Sultano oppure democristiano? La politica estera di Erdogan: specchio di un’Italia che non esiste più

Sultano oppure democristiano? La politica estera di Erdogan: specchio di un’Italia che non esiste più

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di Fulvio Bellini, studioso di questioni internazionali e geopolitiche. Collaboratore di "Cumpanis".  29 agosto 2022

 

Premessa: la scuola democristiana in politica estera

Nel 1911 il Regno d’Italia, fino ad allora frustrato dai fallimenti della sua politica di espansione coloniale, ad esempio sconfitto dall’Impero d’Etiopia nel 1896 nella famosa battaglia dell'Amba Alagi, attaccò in forze l’Impero Ottomano nella sua provincia della Tripolitania riportando una decisiva vittoria che diede vita alla colonia di Tripolitania, alla quale seguì quella della Cirenaica. In quel conflitto, il giovane regno d’Italia si dimostrò superiore in mare, impedendo alla flotta turca di raggiungere Tripoli, fece sfoggio per la prima volta di areoplani ad uso militare, fu allestito il primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala, grazie alla collaborazione niente meno che di Guglielmo Marconi in persona, infine il Regio Esercito utilizzò, sempre per la prima, volta autovetture e motociclette.

Un Paese in espansione industriale e tecnologica stava espellendo dal teatro mediterraneo il suo secolare dominus, quell’Impero Ottomano che, al contrario, mostrava a tutt’Europa il suo grado di debolezza e arretratezza. Il potere detenuto dai Sultani e accentrato nella loro corte non funzionava più, e gli occhi rapaci dei grandi imperi coloniali europei, in prima fila Gran Bretagna e Francia, ne trassero le opportune conseguenze, innanzitutto perché era pressoché certo che la Sublime Porta possedeva potenzialmente ricchissimi giacimenti di petrolio, in anni dove le macchine a vapore stavano cedendo il passo a quelle a combustione di olio. Ad esempio già dal 1901 le nuove corazzate Dreadnought della marina americana erano dotate di motori ad olio combustibile, più potenti e meno ingombranti delle caldaie a vapore, mentre la marina militare britannica, signora dei mari, adottò questi motori a partire proprio dal 1912. Insomma, come ci insegna la storia classica, la giovane e rampante Italia in occasione della campagna di Libia fu fonte d’ispirazione per coloro che poi organizzarono la Prima Guerra mondiale, gli stessi che fecero passare in secondo piano un fronte assolutamente strategico, quello tra l’Egitto “protetto” dagli inglesi e la penisola arabica ancora nelle mani dei turchi, e a tale proposito si consiglia sempre la visione del film del 1962 “Lawrence d’Arabia” con un magnifico Peter O’Toole.

Alla fine della Prima Guerra mondiale, i destini geopolitici di Italia e Turchia si incrociarono ancora. Umiliata dalla cosiddetta vittoria mutilata, l’Italia si rifece parzialmente ancora sui turchi, strappando loro Rodi e le isole del Dodecaneso nel 1923. Fino alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, la crescente influenza dell’Italia nel Mediterraneo fu sostanzialmente ottenuta su quella decrescente della Turchia, impegnata nella sua trasformazione dal vetusto Impero Ottomano nella Turchia moderna di Mustafa Kemal Atatürk. Nonostante la sconfitta militare italiana, il prodigioso boom economico degli anni Cinquanta e l’affermarsi dell’economia mista degli anni Sessanta, di fatto rilanciarono prestigio e influenza dell’Italia nel Mediterraneo, ad esempio esprimendo la politica di Enrico Mattei di apertura ai movimenti d’indipendenza nordafricani, come nel noto caso dell’Algeria. Al contrario dell’Italia, dal dopoguerra e fino agli inizi degli anni Novanta, la Turchia non fu mai in grado di rivaleggiare con la diplomazia italiana e con la sua scuola per una ragione precisa: nel secondo dopoguerra Ankara era considerata dalla NATO un fronte di primaria importanza nei confronti dell’URSS, e il controllo degli americani su quel Paese era particolarmente forte.

Quando la Turchia cercava di scrollarsi il pesantissimo giogo americano, il Paese veniva rimesso nella sua corretta posizione supina attraverso i classici colpi di stato militari, tanto in voga nell’America latina, e a tale proposito possiamo fare una veloce carrellata di presidenti, generali e golpisti: Cemal Gürsel capo dello Stato dal 1960 al 1966, il suo successore Cevdet Sunay dal 1966 al 1973, l’ammiraglio Fahri Sabit Korutürk dal 1973 al 1980 e infine il generale Ahmet Kenan Evren dal 1980 al 1989. Uomini forti al potere, ligi alle direttive indirizzate da Washington, quindi da Tel Aviv, e poco propensi, ad esempio, ad ascoltare le voci provenienti dal Medio Oriente, come quella dei palestinesi di Arafat. In sintesi, in quegli anni i turchi continuarono a fare i turchi, i gendarmi con lo sguardo truce degli americani e degli israeliani, suscitando poca simpatia nelle opinioni pubbliche del Medio Oriente e del Nord Africa, alle quali i generali turchi contemporanei non sembravano così diversi da quelli al servizio del sultano della Grande Guerra, Mehmet V, e che avevano tormentato i loro nonni. In Italia, invece, alla Farnesina si succedettero uomini di tutt’altra pasta, ad esempio i cavalli di razza dello scudocrociato Amintore Fanfani, Aldo Moro e Giulio Andreotti, nonché un fine intenditore della politica internazionale come Emilio Colombo. A differenza dei generali turchi, che anteponevano la bandiera a stelle e strisce a quella nazionale, i democristiani anteposero sempre lo scudocrociato prima e il tricolore poi alla bandiera USA. Lo abbiamo scritto in passati articoli, la diplomazia italiana cercò sempre di perseguire una terza via di equidistanza tra il padrone americano e l’“antagonista” sovietico, spesso appoggiando discretamente leader “rivoluzionari” del teatro mediterraneo come Arafat e Gheddafi.

