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Theresa May in Cina infastidisce la diplomazia cinese. La Nuova Via della Seta divide (ancora una volta) le cancellerie europee

 

 

 

Dopo la prima tappa a Wuhan, nella Cina interna, e la seconda a Pechino, il viaggio diplomatico nella Repubblica Popolare del primo ministro britannico terminerà oggi a Shanghai prima del rientro a Londra. Nonostante le richieste cinesi, Theresa May si è rifiutata di mettere per iscritto il supporto del Regno Unito al progetto cinese della Belt and Road Initiative (BRI) e ha declinato l’invito a firmare un memorandum d’intesa (MOU) che sarebbe stato visto da Pechino come un graditissimo segno del supporto occidentale al progetto che porta la firma del neorieletto presidente cinese Xi Jinping.
 

 

Nella Grande Sala del Popolo di Pechino, Theresa May ha dichiarato apprezzamento per le grandi opportunità offerte dalla BRI ma ha anche detto di aver discusso con il premier cinese Li Keqiang di come fare in modo che Regno Unito e Cina possano continuare a lavorare insieme per trovare il modo di assicurarsi che tutta l’iniziativa corrisponda agli standard internazionali, che è un modo diplomaticamente corretto per dire che la BRI potrebbe anche andare bene, ma solo se corrisponderà alla visione occidentale del mondo.




La mancata firma del MOU con Londra ha creato fastidio nel mondo della diplomazia cinese. A Pechino pensavano di poter approfittare della debolezza britannica causata dalle incertezze della Brexit e dalla fragilità del governo di Theresa May, ma la strategia non ha avuto successo. Anche il presidente francese Emmanuel Macron durante la sua visita diplomatica non ha abbracciato la BRI come avrebbero voluto le autorità cinesi, dichiarando che l’iniziativa è una grande opportunità per l’Europa e per la Francia ma non dovrà essere un collegamento a senso unico.
 



 


Fin dall’inizio la BRI è stato un progetto più ambizioso della semplice costruzione di una rete di strade, ferrovie, porti e altre infrastrutture distribuite lungo le rotte commerciali cinesi.  Nelle parole del mentore, il Presidente Xi, Pechino ha l'ambizioso progetto di ridisegnare l’economia mondiale lungo l’asse euroasiatico, creando rotte commerciali terrestri e marittime per salvare la globalizzazione. 


Nonostante ci siano molti stati della Europa centrale ed orientale – insieme a quelli in Asia, Medio Oriente e Africa – ad aver firmato un MOU con Pechino per impegnarsi a sostenere lo sviluppo del progetto, a pesare sono gli assenti. Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito e Commissione Europea non hanno messo per iscritto nessun MOU a sostegno della BRI pur manifestando concreto interesse nei confronti del progetto cinese. Anche in questo caso c’è una netta divisione tra gli stati dell’Unione Europea che hanno firmato un accordo con Pechino e quelli che non l’hanno fatto, ennesima rivelazione della profonda divisione di una comunità europea che ha interessi economici e geopolitici diversi.

 

In Europa orientale la Cina guida il cosiddetto gruppo 16+1, un’iniziativa che comprende 11 paesi della Ue orientale e 5 dei Balcani che si pone l’obiettivo di aumentare e intensificare la cooperazione con la Cina. Le nazioni dell’Europa di mezzo vengono allettate dalla promessa di stabilire relazioni speciali con Pechino in cambio della promessa di costruire le infrastrutture della BRI. Per esempio, nel MOU firmato con la Rep. Ceca c’è la promessa di fare del paese il centro della logistica e del trasporto, e di far diventare il Praga il centro finanziario della regione.

 

Ancora una volta, si potrebbe dire, una grande potenza si stabilisce in Europa orientale per influenzare la politica delle cancellerie dell’Europa occidentale. Gli Stati Uniti, si sa, attraverso la NATO e con il sostegno al Trimarium, un patto fortemente voluto dalla Polonia che raggruppa 12 Paesi che dal mar Baltico arrivano fino al mar Nero e al mar Adriatico (tre mari, appunto).

 

Come potete vedere, i paesi coinvolti sono gli stessi dell’iniziativa cinese.

 

Del patto fanno parte i tre Paesi Baltici, Austria, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria. Anche in questo caso lo scopo dichiarato e costruire infrastrutture trans-frontaliere e rafforzare la cooperazione per aumentare lo sviluppo economico. Per queste cose però esiste già l’Unione Europea ma con Bruxelles non è stato concordato niente, l’iniziativa è andata avanti con la benedizione di Washington che sfrutta i paesi dell’Europa di mezzo per contenere la Russia. Parliamo dei paesi che più di tutti hanno beneficiato dell’appartenenza alla Ue e dei finanziamenti comunitari a fondo perduto, eppure sono anche i paesi che si oppongono con più intransigenza ai diktat di Bruxelles. Questa regione annessa con troppa fretta alla Ue nel 2004 oggi è composta da paesi sempre meno “fedeli” a Bruxelles e le grandi potenze lo sanno, così come lo sanno nei palazzi della Commissione e nelle cancellerie dell’Europa occidentale.

 

L’Europa di mezzo si conferma come spazio decisivo per le dispute sul continente, è qui che si deciderà il destino dell’Unione Europea.

 

Federico Bosco

 

 

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