Notizia del giorno/Lettonia, la Patria come business

Lettonia, la Patria come business

 

Il falso mito di una ripresa economica inesistente

Reportage di Nicola Piemontese

Sorprende leggere che in Lettonia sarebbe in corso da due anni ormai una vigorosa ripresa economica. Sorprende perchè a chi in Lettonia ci vive non si evidenziano affatto segni di crescita e sviluppo economico; al contrario, non solo molte imprese chiudono le loro attività e poveri e senzatetto sono in aumento ma la popolazione continua a diminuire perchè a causa della crescente disoccupazione e dei salari irrisori l’emigrazione è inarrestabile. Per questo disorientano le dichiarazioni ottimistiche del premier Dombrovskis, che tiene lezioni e conferenze per spiegare la “cura“ che ha permesso al paese di uscire dalla crisi. 

Informazione e storia recente. Della Lettonia si sa poco; non solo perchè ai lettoni non piace raccontarsi e, retaggio sovietico, qui persiste una certa attitudine alla segretezza e al sottacere la verità ma, in tale contesto, un ruolo di appoggio all’establishment lo svolgono i media. Dai giornali locali emerge un’informazione composta, distante, che non esprime critiche o intraprende campagne. Ad eccezione di Vestji Segodnja, quotidiano in lingua russa, non ci sono giornali di opposizione. Periodicamente si leggono resoconti positivi sulla ripresa economica e sui successi in ambito comunitario europeo come anche articoli su possibili minacce geo-politiche destabilizzanti provenienti dalla Russia; i servizi tendono spesso a minimizzare i tanti problemi reali ed a rassicurare il lettore, focalizzandosi su eventi locali o enfatizzandone altri come, ad esempio, la possibile elezione del premier lettone a successore di Barroso alla presidenza della Commissione europea così come in passato già si ventilò la possibile elezione a segreterio generale dell’ONU dell’ex presidente lettone Vaira Vike-Freiberga. 
Fino al 1991 la Lettonia era ancora una della 15 repubbliche sovietiche, contava 2,6 milioni di abitanti ed era tra le aree più industrializzate e con la più alta qualità della vita dell’Unione Sovietica; oggi a 22 anni dall’indipendenza la Lettonia ha meno di 2 milioni di abitanti, è il paese con la più alta percentuale di russi dopo la Russia – il 50% degli abitanti di Riga, città che per grandezza era la terza metropoli dell’impero zarista è russofono;  ci vivono lettoni 62%, russi 30 % e a seguire bielorussi, ucraini, polacchi, lituani ed ebrei. Inoltre circa 300.000 persone hanno lo status di apolidi, riportato su un passaporto apposito con la dicitura di “Nepilsoņa pase“ in lettone e “Aliens Passport“ e “Passeport pour étrangers“ in inglese e francese.

 
Nazionalismo. La convivenza di due culture diverse rende difficile il processo identitario e di integrazione socio-culturale della giovane repubblica che sul culto della Nazione, delle tradizioni popolari e della ritrovata indipendenza, dopo un cinquantennio di “occupazione sovietica“, impernia il consenso sociale e politico al governo, sempre formato da una coalizione di partiti di centro-destra mentre il più grande partito d’opposizione è, col 30%,  il filo-russo Saskaņas Centrs. Tuttora ansie ed anacronismi nazionalistici accompagnano lo sviluppo della giovane Lettonia; due annotazioni emblematiche: la bandiera nazionale per regolamento deve sventolare su tutte le case ed i palazzi di Lettonia in occasione delle innumerevoli feste e ricorrenze, talvolta listata a lutto per commemorare le deportazioni ma anche se nella capitale arriva in visita un capo di stato o di governo straniero; inoltre i nomi stranieri originali, già scritti a caratteri latini,  qui vengono trascritti foneticamente in lettone, lingua che già usa caratteri latini... e cosi, ad esempio,  il povero James Brown durante un concerto a Riga divenne Dzeimss Brauns poichè i nomi maschili poi devono terminare con la “s“!

