Assange, il gatto e il nostro diritto di sapere

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Assange, il gatto e il nostro diritto di sapere



di Fulvio Scaglione*

Posso benissimo capire che Julian Assange e Wikileaks non piacciano a molti. Una cosa però mi sfugge. Assange è ricercato negli Stati Uniti perché, in collaborazione con Chelsea Manning, avrebbe sottratto centinaia di migliaia di documenti sulle guerre in Afghanistan e in Iraq, informazioni su Guantanamo e rapporti del Dipartimento di Stato, poi diffusi in Rete. Ok. Ma se Assange è maledetto per questo, perché sono stati esaltati i giornalisti dei Panama Papers, basati su 11 milioni di file, il più grande "leak" della storia? Il settimanale che li ha usati in Italia la racconta così: "Una fonte anonima, un "whistleblower", è entrato in possesso di migliaia di documenti dello studio Mossack Fonseca: 2,6 terabyte di materiale". In parole povere, questo tizio (o qualcuno per lui) ha rubato i documenti dello studio, proprio come Manning ha rubato quelli dei servizi segreti americani, poi passati ad Assange.

Certo, dal punto di vista della giustizia le cose sono diverse: nel primo caso si muove uno Stato, che può accampare ragioni di sicurezza nazionale per proteggere atti legittimi e porcherie; nel secondo, dovrebbe essere l'iniziativa del danneggiato (lo studio Mossack Fonseca di Panama) a far partire il meccanismo giudiziario per la punizione del ladro di dati. Ma noi fruitori dell'informazione, perché dovremmo considerare Assange un pericoloso traditore e l'anonimo ladro panamense (del quale non sappiamo nulla), invece, un whistleblower idealista? Sapere se il politico o il calciatore di turno hanno soldi in società offshore (che di per sé può non essere nemmeno reato) è davvero più importante che sapere se ad Abu Ghraib venivano torturati i prigionieri? Non rivolgo la domanda ai tanti prestigiosi colleghi che hanno filosofeggiato sul fatto che non tutti devono sapere tutto. Dai loro articoli si deduce che, sapendo di Abu Ghraib, sarebbero stati zitti. O avrebbero scelto con cautela chi aveva il diritto di sapere. Ah già, il gatto. Non c'entrava nulla, mi serviva solo per il titolo e per la foto.

*post Facebook del 13/04/2019

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