Equidistanza discreta era la cifra della politica estera democristiana a capo di una scuola che diede importanti diplomatici a questo Paese, alcuni dei quali ci aiutano ancora oggi a raccontare barlumi di verità come Sergio Romano. In questo articolo parleremo quindi della Turchia di oggi, ma non solo sotto forma di analisi di un Paese che sta riappropriandosi del suo ruolo storico, ma come una nazione posta sul piatto della bilancia della geopolitica del Mediterraneo, mentre sull’altra si trova l’Italia. Abbiamo visto che nel corso del XX secolo il piatto italiano era estremamente più pesante e la bilancia pendeva a suo favore. Cercheremo di capire perché negli ultimi vent’anni la posizione dei due piatti si è invertita: oggi quello turco è clamorosamente più pesante di quello italiano.


Scissione tra significato e suono nella parola: chiave di lettura del confronto Turchia Italia

Mettiamo a confronto questi due titoli del Riformista, che hanno un valore dimostrativo di come la stampa percepisce Ankara e Roma oggi: il 29 giugno il giornale titola “Erdo?an pigliatutto, aiuta la Russia col grano ucraino e dice sì a Svezia e Finlandia nella Nato”, mentre l’8 luglio afferma “Tra Usa e Turchia, l’Europa sparisce: Roma provincia irrilevante di un impero al declino”. Questo secondo articolo contiene un passaggio interessante dal punto di vista della chiave d’analisi, enunciata però “col trucco” che sveliamo successivamente: “Il problema è che Draghi, nelle dichiarazioni in Parlamento e nelle parole spese in giro per il mondo, ha declinato in un senso altamente etico la guerra. L’ha descritta come uno scontro definitivo tra la democrazia e i nemici autocratici della società aperta. Solo alla luce di questa visione moralistica delle relazioni internazionali appare oggi stridente il disinvolto azzeramento degli imperativi etici per immergersi in un bagno turco dei principi del realismo… Dal telefono amico che concordò le tappe forzate della destituzione di Berlusconi alla sollecitazione che suggerì la rimozione di Conte dinanzi alla pioggia di miliardi provenienti da Bruxelles, la pressione delle cancellerie europee e degli imperatori d’oltreoceano è stata un fattore cruciale nei passaggi della vita politica italiana. La novità di questa fase è che, mentre Napolitano sentiva il comandante in capo ma poi ascoltava anche i piani di Sarkozy o Merkel che concordavano le strategie di un indispensabile e autonomo protagonismo europeo, oggi a squillare per dettare lo spartito è solo il telefono della Casa Bianca. Non esiste più un asse euro-atlantico, si ascolta solo la incerta invocazione di un comandante in capo che ordina il suicidio assistito ad un Vecchio continente acefalo che viene trascinato nel pantano della guerra infinita. Fallita la missione della modernizzazione del capitalismo italiano, grazie alla pioggia di miliardi che avrebbe consentito un indispensabile patto temporaneo tra capitale e lavoro, Roma diventa con Draghi la provincia obbediente, ma irrilevante, di un impero che non sa gestire, senza contraccolpi distruttivi, i tempi del proprio ineluttabile declino”.

Le affermazioni contenute nell’articolo non sono affatto nuove per noi, ma è interessante constatare che anche una voce avversaria del Cremlino sia portata, per una curiosa forma di onestà intellettuale che qualche volta fa capolino anche tra i giornalisti di casa nostra, a scrivere le cose come stanno. La chiave di lettura per la nostra analisi però va ripresa e spiegata.

L’Italia sta discendendo il sentiero del suo declino che sembra non concludersi mai, ed è questo il tema fondamentale della prossima legislatura, e mentre si inabissa nell’irrilevanza politica, declama parole vuote ma ricche di suoni “altamente etici”. Il processo di scissione dei due componenti formanti la parola: significato e suono, contenuto e forma, è stato magnificamente spiegato da Francesco De Sanctis nella sua Storia della Letteratura italiana uscita nel 1870, testo che si presta a tre livelli di lettura: il primo ovviamente relativo alla storia della letteratura; il secondo racconta la storia delle élite italiane che hanno influenzato l’evolversi della letteratura; il terzo contiene, appunto, la descrizione del processo di scissione tra contenuto e forma della parola. Si parte dalla totale unione tra le due componenti espressa da Dante nelle sue opere, e che per questa ferrea coerenza è noto il prezzo pagato dal vate, e si arriva a Pietro Metastasio, cultore della parola unicamente per il suo suono, tanto da farla diventare strumento musicale, tuttavia artista importante per l’affermarsi dell’opera lirica, soprattutto presso la corte dell’Imperatore Carlo VI d’Asburgo, genere che ebbe poi tanto successo nel seguente XIX secolo. L’avventura di Dante si svolse nell’Italia a cavallo tra XIII e XIV secolo, quando il Bel Paese era il centro politico, economico e culturale del mondo conosciuto, forte di due poli finanziari internazionali all’apice della loro redditività: Roma capitale della Chiesa universale e Venezia terminale della via della Seta. L’opera eccellente di Metastasio si svolse invece nell’Italia del XVIII secolo, un Paese diventato “la provincia obbediente, ma irrilevante” di austriaci, francesi e spagnoli contemporaneamente: un record che poche élite indigene al mondo hanno saputo conseguire. Le parole coerenti con il loro significato sono un lusso per classi dirigenti di paesi in ascesa, le parole unicamente suono sono la caratteristica delle classi dirigenti di paesi decaduti.

Nel suo discorso alle camere, Mario Draghi non ha conferito alcun senso etico alle sue bellicose dichiarazioni contro la Russia, ha semplicemente trasmesso al Parlamento ordini di servizio che giungevano dalla Casa Bianca attraverso l’esercizio di una certa oratoria mascherata da discorso morale. Quando poi, alla riunione NATO di Madrid di fine giugno, il capo del governo diede la sensazione di credere al suono delle sue parole, il 21 luglio gli è stato dato il benservito, ricordandogli che nel sistema politico italiano le parole hanno esclusivamente un ruolo “operistico”. L’articolo del Riformista, invece, definisce la politica della Turchia “disinvolto azzeramento degli imperativi etici per immergersi in un bagno turco dei principi del realismo”, e mi sembra un ottimo punto di partenza per capire i meccanismi che hanno portato Ankara a riappropriarsi del ruolo di potenza regionale del Mediterraneo a scapito proprio dell’irrilevante Italia, dove per imperativi etici l’articolo intende gli obblighi derivanti dalla sudditanza nei confronti della metropoli imperiale americana, e per “principi di realismo” si intende un modo di concepire la politica che antepone i propri interessi nazionali a quelli di Washington nonché, mai dimenticarlo, del suo principale alleato mondiale, Israele, che fatalmente incrocia i propri interessi con quelli turchi nel medesimo scacchiere.


