Andrea Zhok - I nuovi Muri

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L’editore Meulenhoff ha tolto il compito di tradurre la poetessa afroamericana Amanda Gorman alla scrittrice olandese Marieke Lucas Rijneveld dopo il pubblico bombardamento di critiche piovute sulla scelta della traduttrice.
 
 
 
Secondo un diffuso, o quantomeno vocale, 'public sentiment' la Rijneveld sarebbe inadeguata al compito in quanto donna bianca.
 
La casa editrice Meulenhoff si era difesa dicendo di aver scelto la Rijneveld in quanto affine nello stile e nei toni, e la poetessa olandese sembrava essere una scelta appropriata.
 
L’editore aveva inoltre assicurato che un gruppo di lettori avrebbe testato la traduzione per valutare se contenesse un linguaggio offensivo, stereotipi o altre improprietà.
 
Ma niente di questo è bastato, e di fronte alla montante protesta si è deciso di cambiare traduttrice.
 
Perché menzionare questo episodio, che molti, non senza ragioni potrebbero trovare semplicemente ridicolo?
 
Premetto, a titolo di opinione personale, che se la qualità letteraria della poetessa americana è quella mostrata nella sua declamazione al discorso di insediamento di Biden, credo che la letteratura mondiale possa serenamente privarsene senza soffrire danno alcuno.
 
Ma questo punto non è importante.
 
Il punto importante è che questo è solo uno, l'ennesimo, esempio della devastante forma mentis su cui stiamo costruendo il terzo millennio d.C.
 
Con un sorrisone fosforescente stampato in faccia, nel nome della bontà, dei diritti, della libertà stiamo costruendo una delle società più fitte di muri, steccati interiori, barriere, odi e disprezzi trasversali, incomprensioni, incomunicabilità che la storia ricordi.
 
Lo so che molti ancora sottovalutano questo punto.
 
Molti ancora pensano che questioni come quelle del 'politicamente corretto' siano tutt'al più educati formalismi, da cui niente di cruciale dipende.
 
Invece questo è un punto silente, ma esplosivo.
 
I più grandi sforzi etici del passato erano rivolti alla costruzione di forme del "noi", di comunità o società immaginate come amalgama di individui accomunati da qualcosa di importante (l'amor di patria, la devozione religiosa, ecc.).
 
Tutto ciò cui lavoriamo culturalmente oggi rema invece in direzione esattamente opposta, verso la creazione di frammentazioni progressive, dove si proclama la fondamentale impossibilità ad essere compresi dagli altri.
 
Che siano steccati mentali fondati sull'appartenenza generazionale, sulla razza, sul genere, sulle inclinazioni sessuali, o altro, comunque il lavoro profondo del motore pedagogico della contemporaneità è dedicato alla decomposizione di ogni "noi" trasversale e comprensivo in "noi" sempre più sparuti, giù giù fino all'individuo isolato (e invero anche facendo breccia nella sua stessa identità personale).
 
L'elogio della diversità non è più l'elogio dell'interesse o del fascino che la diversità può suscitare.
 
Niente affatto.
 
L'elogio odierno della diversità è l'elogio dell'irriducibilità dell'altro, e dunque della nostra fondamentale incomunicabilità.
 
Che per ragioni oscure dovremmo venerare come un grande valore.

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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