Tutto quello che si poteva fare (e non si è fatto) per evitare i nuovi lockdown

Tutto quello che si poteva fare (e non si è fatto) per evitare i nuovi lockdown

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Lockdown. Lockdown. Lockdown. Questo termine viene ripetuto a reti unificate come un vero e proprio mantra ossessivo. Le misure di confinamento utilizzate a mo’ di clava nei confronti di una popolazione bollata come irresponsabile, indisciplinata, non rispettosa delle normative e quindi da disciplinare con misure di confinamento. 

Visto che esattamente un anno dopo il primo lockdown totale l’Italia si trova punto e daccapo ad affrontare nuove chiusure e restrizioni il dubbio che una certa narrazione venga portata avanti per coprire il fallimento totale della politica è più che lecito. 

Ma davvero quella delle restrizioni e delle chiusure è l’unica strada da percorrere per fermare la corsa di contagi e decessi? Nei mesi passati si è spesso parlato della Svezia come modello di paese dove a fronte di restrizioni davvero minime sono stati ottenuti risultati in linea o migliori di quelli di paesi dove si è deciso di fermare tutto. 

Ad attirare l’attenzione adesso è il caso India. In questo paese il Covid è in ritirata nonostante non siano state realizzare vaccinazioni di massa. Il Covid sembra scomparire nonostante i contadini abbiano realizzato imponenti manifestazioni (250 - 300 milioni persone in piazza). Il ‘Corriere della Sera’ afferma che il caso India «incuriosisce gli scienziati». 

A tal proposito riflette Radio Radio: «In India non c’è il vaccino, è finito il covid, è scritto su tutti i giornali. Le democrazie moderne, quelle vere, le Costituzioni serie non prevedono che anche tramite un’emergenza sanitaria si possa indurre, si possa obbligare la popolazione a trattamento sanitari obbligatori, a cose militarizzate. Visto che il virus non ha confini, visto che gli uomini sono tutti uguali e non esistono popoli o razze superiori che non si infettano e non si ammalano, questo non è mai emerso. Non è mai stato detto da alcuno che gli indiani, per esempio, hanno superato la fase emergenziale senza vaccinarsi, senza lockdown particolari e ora lì il livello di contagi e a zero praticamente. Come hanno fatto gli indiani? Bisognerebbe che qualche scienziato ce lo spiegasse. Ecco: “‘Il caso India: crollo dei contagi senza vaccinazione di massa. Raggiunta l’immunità di gregge?’».

L’impreparazione dell’Italia

Emerge ancora in maniera lampante l’inadeguatezza del sistema sanitario italiano, devastato da decenni di neoliberismo è sempre bene ricordarlo, ad affrontare il diffondersi del virus. Nonostante sia passato un anno dallo scoppio conclamato della pandemia e dall’implementazione del primo lockdown nazionale. Senza dimenticare che l’Italia l’anno passato non era fornita di mascherina e dispositivi di protezione individuale per i propri sanitari, di ventilatori polmonari a sufficienza. Insomma, la devastazione neoliberista in tutta la drammaticità. 

Questo è quanto ci spiegava in proposito il dottor Giani, esperto specializzato in Igiene e Medicina Preventiva, circa le falle del sistema sanitario italiano: «La medicina di base nel corso di una epidemia costituisce infatti il vero pilastro portante della sanità pubblica perché funge da interfaccia tra le strutture ospedaliere e la massa dei pazienti. Per questo avrebbe dovuto essere il settore vitale da proteggere, e non solo per ridurre il rischio di malattia e di morte dei professionisti ma anche e sopratutto per evitare il collasso, insieme a quello ospedaliero, dell'intero sistema sanitario che è quello che purtroppo sta avvenendo in ogni Regione dove il numero dei pazienti in gravi condizioni sta superando la soglia del turnover dei posti letto disponibili nei reparti di terapia intensiva e sub intensiva. Il numero degli operatori sanitari contagiati, che ad oggi ha superato quota 6 mila (cifra anche questa ampiamente sottostimata) ci dice che un filtro fondamentale sta saltando, mentre la saturazione dei pochissimi posti di terapia intensiva sopravvissuti ai tagli governativi anche nel Mezzogiorno d'Italia ci dice che siamo vicini ad un punto di non ritorno». 