Recep Tayyip Erdogan: sultano oppure democristiano?

L’8 aprile 2021, l’allora osannato Mario Draghi definì il presidente turco Erdo?an un “dittatore” perché si era scordato di far sedere nientemeno che il presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen durante una visita ufficiale ad Ankara. Ovviamente la risposta del governo turco fu ineccepibile: “Il presidente del Consiglio (italiano N.d.R.) è stato nominato, il nostro presidente (turco N.d.R.) è invece eletto”. Il fatto che due fanatici Gauleiter americani come Draghi e Von der Leyen abbiano una pessima opinione di Erdo?an, oltre ad essere due medaglie che il presidente turco si può appuntare al petto, ci fa intendere che è lui l’uomo che sta restituendo al suono delle parole turche in politica estera anche il loro significato. Recep Tayyip Erdo?an nasce a Istanbul, quindi in Europa, e cresce in una famiglia fortemente religiosa e popolare, unendo quindi tratti culturali europei e islamici. È militante prima del Partito della Salvezza Nazionale e poi del Partito del Benessere, formazione conservatrice e islamista. In questo partito Erdo?an fa la sua carriera ad Istanbul fino a diventarne sindaco nel 1994 dando prova di abilità amministrative e organizzative nonché avversando la corruzione della macchina municipale.

La sua posizione islamista, però, valse a Erdo?an l’inimicizia dell’esercito turco e 4 mesi di carcere, facendo politica in un regime ancora legato al ruolo di gendarme domestico e internazionale. Disciolto il Partito del Benessere, Erdo?an confluisce in quello della Virtù, sempre di stampo conservatore e islamista nel quale, però, stringe alleanza con Abdullah Gül, diventando leader dell’ala riformista, maggiormente aperta alla classe media e ai giovani. Sciolto anche il partito della Virtù, Gül e Erdo?an fondano il partito per la Giustizia e lo Sviluppo, che si sposta al centro configurandosi come partito liberal-conservatore e che nel 2002 ottiene il primo successo elettorale. Nel 2003 Erdo?an è tra coloro che sono critici circa l’aggressione americana all’Iraq di Saddam Hussein. Al World Economic Forum del 2009 Erdo?an abbandona il dibattito con Shimon Peres, in quanto veniva continuamente zittito dal moderatore accusato di non essere sufficientemente rispettoso verso il leader israeliano. Il motivo del risentimento di Erdo?an derivava dal fatto che mentre Peres discettava di economia e di politica e stringeva mani, vi era stata l’operazione militare Piombo Fuso tra il dicembre del 2008 e il gennaio del 2009, una delle ricorrenti stragi perpetrate dall’esercito israeliano nella striscia di Gaza, che in quell’occasione aveva causato 2.480 morti.

Nel 2010 Erdo?an definisce “terrorismo di Stato” l’assalto della guardia costiera di Tel Aviv nei confronti di una nave umanitaria che aveva tentato di forzare il blocco di Gaza. Nel 2013, Erdo?an definiva il sionismo “un crimine contro l'umanità” attirandosi ovviamente il biasimo di tutto l’Occidente a reti unificate. Il 28 agosto 2014 la svolta nella carriera politica di Erdo?an: succede al sodale Abdullah Gül come Presidente della Turchia, carica che detiene tutt’ora. Perché è stata utile questa rapida carrellata sulla carriera politica di Erdo?an? Perché se una carriera simile si fosse svolta in Italia, cioè di un uomo che si ispira alla fede nella sua azione politica, appartiene ad un partito di centro, è più o meno conservatore, non ha particolari relazioni con gli ambienti militari ma si rivolge tipicamente alla società civile, sarebbe il cursus honorum di un notabile della Democrazia Cristiana. Se dovessi poi pensare ad un leader scudocrociato a cui potrebbe essersi ispirato Erdo?an per la sua politica estera, non avrei nessun dubbio nell’indicare Giulio Andreotti.

Nella nostra analisi l’aggettivo religioso è di secondaria importanza, possiamo quindi attribuire ad Erdo?an la qualifica di “democristiano” nel senso di filosofia politica che scaturisce da tale termine. Non bisogna allora stupirci se l’Italia sia diventata una “provincia obbediente, ma irrilevante”, governata da oscuri personaggi senza arte né parte, mentre la Turchia viene definita “pigliatutto”: ad Ankara governa un Giulio Andreotti redivivo, ovviamente con le peculiarità proprie di un leader turco. Un Presidente che sta imprimendo importanti cambiamenti alla politica, all’economia e alla società anatolica.

La Turchia non fa più il gendarme per gli americani: la crisi del 2016   

Qualcosa di nuovo nell’atteggiamento della Turchia nei confronti della Russia si era notato subito dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca tra il febbraio e il marzo 2014. Il Corriere dei Balcani del 15 marzo 2014 si meravigliava dell’atteggiamento ondivago di Ankara su di una crisi che interessava direttamente gli equilibri regionali nei quali la Turchia aveva tradizionalmente svolto il ruolo di gendarme degli interessi americani e israeliani. Si era negli ultimi mesi di presidenza di Abdullah Gül ma era chiaro che il nuovo uomo forte della Turchia sarebbe stato il sodale Erdo?an. Ci si aspettava che Ankara si esponesse in prima fila nella condanna dell’invasione russa della Crimea e nell’appoggio incondizionato al colpo di stato arancione di Euromaidan ai danni del presidente Viktor Janukovy?. Ma già nel 2014 la Turchia si mostrava inaspettatamente legata alla Russia di Putin, scrive infatti la Gazzetta dei Balcani: “Ankara avrebbe voluto tenere il profilo basso, stretta tra due partner essenziali. Da una parte la Russia, che fornisce il 60% del gas consumato in Turchia e che sta costruendo la prima centrale atomica turca, senza parlare degli ingenti investimenti turchi in Russia e i 4 milioni di turisti russi che arrivano ogni anno sulle spiagge del Paese.  D'altra parte devono essere gestiti i partner occidentali, già indispettiti da un governo giudicato sempre più autoritario – in particolare dopo la repressione delle proteste di Gezi – senza dimenticare degli obblighi che derivano alla Turchia dall'essere un membro della NATO”.