La crisi ieri e oggi. Le cause che fan sì che la crisi, economica ma anche etica e sociale, nel paese baltico sia lungi dall’essere superata sono diverse. All’indomani dell’indipendenza la Lettonia dismise gran parte delle strutture produttive industriali, funzionali al mercato sovietico ed orientò più semplicemente la propria economia verso settori quali il turismo ed il commercio favoriti dalla collocazione geografica del paese e meno impegnativi dal punto di vista degli investimenti strutturali.               
La prima risorsa che mise in moto l’economia fu il patrimonio immobiliare costituito dal paese stesso: una suggestiva riserva naturale, pianeggiante, ricca di boschi, laghi e fiumi; un territorio vasto se rapportato ai pochi abitanti. Un diffuso slogan indipendenstista “vogliamo essere proprietari della nostra terra“ iniziò a concretarsi ed i lettoni, tra privatizzazioni e ritorno dei vecchi proprietari, si trovavarono a possedere case e terreni. 
Dunque nei primi anni del 2000 in Lettonia iniziò una crescita economica che si consolidò quando, grazie all’ingresso nella Nato e nella EU, il paese apparve avviato, e sulle apparenze la Lettonia fonda gran parte del suo appeal, ad un sicuro sviluppo; euforiche aspettative di crescita attirarono capitali ed investimenti stranieri. Si era in pieno liberismo economico, con circolazione di capitali, facile accesso al credito – il 60% delle banche in Lettonia sono straniere - aumento degli stipendi e rapidi guadagni. I valori nel settore immobiliare aumentarono notevolmente favorendo le compravendite che assicuravano e promettevano lauti guadagni. Nel 2008 però questa economia gonfiata, a prescindere dalla pessima congiuntura mondiale, iniziò a collassare e la bolla speculativa che lentamente si era venuta caricando esplose. I prezzi erano saliti troppo, i lettoni non riuscivano più a restituire i crediti alle banche ed il settore immobiliare crollò. Anche lo Stato non riusciva a far fronte all’accresciuta spesa pubblica; il paese rischiava la bancarotta. Scartata l’opportunità di svalutare il lats, alla fine il governo lettone accettò un piano di salvataggio predisposto da un consorzio di banche scandinave, dal Fmi e dalla UE che concedeva un prestito di 7.5 miliardi di euro in cambio di un pacchetto di provvedimenti economici. Gli stipendi degli statali furono ridotti ed iniziò un piano di consolidamento fiscale. Queste le soluzioni tecniche  ma nel Paese reale iniziava una crisi senza precedenti.  Nel gennaio 2009 ci fu una violenta dimostrazione di piazza che arrivò, con migliaia di manifestanti, ad attaccare il Parlamento. Dopo tale fiammata, inusuale per i lettoni piuttosto passivi rispetto al coinvolgimento politico, iniziò per i molti che avevano perso il lavoro un rassegnato e silenzioso esodo dal paese. Dopo i vantaggi della proprietà privata ora i lettoni sperimentavano quelli della libertà di movimento. Questo fenomeno, iniziato in sordina, è andato sempre più intensificandosi ed oggi la  vera tragica emergenza, sottaciuta e non realmente quantificata, è la fuga in massa di forza lavoro e lo spopolamento della Lettonia. Perchè restare in un paese con salari bassissimi, senza prospettive e welfare se in Inghilterra o Norvegia sono accessibili migliori condizioni di vita?  
Per stabilizzare i conti e consolidare le entrate il governo ha continuato con la politica del rigore ed ha puntato anche su soluzioni di economia creativa come ad esempio una originale  modifica alla legge sull’immigrazione che, strizzando l’occhio ai ricchi vicini (Mosca dista 900 km da Riga), offre  i vantaggi della residenza Schengen agli extracomunitari che investano l’equivalente di almeno 140.000  euro nell’acquisto di immobili a Riga e nelle maggiori città  e  di 70.000 euro nel resto della Lettonia o che investano in una Srl o Spa con capitale sociale minimo di 35.000 euro che paghi, durante l’esercizio, tasse per almeno 28.000 euro all’erario o al Comune oppure che investano in banca almeno 280.000 euro sotto forma di obbligazioni o prestiti subordinati. 
Questa forma di immigrazione, ”per censo”, fa si che i conti dello stato siano in ordine così che oggi nella disciplinata e austera Lettonia, dal Pil più alto d’Europa, l’unico settore che rimane prospero, tutelato e trainante è la macchina amministrativa dello stato. Si tratta di una rete zelante e ramificata, ad ogni più piccola frazione o agglomerato di case, fatta di: enti locali, uffici ministeriali, scuole, presìdi sanitari, tribunali e varie istituzioni pubbliche. Uno statalismo diffuso che rimanda al periodo sovietico. Attraverso il pubblico impiego infatti, al quale accedono più facilmente i lettofoni, si consolida reciprocamente il consenso sociale e politico nel Paese e le risorse per finanziare le schiere di questo esercito di fedeli impiegati lo Stato le ricava dal gettito fiscale, reso più solido  dai tanti proprietari ed investitori stranieri. E’ sull’onda di questo opportunismo finanziario che il paese si barcamena, ancorandosi all’Occidente e aprendosi alla Russia e  il successo della Lettonia di Dombrowskis, che singolarmente pubblica il suo “How Latvia Came Through the Financial Crisis“ solo in inglese, sta nell’offrire a facoltosi stranieri, ia disponibilità low cost di un Paese ancora da costruire, limitandosi al ruolo di esattore. L’adozione dell’euro dal gennaio 2014, tanto sollecitata dal governo, se per il ministro lettone delle finanze rappresenta “...il completamento della nostra integrazione nel nucleo dell'Europa“, nella realtà si delinea come un’altra irrinunciabile opportunità da cogliere al volo per mantenersi a galla e rimandare ancora la soluzione del vero problema: la costruzione di una Lettonia unita e pacificata con una società multietnica, integrata e prospera.
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