Quindi occorrerebbe un cambio di paradigma che dopo un anno di emergenza sembra ben lungi dal verificarsi. Anzi con il governo Draghi assistiamo a un’accelerata sul versante neoliberista. Come ci spiegava il dottor Giani nell’intervista già citata: «Se viceversa l'obiettivo che ci prefiggiamo è il semplice contenimento di una epidemia, semmai perché l'infezione ha già attecchito nella popolazione, dobbiamo allora agire non più sulla “radice” del problema bensì sulle sue “manifestazioni” principali. Occorre allora un efficiente “sistema di sorveglianza epidemiologica”, che è l'unico mezzo comprovato in grado di garantire il rispetto delle condizioni e dei tempi di isolamento di coloro (i cosiddetti “pazienti 0”) che sono risultati positivi alle indagini cliniche e di laboratorio. Questa sorveglianza non può essere improvvisata, ma deve essere affidata ad un esercito di personale esperto da assumere in via prioritaria presso le ASL ed i Dipartimenti di Prevenzione che non solo andrebbero decuplicati su tutto il territorio nazionale ma anche dotati di propri laboratori attrezzati per l'analisi rapida di un numero consistente di tamponi. Accanto a questo esercito, ne serve un altro che vada a costruire un nuovo sistema di assistenza domiciliare integrato e capillare da affiancare ai medici ed ai pediatri di base ed al personale infermieristico che opera sul territorio attraverso un sistema di sentinelle epidemiologiche che allo stato attuale può essere costituito solo dalle “guardie mediche” territoriali. Ovviamente tutto il personale che opera a contatto con i pazienti e con i loro liquidi biologici va dotato di adeguati mezzi di protezione individuali, con relativi corsi di formazione da estendere al più presto anche agli insegnanti ed agli delle scuole ed agli organi di informazione. Occorre quindi un piano di assunzioni straordinario che ponga termine al blocco del turn over ed al numero chiuso per l'ingresso a tutte le Facoltà universitarie, in modo da avere presto a disposizione una quantità sufficiente di personale specializzato. C'è bisogno anche di allestire per i soggetti in isolamento fiduciario confinati a domicilio, forme non raffazzonate di assistenza indiretta (telefonica, telematica, radiofonica, televisiva, etc) che possa mettere a loro disposizione un team di psicologi e psicoterapeuti, di assistenti sociali e di infettivologi in collegamento costante con il più alto livello dell'organizzazione emergenziale (ad oggi di fatto accentrata nelle mani dei governatori, nel Capo della Protezione civile e nel Comitato tecnico-scientifico alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, etc)».

Che fare?

Arrivati a questo punto dopo un anno, con una sanità devastata come abbiamo potuto constatare e una campagna vaccinale piena di incognite che arranca, si pone l’interrogativo: che fare?

Intervistato da l’AntiDiplomatico, il noto virologo prof. Giulio Tarro ha affermato: «Bisogna cambiare completamente la fallimentare gestione dell’emergenza Covid che si protrae, ormai, da un anno. E nel mio libro ho illustrato alcuni punti di quella che potrebbe essere una nuova, efficace, strategia sanitaria. Ad esempio l’eliminazione di tutte le assurde “norme profilattiche” sinora imposte. Misure profilattiche che, invece, i milioni di ipocondriaci che i lockdown sono riusciti a creare considerano ormai “normali”. Come le onnipresenti “mascherine” che, in molte nazioni, come la Russia ad esempio, non si usano più da mesi. In Italia, invece, non solo si addita come “untore” chi non si copre anche il naso con la mascherina, ma si continua ad inneggiare a governanti che oggi annunciano nuovi ferrei lockdown per “salvare le vacanze di Pasqua”, dimenticandosi cosa sono state le vacanze natalizie».  

Quindi il professore già allievo di Albert Sabin e in prima linea nella lotta al colera a Napoli dice che «intanto , invece degli inaffidabili tamponi disseminati senza alcun criterio dalle Regioni per mettere in isolamento i “contagiati” e annunciare fantomatici “focolai di Covid”, una stabile struttura di monitoraggio del contagio gestita dalla Stato che miri ad accertare il livello di immunità acquisita. Poi, fine del deresponsabilizzante mercanteggiamento tra “esperti”, comitati, Regioni, e Governo per stabilire il da farsi; meglio, invece, un unico epidemiologo alla direzione sanitaria dell’emergenza. In più, una reale protezione per le categorie a rischio garantendo, soprattutto, la ripresa delle visite domiciliari e ambulatoriali. Basta, poi, con il terrorismo mediatico e l’estromissione di opinioni critiche. E basta anche con la censura: tutta la documentazione relativa all’emergenza (ad esempio: le cartelle cliniche dei “morti per Covid”, gli studi scientifici che supportano la gestione dell’emergenza, i motivi dell’esclusione/inserimento di farmaci o terapie, o i contratti con aziende farmaceutiche) deve essere messa subito a disposizione del Parlamento, dei ricercatori e del pubblico. Non mi illudo comunque che, senza un grande movimento di opinione, queste misure possano essere adottate a breve. Anche perché oggi la gente si è ridotta a credere che se non funzionano i lockdown la colpa è di qualche sciagurato che si abbandona alla movida e accetta quanto dichiarato da Antony Fauci, e cioè che, pur con le vaccinazioni, dovremo indossare la mascherina all’aperto almeno fino al 2023. La verità è, che, purtroppo, sta scomparendo la speranza di potere tornare alla nostra vita. Una speranza che, invece bisogna riaccendere. Anche per questo ho fatto mettere sulla copertina del mio libro due innamorati che si tolgono la mascherina». 

 

 

 

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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