Abbiamo imparato che, nel lessico distorto dei media filo occidentali, l’accusa di autoritario, che precede quella di dittatore o di autocrate, viene rivolta a quel leader che non si conforma adeguatamente alle linee di politica estera dettate da Washington, mentre chi si uniforma viene definito leader democratico. Abbiamo così avuto il paradosso di un uomo eletto da nessun cittadino, esponente di nessun partito, ma posto a capo di tutti, diventare da un giorno con l’altro un democraticissimo Presidente del Consiglio italiano e qualche mese dopo quasi Presidente della Repubblica. Continua la Gazzetta dei Balcani: “L'allargarsi della crisi ucraina alla Crimea impone però ora alla diplomazia turca di inserirla tra le proprie priorità, vista la presenza di 250.000 tartari di Crimea, popolo turcofono e sunnita che rappresenta il 12% della popolazione della penisola… «La posizione turca è molto delicata», riconosce il politologo Sinan Ülgen, «perché Ankara cerca di conservare buone relazioni con Mosca a causa della sua dipendenza dal gas russo e i legami commerciali tra i due paesi, senza contare la calorosa relazione personale tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdo?an. Malgrado i loro disaccordi di fondo sulla questione siriana, le due capitali hanno saputo conservare delle buone relazioni bilaterali, che rischiano ora di essere compromesse da questa nuova crisi»”.

Gli americani si spazientiscono per questo atteggiamento “democristiano” del governo turco, e quando Washington si incupisce, accade che l’intelligence mette in moto i suoi uomini in Turchia allo scopo di minacciare una nuova Euromaidan anche ad Ankara, come ci conferma sempre l’articolo della Gazzetta dei Balcani: “A partire da marzo manifestazioni di sostegno ai tartari e contro l'occupazione russa in Crimea sono state organizzate ad Ankara, Istanbul, Izmir e Bursa. «Il governo Erdo?an deve dichiarare il suo sostegno e mostrare che intende proteggere i tartari di Crimea. Altrimenti concederà troppo spazio agli ambienti nazionalisti», sottolinea Sinan Ülgen”. L’atteggiamento di Erdo?an in occasione dell’affaire Crimea non era affatto piaciuto al democratico e idolo della sinistra Radical Chic Barack Obama, chissà per quale corto circuito mentale un presidente americano dovrebbe essere un ottimo leader solo perché di colore, mentre si è rivelato un presidente tipicamente “vecchio stampo”. Il 15 luglio 2016, avvenimento tradizionale nella storia turca del dopoguerra, una parte delle Forze armate si è mossa per rovesciare il regime del presidente Erdo?an e prendere il potere nel Paese. L’uomo di collegamento tra l’intelligence USA e i militari golpisti è stato il predicatore e politologo turco Fethullah Gülen, un tempo amico di Erdo?an e ora esule negli Stati Uniti. I tempi però sono cambiati, la maggioranza dell’esercito turco decide di rimanere fedele al suo presidente, probabilmente sedotta dal nuovo ruolo che Erdo?an immagina per la Turchia nel Mediterraneo: non più passivi gendarmi degli USA in pretto stile sudamericano, ma un Paese che tenta di conquistarsi una certa agibilità in politica estera; ecco il senso corretto del concetto di “sogno ottomano” che molti osservatori occidentali hanno attribuito al presidente turco.

La repressione di Erdo?an fu decisa ed estesa: arrestati 2.893 golpisti e 2.745 giudici rimossi. Il Presidente sapeva benissimo chi fossero i mandanti del golpe come ci informa il Sole 24Ore del 18 luglio 2016: “Turchia, il governo accusa gli Usa per il tentato golpe… Il fallito colpo di Stato in Turchia, però, rischia di scatenare una crisi internazionale con gli Stati Uniti, con Erdo?an che si scaglia contro Washington, chiedendo l'estradizione di Fethullah Gülen, l'imam e magnate che accusa di essere la mente del tentativo di golpe”. Tuttavia la crisi del 2016 convince Erdo?an a non esagerare nell’irritare gli americani presenti militarmente sul territorio turco attraverso la notevole base aerea strategica di Incirlik, prossima al confine siriano. Una sorta di riavvicinamento con Washington lo si ebbe nel quadro della crisi siriana, teatro nel quale Ankara partecipò nello schieramento avverso al presidente Bashar al-Assad e dei suoi alleati russi, impegnata a stanare le basi dei curdi turchi e siriani. Eppure, anche l’atteggiamento ostile di Ankara nei confronti di Damasco sta esaurendosi, una conseguenza della crisi ucraina e degli smottamenti di alleanze che sono in corso anche nello scacchiere mediterraneo: titola il Manifesto (so di essere ripetitivo, ma occorrerebbe una petizione per far togliere a questi signori la dizione ‘quotidiano comunista’) del 20 agosto 2022: “Erdo?an pronto a stringere la mano di Bashar Assad”, un passaggio di questo articolo è interessante perché mostra la percezione della politica “democristiana” del presidente turco in Siria: “Erdo?an sta mollando i «ribelli» siriani che per dieci anni lo hanno servito puntualmente ricevendo in cambio promesse di ogni tipo, a cominciare dall’abbattimento del «regime». Bashar Assad però ha resistito, grazie all’appoggio militare e politico di Vladimir Putin, alleato/avversario di Erdo?an”. Dobbiamo quindi porci il quesito suggerito dal Manifesto: Erdo?an e Putin oggi sono alleati oppure avversari? La risposta si trova nella Lira turca.

