Sui competenti, sul popolo e sui complotti. Un brano (di incredibile attualità) di "Fontamara"

Sui competenti, sul popolo e sui complotti. Un brano (di incredibile attualità) di "Fontamara"

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

 
«Per andare a Roma adesso ci vuole il passaporto» gridò Berardo. «Ogni giorno ne inventano un'altra».
 
«Perché?» domandò Baldissera. «Non è più dell'Italia?»

Il suo racconto fu molto confuso.”
 
Silone ci consegna questo racconto, e la sua intelligenza della storia, così diversa dalla teoria critica, dall’universalità dei valori, della competenza. Fa emergere una cosa semplice: che il popolo è ovviamente ignorante, non sa che cosa è un ribosoma etc. Ma coglie il nucleo di un provvedimento, l’essenza che sfugge ai salotti, agli intellettuali e anche a coloro che stabiliscono un provvedimento. Ne coglie il nucleo perché capisce COME MODIFICA la sua vita. Poi magari può esprimere il disagio in forma mitica, esasperata, complottista. Ma coglie il nucleo.
 
Il popolo coglie la proprietà essenziale di un fenomeno, anche ingannandosi su tutte le sue proprietà accidentali (questa distinzione non è di Heidegger o della scolastica, ma dei filosofi analitici). Lo coglie perché ne va di se: ne ha una comprensione pratica, sulla sua pelle.
 
Questa capacità ha anche un nome, e si chiama decodifica oppositiva, un concetto che sta alla base dei cultural studies (Stuart Hall, sia detto per i colti e per quelli che “hanno studiato), che sono l’opposto della teoria critica
 
Ecco qui un grande Silone, che mi è stato ricordato da alcuni amici.
 
 
«Per andare a Roma adesso ci vuole il passaporto» gridò Berardo. «Ogni giorno ne inventano un'altra».
 
«Perché?» domandò Baldissera. «Non è più dell'Italia?»
 
Il suo racconto fu molto confuso.
 
«Stavo alla stazione» disse. «Avevo fatto il biglietto. È entrata una pattuglia di carabinieri e han cominciato a domandare le carte a tutti, a chiedere le ragioni del viaggio. Io ho subito detto la verità e cioè che volevo andare a Cammarese per lavorare. Han risposto: "Bene, hai la tessera?». Che tessera? "Senza tessera non si lavora. «Ma che tessera?» Impossibile di avere una spiegazione chiara. Mi han fatto restituire il prezzo del biglietto e mi han messo fuori della stazione. Allora mi è venuta l'idea di andare a piedi fino alla stazione seguente e di prendere il treno di là. Appena fatto il biglietto, ecco due carabinieri. Dove vado? Dico, a Cammarese, per lavorare. Mi han domandato: «Fuori la tessera". E io, che tessera? Che c'entra la tessera? «Senza tessera non si può lavorare» , dicono "così è nel nuovo regolamento dell'emigrazione interna. «Ho cercato di convincerli che io non andavo a Cammarese per l'emigrazione interna, ma soltanto per lavorare. Però è stato tutto inutile. «Noi abbiamo degli ordini» hanno detto i carabinieri. «Senza tessera non possiamo permettere di salire in treno a nessun operaio che si trasferisca in altra regione per lavorare».
«Mi hanno fatto restituire il prezzo del biglietto e mi han messo fuori della stazione. Ma quella storia della tessera non mi andava giù. Sono entrato in una osteria e ho attaccato discorso con quelli che c'erano. «La tessera? Come, non sai che cos'è la tessera?» mi ha detto un carrettiere. «Durante la guerra non si parlava che di tessera». Ed eccomi nuovamente qui, dopo aver perduto la giornata».
 
Il più colpito dal racconto di Berardo fu il generale Baldissera che cercò fra le sue cartacce e tirò fuori un foglio stampato.
 
«Anche qui si parla di tessera» disse assai allarmato.
 
Infatti si parlava di tessera. La federazione dell'artigianato invitava perentoriamente il generale Baldissera a fornirsi della tessera di scarparo.
 
