati. 

È l’inferno delle politiche attive del lavoro, della Flexicurity, del modello danese in salsa italiota. Il teorema è noto, il lavoro c’è, la domanda c’è, è l’offerta che è insufficiente, sono i potenziali lavoratori a non essere formati a dovere, sono le persone a essere prive di skills e panzane varie. Ogni tanto in televisione fanno vedere un barbiere o un falegname che non trovano apprendisti, manco a pagarli oro – è la solita politica Esemplare della TV: farne vedere uno e farli sembrare cento mila. 

Se si guarda il rapporto sui neo-diplomati, appena pubblicato da Eduscopio.it per la Fondazione Agnelli, si scopre che la formazione non è sufficiente per trovare un lavoro, che solo il 35% dei diplomati trova un’occupazione, che il 13.5% è sotto occupato, che il 33,3% trova un lavoro permanente, ma come apprendista, e solo il 17,2% trova un lavoro a temo indeterminato, mentre il 49,5% trova un lavoro temporaneo. Infine, solo il 32,3% di chi lavora, trova un lavoro coerente con con ciò che ha studiato, mentre il 48,8% trova un lavoro che non ha nulla a che fare con il ciclo di studi seguito; che ci sono giovani che attendo fino a 701 giorni, prima di trovare un’occupazione, e che il 30% di essi lo trova anche a più di 1.163  km di distanza – MILLE km di distanza da casa.

Ovviamente, il problema è dal lato dell’offerta, il problema, manco a dirlo, sono i lavoratori, che non sono formati, che stanno a casa con i genitori, che non studiano, non lavorano, non guardano la tv, non vanno al cinema, non fanno sport.

Quando studiano, invece, e si umiliano in una formazione che ha tutta l’aria di un lavoro in nero, sono accompagnati alla porta, con un bel calcio nel sedere.

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