Le ragioni profonde della svolta di Ankara: Erdo?anomics e la lira turca

Diamo uno sguardo iniziale alla struttura economica del Paese. Il PIL della Turchia nel 2021 è stato di 815,27 miliardi di dollari (per avere un riferimento il PIL italiano nel medesimo periodo è stato di 1.800 miliardi di dollari circa) a fronte di 85 milioni di turchi e 58 milioni di italiani. Il dato significativo in politica economica, nonché tema assai controverso tra gli esperti, è stata la cosiddetta Erdo?anomics che si incentra sulla politica monetaria “consigliata” dal leader turco alla Banca Centrale. Il Turkish Statistical Institute, che tra l’altro è dotato di un sito molto più immediato e semplice da utilizzare di quello dell’Istat, per quanto riguarda il dato dell’inflazione turca nel mese di luglio 2022 annota che l’aumento rispetto al mese di giugno del 2021 è stato del 2.37% mentre l’andamento annuale si è attestato su di un preoccupante 79,60%.

È nota la contrarietà del presidente Erdo?an ad una politica di rialzo dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale turca, e tale contrarietà tiene tutti i tassi d’interesse bancari sorprendentemente bassi in rapporto all’elevata inflazione. Abbiamo già affrontato in passati articoli il tema della svalutazione delle monete, e a mio avviso la definizione maggiormente chiara, comprensibile ed esaustiva rimane quella fornita da John Kenneth Galbraith nel suo fondamentale libro La Moneta: “John Stuart Mill propose una spiegazione di ciò che determina i prezzi, e quindi il valore della moneta… I prezzi dipendono dall’offerta di moneta in relazione con la quantità dei beni e dei servizi offerti. Rimanendo immutati l’offerta di beni e il conseguente volume dei commerci, quanta più moneta circola, tanto più i prezzi salgono. Se l’offerta di moneta è straordinariamente grande, come nella Germania del 1923, i prezzi saranno quindi infinitamente alti”. Occorre innanzitutto verificare se la Turchia di Erdo?an ha perseguito una politica di forte indebitamento pubblico, cioè di allargamento della base monetaria nazionale, come ha fatto l’Italia a partire dagli anni Ottanta dello scorso secolo. I dati sotto questo profilo sono però positivi: alla fine del 2021 il debito pubblico turco era il 42,30% del Pil che in Euro significava 310 miliardi circa, quindi una situazione di finanza pubblica sostanzialmente sana, soprattutto se paragonata a quella italiana. Dove va ricercata allora la causa dell’impennata dei prezzi in Turchia? Semplice: nel dollaro! Il mercato turco è connesso con tutti i mercati mondiali, caratteristica del cosiddetto global market tipico di questi primi vent’anni del secolo; Ankara risulta particolarmente sensibile alla cosiddetta inflazione importata, peculiarità dei paesi che hanno bilance commerciali passive. La Turchia, ad esempio, nel 2021 ha importato beni, servizi ed energia per 220,74 miliardi di Euro ed ha esportato per Euro 181,01 miliardi registrando quindi un passivo di 39,73 miliardi, che si aggiungono ai precedenti passivi di 42,90 miliardi del 2020 e 27,77 del 2019 (fonte Osservatorio Economico del Ministero degli Esteri italiano), e risulta evidente dalle date che la crisi pandemica del biennio 2020-2021 nonché il conflitto nella vicina Ucraina del 2022 hanno contribuito decisamente al peggioramento della bilancia commerciale. La riprova che ci si trova di fronte ad un fenomeno d’inflazione importata risiede nell’aumento maggiore che si è registrato nel settore dei trasporti (+ 123%) su cui ha inciso l’incremento del prezzo degli idrocarburi (+22% nel solo mese di giugno); inoltre, il conflitto in Ucraina ha pesantemente influito sui prezzi del comparto alimentare con un aumento del 94%.

Erdo?an è perfettamente consapevole, come lo siamo noi dall’inizio della crisi ucraina, che l’esportazione dell’inflazione americana, che dal punto di vista dell’importatore si traduce nella “dollarizzazione” della propria economia, non è affatto una causa inspiegabile e ineluttabile dei mercati mondiali, come ci farebbe credere un Draghi qualsiasi, al contrario è la principale direttrice di politica estera della Casa Bianca nel 2022, all’interno della quale si colloca la crisi ucraina, che ne risulta strumento politico in quanto fornisce gli alibi ai Gauleiter europei per cercare energia e materie prime ai massimi prezzi possibili stabiliti dai mercati controllati dal dollaro (come il mercato del gas di Amsterdam), invece di rivolgersi ai prezzi convenienti dei russi, e ingannando le proprie opinioni pubbliche addossando la colpa al malvagio Putin invece di confessare il vero fine di questa politica suicida. I benefici della strategia americana si stanno rivelando proprio in questo mese come titola il Sole 24Ore del 10 agosto “Inflazione Usa all’8,5%, più bassa del previsto. Corre Wall Street, Piazza Affari chiude a +1%”, mentre sempre il Sole 24Ore del 19 agosto ci informa sul risultato dell’inflazione nella UE del mese di luglio “Balzo a luglio dell’inflazione, record del 9,8% in Europa”. Il meccanismo risulta quindi chiaro ed evidente: essendo inflazione derivante interamente dal dollaro, se oggi il tasso in Europa fosse quello del mese di luglio del 2021, cioè del 2,2% come pubblicato da Eurostat, l’inflazione negli Stati Uniti sarebbe del 16,10% (8,5%+9,8%-2,2%): un dato che farebbe deflagrare la già precaria situazione sociale di quel Paese.

Nelle tasche di Erdo?an, però, non vi è l’Euro, espressione complessa di due economie forti (Germania e Francia) e di due deboli (Italia e Spagna), bensì vi è la lira turca, espressione di un Paese con un PIL da 734,4 miliardi di Euro nel 2021 (quello spagnolo è stato di circa 1.200 miliardi sempre nel 2021). Erdo?an ha in tasca una valuta che si sta rivelando troppo debole per partecipare al terribile tavolo da poker monetario apparecchiato dal vecchio Joe Biden, grazie ai suoi maggiordomi Janet Yellen, Christine Lagarde e Mario Draghi. Perché, allora, Erdo?an si è intestardito a non voler alzare i tassi d’interesse ufficiali, tenendo quindi il costo del denaro così basso aumentando anche la massa monetaria nazionale, oltre a ricevere le forti spinte inflazionistiche che provengono dai folli prezzi in dollari dei mercati internazionali? Erdo?an sa bene che una politica anti-inflazionistica comporterebbe l’adozione di misure di austerità gravide di conseguenze sul piano sociale, e sarebbe anche la fine delle politiche espansive portate avanti fino ad oggi e che hanno fatto registrare una crescita del Pil dell’11% nel 2021 (dati Fondo Monetario Internazionale). Sul rovescio della medaglia, però, occorre registrare una lira turca che continua a perdere valore (meno 23% rispetto al dollaro da inizio anno dopo un -44% nel 2021) in quanto la crescita del PIL non è lontanamente sufficiente per calmierare la perdita di valore della moneta nazionale. A differenza dell’Italia, però, il governo turco ha già deciso aumenti salariali minimi del 30%, portandolo a 5.500 lire turche (pari a 330 dollari statunitensi) a partire dal 1° luglio, dopo il rialzo del 50% dello scorso dicembre.

Per sostenere il corso della Lira turca in assenza di rialzi dei tassi, la Banca centrale ha dovuto vendere sul mercato parte delle sue riserve di valute estere, sembra 1,25 miliardi di dollari, e anche la politica di blocco dei tassi d’interesse al 14% voluto da Erdo?an rischia di non essere sufficiente ad arginare l’emorragia di valuta pregiata estera. Si pone quindi per Erdo?an la questione politica fondamentale per tutti coloro che, ad esempio nella UE, propugnano l’uscita dall’Euro e il ritorno alla valuta nazionale. Se la Lira turca, sempre più inflazionata, comincia ad essere rifiutata per la transazione internazionali di beni e servizi, e non si dispone in misura adeguata di dollari ed euro derivanti dall’attivo della bilancia commerciale prima, e dei pagamenti poi, quali soluzioni alternative possiede il leader turco? Se Ankara fosse ancora il gendarme mediterraneo ligio a Washington e parente dei regimi sudamericani, anche quelli odierni definiti democratici, ovviamente salvo qualche eccezione come Cuba e il Venezuela, la Banca centrale turca dovrebbe bussare alla porta del Fondo Monetario Internazionale per chiedere in prestito miliardi di dollari che non sarebbe più in grado di restituire, dovendo quindi chiedere altri prestiti per rimborsare quelli scaduti e innescando così una spirale mortifera che conoscono bene, ad esempio, a Buenos Aires: “Argentina, il Paese degli 8 default. Il debito è una maledizione eterna… Dal primo prestito londinese al maxi-piano del FMI: il debito argentino è un'epopea infinita. Con periodiche bancarotte e perenni illusioni. Che ora divorano il presidente Macrì”, titola Valori del 14 agosto 2019; tuttavia, se Erdo?an si rivolgesse al FMI cesserebbe di essere un dittatore per diventare magicamente un leader democraticissimo. Ma Erdo?an è un autocrate che ha studiato a fondo la politica di Giulio Andreotti, noto “sodale” dei mafiosi, e di rovinare per sempre il suo Paese non ci pensa neppure. Se non si desidera fare felici il Fondo monetario internazionale e quelli speculativi suoi alleati, come il famigerato fondo americano Elliott attuale proprietario della squadra di calcio Milan, che proprio sul trading del debito argentino ha fatto le sue prime fortune, occorre trovare un garante alternativo della Lira turca. L’Ansa del 22 giugno scorso ci informa: “Principe saudita Mohammed bin Salman ad Ankara da Erdo?an. Prima visita in Turchia dopo omicidio del giornalista Khashoggi”.

A tale proposito ISPI del 25 luglio analizza la ragione fondamentale della visita del principe ereditario saudita, un vero “tipaccio” ma ancora nell’elenco degli amici degli USA: “La Turchia guarda infatti con grande favore alla ripresa dell’interscambio commerciale con il regno saudita e alla possibilità di nuovi flussi di capitali e investimenti nella sua economia. Ankara mira inoltre al raggiungimento di un accordo swap con Riad per dare sostegno alla lira turca”. Si cerca quindi l’appoggio delle monarchie del Golfo, politica finanziaria d’immediata resa ma altamente rischiosa perché dietro quei troni aleggia sempre l’ombra minacciosa del padrone americano, e gli arabi sono famosi per i repentini cambi di linea politica. Da bravo democristiano, Erdo?an cerca immediatamente di creare un “secondo forno”, cioè un secondo garante della Lira perseguendo una politica nei confronti della Russia esattamente contraria a quella dei suoi colleghi della NATO. Mentre i leader dell’alleanza atlantica fanno a gara a chi si dimostra il più sguaiato anti russo possibile, con Mario Draghi che detta lo spartito, Erdo?an ha offerto la Turchia quale luogo serio e credibile d’intermediazione politica e diplomatica tra Mosca e Kiev, facendo svoltare definitivamente il suo Paese dall’infimo rango di gendarme degli USA prima, a Paese “non perfettamente allineato coi padroni americani” poi, a leader dello scacchiere mediterraneo oggi. Un paio di titoli di giornale a dimostrazione di questa tesi: Huffpost del 5 agosto “Una centrale nucleare russa in Turchia e gas a prezzo scontato. Così Erdo?an e Putin si stringono sempre più”. Mentre i Gauleiter europei stanno acquistando gas in quantità insufficiente e ai folli prezzi imposti dal mercato controllato dal dollaro, la Turchia difende la sua moneta assicurandosi approvvigionamenti di energia ai prezzi di favore garantiti da Mosca, ad ulteriore riprova che sono i governi occidentali che stanno rovinando le proprie economie e non il Cremlino. Ankara non sta agendo solo sul fronte energetico, nelle more dell’istituzione del “Centro di coordinamento sui corridoi sicuri nel Mar Nero per l'esportazione di grano dall'Ucraina” ad Istanbul, sotto l’egida di ONU, il quotidiano turco “Sabah” riporta la dichiarazione del capo della commissione per l’Agricoltura del parlamento turco, Yunus Kiliç: “Le delegazioni dei due Paesi (Ucraina e Russia N.d.R.) hanno promesso di dare priorità alla Turchia nel soddisfare il proprio fabbisogno di grano… È stato affermato che, in segno di buona volontà, le richieste della Turchia di prodotti a base di cereali avranno la priorità e i prodotti da vendere alla Turchia avranno un prezzo ridotto rispetto al mercato”. Altra mossa vincente a difesa del valore d’acquisto della Lira. Ma non siamo ancora arrivati al punto fondamentale: Il Fatto Quotidiano del 21 agosto 2022 titola “Dopo l’Arabia Saudita anche la Russia va in soccorso dei conti della Turchia. Ed il presidente Erdo?an gongola (in vista delle urne)… La Russia ha concesso alla Turchia il diritto di bonificare almeno 6 miliardi di dollari per i pagamenti del gas in rubli e, al contempo, ha iniziato a investire in lire turche. Secondo la Banca centrale russa, il Russian National Wealth Fund investirà nelle valute di Cina, India e Turchia, nonché in altri paesi. Il fondo da 640 miliardi di dollari è potenzialmente in grado di acquistare titoli di Stato e azioni”. Si pone quindi un interessante caso per la NATO, un suo membro importante non solo ignora tranquillamente la politica di sanzioni imposta da Washington, ma paga il gas russo facendosi prestare dollari che restituisce acquistando rubli, ricordiamolo la valuta più pregiata del mondo, ufficialmente per comprare gas, magari per formare una riserva di valuta questa volta veramente pregiata presso la sua Banca centrale. Per molto meno gli Stati Uniti hanno invaso e devastato l’Iraq e impiccato Saddam Hussein; adesso possiamo capire perché i Gauleiter americani in Europa, da Mario Draghi ad Ursula von der Leyen hanno una pessima opinione di Erdo?an.

Alla fine di questo capitolo possiamo rispondere al nostro quesito iniziale: perché Erdo?an si ostina a non alzare i tassi ufficiali di sconto in presenza di un’elevata inflazione? Perché non si rivolge al Fondo Monetario Internazionale come fanno normalmente i paesi latino-americani? Perché Erdo?an è sicuro che la sua politica estera vincente beneficerà la lira turca degli aiuti di potenti prestatori come Arabia Saudita e Russia a condizioni “politiche” e non puramente bancarie, ovvero di mero strozzinaggio, come accade tra Argentina e FMI.

Turchia: specchio di un’Italia che non esiste più

Nello scacchiere mediterraneo oggi la Turchia ha definitivamente preso il posto di un’Italia che non esiste più, e lo ha fatto mutuando i principi di politica estera che furono tipici del nostro Paese durante la Prima Repubblica. Da un lato abbiamo un Paese relativamente povero ma che fa della politica patriottica, ottomana come viene definita dai giornalisti radical chic di casa nostra, la sua arma vincente, dall’altro ci troviamo di fronte ad un Paese il cui piano della sua crisi, dopo l’incredibile, pessimo gabinetto Draghi, non è più inclinato ma è diventato perpendicolare. La qualità della politica estera di un paese è il principale indicatore del livello di sovranità, o di semi sovranità, di un dato paese, che ha sua volta deriva dal livello della sua classe politica e dirigente in generale e dallo stato di salute complessivo della sua economia, sia pubblica che privata. Fatta questa premessa, si possono desumere le regole della politica estera italiana della Prima Repubblica, ad esempio, leggendo i “Diari Segreti” di Giulio Andreotti dal 1979 al 1989. Vediamo di trarre quelle regole che evidentemente sta seguendo Erdo?an nella sua politica estera.

La prima: la politica estera è il principale strumento di difesa e promozione degli interessi nazionali di un paese, se una nazione non fa politica estera significa che persegue gli interessi di qualcun altro; la seconda: la politica estera è un’attività che riguarda il mondo reale, occorre quindi un approccio serio e non ideologico e non si fa con la demagogia, gli slogan, i giudizi aprioristici specialmente quando non si è titolati a farlo; la terza: la politica estera si fa studiando e analizzando continuamente i rapporti di forza tra le nazioni perché sono in continuo mutamento, e per poterlo fare occorre creare un corpo diplomatico preparato e capace di sottoporre alla guida politica informazioni e scenari i più corretti possibile; la quarta: la politica estera si fa coltivando le relazioni in modo corretto e lungimirante, anche quando valicano divisioni e steccati, soprattutto quando sono eretti nell’interesse di altri. Se facciamo mente locale alla politica estera turca possiamo valutare come essa sia improntata a queste regole. Se pensiamo alla politica estera italiana vediamo come essa persegui esattamente le norme contrarie: trasgredisce la prima, perché la sua politica persegue unicamente gli interessi degli Stati Uniti, che spesso sono contrari a quelli italiani; trasgredisce la seconda in quanto la politica italiana è profondamente ideologica, inseguendo il mito vago e astratto delle democrazie occidentali, è profondamente demagogica, vive unicamente di slogan (solo in Italia si può ascoltare un cinico oligarca del denaro come Mario Draghi apostrofare leader politici eletti come dittatori, autocrati e criminali); ha violato la terza perché avendo lasciato morire la propria tradizione diplomatica non è più in grado di fare corrette analisi geopolitiche, divisa tra le veline dei think-tank americani e i cosiddetti esperti di casa nostra, cortigiani in livrea che ripetono male opinioni e speranze dei loro padroni; ma soprattutto ha gravemente trasgredito la quarta, inevitabile conseguenza delle precedenti violazioni, il fanatico attaccamento agli interessi americani hanno reso l’Italia un Paese profondamente isolato, privo di credibilità e al margine di tutto. Esiste un luogo geografico che è la prova provata del successo della politica estera turca e il misero fallimento di quella italiana: è la Libia. Con Gheddafi, l’Italia aveva un vicino pittoresco ma sostanzialmente amico, in considerazione dei decenni di rapporti e affari che avevano unito Tripoli e Roma, visto che sotto il regime del “tiranno” libico era l’ENI ad essere la compagnia straniera ad avere rapporti privilegiati col governo locale.

Nel 2011 la Francia decide che è ora di farla finita col malefico Gheddafi, ben sapendo di ledere gli interessi italiani, e dopo un raid d‘overture, si unisce alla NATO per finire l’opera e gettare la Libia nello stato di divisone e guerra civile nel quale versa ancora oggi. L’Italia, che avrebbe dovuto opporsi e schierarsi con il vicino, da Paese privo di una sua politica estera partecipa alla coalizione predatoria, contro tutti i suoi interessi nazionali. Tutte e quattro le regole che abbiamo visto sono state così violate, e giustamente ne ha pagato il conto. La Libia unita, ordinata e pacifica sotto il terribile Gheddafi è stata violentata e successivamente abbandonata al suo destino dai campioni della democrazia, della giustizia e della libertà. Si sono formati quindi due poteri in corrispondenza delle antiche province ottomane: uno a Tripoli per la Tripolitania e uno a Bengasi per la Cirenaica. E mentre a Roma ci si riempiva la bocca di vuoti slogan d’infimo livello scambiati per alta strategia di politica, i leader libici si stufavano di sentire questi vicini chiacchieroni e si rivolgevano ad altri interlocutori, fino a giungere alla situazione descritta dall’articolo di Limes dell’8 marzo 2021: “La spartizione turco-russa delle Libie… Tra l’aprile 2019 e il luglio 2020 Mosca ha sostenuto (in)direttamente la marcia del feldmaresciallo Khalifa Haftar (comandante dell’Esercito nazionale libico, Enl) verso Tripoli, mentre Ankara ha contribuito attivamente alla difesa della capitale e delle posizioni del Governo di accordo nazionale (Gna), riconosciuto dall’Onu. Al termine del conflitto, il confine tra la Libia turca e quella russa è stato posto lungo la linea Sirte-?ufra, frontiera potenzialmente estendibile sino al Fezzan. Negli ultimi mesi Turchia e Russia hanno discretamente consolidato la propria presenza militare rispettivamente in Tripolitania e Cirenaica”. Al danno che abbiamo descritto, cioè l’ignominiosa fine del ruolo italiano in Libia dopo un secolo, ovviamente nel silenzio dei mass media che non sanno fare altro che parlare degli sbarchi dei clandestini, raccontandoci sempre l’effetto e mai la causa, arriva puntuale anche la beffa come ci spiega Alberto Negri nel suo articolo del 1 aprile 2022 pubblicato sul Quotidiano del Sud: “La crisi del gas russo fa capire i tanti errori commessi in Libia… Nessuno osa neppure domandare: cosa succede in Libia? Come se questo non fosse il Paese del gasdotto Greenstream e dei pozzi dell’Eni. Eppure la Libia – dove i profughi della diaspora africana sono scomparsi dai media pur continuando a subire inaudite violenze nella più totale impunità – sarebbe la nostra pompa di benzina e di energia sotto casa. Il condizionale è d’obbligo: il Greenstream, in funzione dal 2004, ha una portata di 30 miliardi di metri cubi se messo a regime ma oggi ha un ruolo quasi insignificante nei nostri rifornimenti. Della Libia si preferisce non parlare perché è stata persa due volte dai nostri strateghi. Una nel 2011 con i raid decisi da Francia, Gran Bretagna e Usa, cui l’Italia si è unita sotto bandiera della Nato. La seconda nel 2019 quando – con Tripoli sotto assedio di Haftar – la difesa del governo Sarraj, che ci aveva chiesto un modesto aiuto, è stata lasciata alla Turchia di Erdo?an. Così nessuno ha più investito in Libia che ha molte più riserve di gas dell’Algeria, tanto per fare un esempio”.

Klemens von Metternich, che di politica estera se ne intendeva un po' di più di Luigi di Maio, ebbe a dare un giudizio severo sull’Italia ma molto più profondo di quello inteso dai suoi detrattori, che si limitarono solo alla superficie “offensiva” della sentenza: “La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle”. L’artefice del Congresso di Vienna intendeva dire che l’Italia del suo tempo era priva di una sua politica estera, perché divisa tra Stati controllati o influenzati da potenze straniere, inclusa l’Austria di cui era ministro. Il 24 agosto Mario Draghi si è presentato davanti all’uditorio amico riminese di Comunione e Liberazione, strana setta cattolica di destra che continua a vestire il denaro con gli indumenti di Gesù Cristo e a confondere i precetti della scuola di Chicago con il Vangelo. Ascoltando il discorso del peggiore capo del governo della storia repubblicana, vi sono dei passaggi che rivelano il gusto dell’uomo potente, cinico e altero di prendersi perennemente gioco soprattutto dei suoi adulatori. Ad un certo punto Draghi afferma “Il posto dell’Italia è al centro dell’Unione Europea e ancorato al Patto Atlantico, ai valori di democrazia, libertà, progresso sociale e civile che sono nella storia della nostra Repubblica… L’Italia ha bisogno di un’Europa forte tanto quanto l’Europa ha bisogno di un’Italia forte”. È vero esattamente il contrario. Anche e soprattutto grazie alla politica estera di Draghi, l’Italia è quanto mai un Paese isolato sia all’interno della UE che al suo esterno.

Non avendo il “phisique du rôle” per prendere il posto dei turchi quali gendarmi degli americani in Europa, Roma si è ridotta a fare la delatrice di ogni infrazione che qualunque leader UE avesse mai pensato di fare allo scopo di sottrarsi al “suicidio assistito ad un Vecchio continente acefalo”, come ha scritto il Riformista. Il fanatico attaccamento che il gabinetto Draghi ha dimostrato per gli Stati Uniti, nel giubilo dei mass media di regime, e il ruolo di effettivo alter ego di Zelensky in Europa occidentale, hanno spinto l’Italia ai margini del mondo che sta cambiando, dai BRICS 2.0, ai nuovi scenari monetari alternativi al dollaro, e il conto che gli italiani pagheranno per questa sorda volontà di serva autodistruzione verrà presentato loro quest’autunno. Per l’Italia non vi sono rifornimenti di gas a prezzi scontati, e nemmeno forniture di grano privilegiati come invece ha ottenuto l’autocrate Erdo?an per il suo popolo: per gli italiani vi saranno solo bollette carissime per avere gas ed elettricità contingentate, bollette che dovranno essere pagate da ancor più disoccupati, vittime delle annunciate chiusure, ad esempio, delle industrie energivore. Però non disperiamoci, potremmo goderci in televisione i nostri democraticissimi leader raccontarci di un Paese che non esiste più e che sta diventando una mera espressione geografica.


P.s. Da venerdì 2 settembre a domenica 4 settembre si terrà a Castelferretti, nei pressi di Falconara Marittima, provincia di Ancona, la Seconda Festa Nazionale di "Cumpanis" con tavole rotonde sulla crisi ucraina, guerra imperialista; lotta contro la Nato; sui temi del conflitto capitale/lavoro e sulla costruzione del partito comunista.



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