«Alcune settimane fa, anche Elvira ricevette una lettera simile» aggiunse Marietta. «Non c'è più libertà di lavoro. Le hanno scritto che se vuole continuare a esercitare l'arte della tintoria, deve pagare una tassa e fornirsi di tessera».
Questa coincidenza delle lettere arrivate a Fontamara e degli incidenti toccati a Berardo mi indussero ad avanzare il dubbio che probabilmente doveva trattarsi di una burla.
 
«Cosa c'entra il Governo con l'arte dello scarparo e del tintore?» dissi. «Cosa c'entra il Governo coi cafoni che vanno in cerca di lavoro da una provincia all'altra? I governanti hanno altro da pensare» dissi. «Questi sono affari privati. Solo in tempo di guerra si ammettono prepotenze simili. Ma adesso non siamo in guerra».
 
«Cosa ne sai tu?» mi interruppe il generale Baldissera. «Cosa ne sai tu se siamo in pace o in guerra?» Questa domanda ci impressionò tutti. «Se il Governo impone la tessera, vuol dire che siamo in guerra» continuò in tono lugubre il generale. «Contro chi la guerra?» chiese Berardo. «È possibile che siamo in guerra senza che se ne sappia nulla?» «Cosa ne sai tu?» riprese il generale. «Cosa ne vuoi sapere tu, cafone ignorante e senza terra? La guerra sono i cafoni che la combattono, ma sono le autorità che la dichiarano.
 
Quando scoppiò l'ultima guerra, a Fontamara sapeva qualcuno contro chi fosse? Pilato s'incaponiva a dire che fosse contro Menelik. Simpliciano affermava che fosse contro i Turchi. Solo molto più tardi si seppe che era soltanto contro Trento e Trieste. Ma ci sono state guerre che nessuno ha mai capito contro chi fossero. Una guerra è una cosa talmente complicata che un cafone non può mai capirla. Un cafone vede una piccolissima parte della guerra, per esempio la tessera, e questo lo impressiona. "Il cittadino" vede una parte molto più larga, le caserme, le fabbriche d'armi. Il re vede un intero paese. Solo Dio vede tutto».
 
«Le guerre e le epidemie» disse il vecchio Zompa, «sono invenzioni dei Governi per diminuire il numero dei cafoni. Si vede che adesso siamo di nuovo in troppi».
 
"Fontamara" è il primo romanzo di Ignazio Silone, pubblicato dapprima nel 1933 in lingua tedesca in Svizzera - dopo esser stato scritto nella Confederazione elvetica tra il 1929 e il 1931 - al tempo in cui l'autore era riparato all'estero per sfuggire alle persecuzioni del regime fascista

Vincenzo Costa

Vincenzo Costa

Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell’esperienza (biennio magistrale). Ha scritto molti saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri collettanei. Ha pubblicato 20 volumi, editato e co-editato molte traduzioni e volumi collettivi. Il suo ultimo lavoro è Psicologia fenomenologica (Els, Brescia 2018).

Cuba e i numeri Covid   di Francesco Santoianni Cuba e i numeri Covid

Cuba e i numeri Covid

Nuove punte di folle russofobia del Parlamento europeo di Marinella Mondaini Nuove punte di folle russofobia del Parlamento europeo

Nuove punte di folle russofobia del Parlamento europeo

I miliardari perdono soldi? È l'ultimo dei problemi per la Cina   di Bruno Guigue I miliardari perdono soldi? È l'ultimo dei problemi per la Cina

I miliardari perdono soldi? È l'ultimo dei problemi per la Cina

Alessandro Barbero spiega le ragioni del No al Green Pass di Thomas Fazi Alessandro Barbero spiega le ragioni del No al Green Pass

Alessandro Barbero spiega le ragioni del No al Green Pass

Green Pass e raccolta dati sensibili: perché tanto silenzio? di Giuseppe Masala Green Pass e raccolta dati sensibili: perché tanto silenzio?

Green Pass e raccolta dati sensibili: perché tanto silenzio?

Recovery Mes e lasciapassare: due facce della stessa medaglia di Gilberto Trombetta Recovery Mes e lasciapassare: due facce della stessa medaglia

Recovery Mes e lasciapassare: due facce della stessa medaglia

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti