Coronavirus, il luminare francese Didier Raoult: "E' la curva tipica delle epidemie e va molto bene anche in Italia. Il 99% dei casi avverrà entro il 19 maggio"

Coronavirus, il luminare francese Didier Raoult: "E' la curva tipica delle epidemie e va molto bene anche in Italia. Il 99% dei casi avverrà entro il 19 maggio"

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Qual è la situazione dell’epidemia Covid19?  Stiamo davvero rischiando una seconda ondata? Quale trattamento per i malati?  Quali farmaci utilizzare? Risponde (intervista-resoconto video del 28 aprile 2020) Didier Raoult, Direttore dell’IHU Méditerranée Infection (Istituto ospedaliero-universitario in malattie infettive di Marsiglia)
 

Qui la traduzione in lingua italiana dell’intervento del luminare francese.


 

La Redazione de L’Antidiplomatico

 

Come vedete nell’andamento dell’epidemia c’è una curva a campana, è la curva tipica delle epidemie. Le epidemie sono così, cominciano, accelerano, arrivano al culmine, al momento in cui c’è più trasmissibilità, poi diminuiscono, scompaiono e non si sa perché; forse in futuro capiremo meglio la relazione fra le epidemie e gli ecosistemi. Per questa malattia, della quale non si sapeva come si sarebbe comportata, l’andamento è così.


Ottimi i matematici di Singapore hanno fatto una proiezione relativa alla curve nei vari paesi, ad esempio va molto bene anche in Italia (NB: nel grafico che il prof Raoult mostra, si prevede per esempio per Singapore una riduzione del 97% entro il 29 maggio, e per l’Italia una riduzione del 97% entro l’8 maggio; entro maggio anche negli altri paesi occidentali), l’India ha cominciato un po’ dopo (la riduzione del 99% è prevista per giugno). Lo studio prevede che il 97% dei casi avrà luogo entro il 7 maggio e il 99% entro il 19 maggio. In maggio dunque si dovrebbe poter porre fine al confinamento e isolare solo i positivi, sapendo che la trasmissibilità del virus sarà diventata molto più debole".


Sono dati reali, non fantasmi. Le supposizioni sulla base delle quali occorra il 70% di popolazione immunizzata per controllare la malattia, non so da dove vengano. Io do cifre reali.

 

E sul trattamento delle persone colpite dal coronavirus?


Adesso la malattia la conosciamo bene, ci sono diverse fasi (NB. al minuto 4.51 mostra la tabella). 25.000 persone sono venute a farsi testare qui; 16.000 erano sintomatiche; 1.000 ospedalizzati; i tassi di positività sono arrivati fino al 22%; oggi sono diminuiti molto, ci sono solo più 5-6% di positivi. Abbiamo fatto oltre 6.000 analisi sierologie, abbiamo testato anche il personale esposto qui all’IHU, solo il 3% ha anticorpi, quindi la protezione e le misure prese qui per non essere contaminate sono molto buone, perché è l’equivalente al tasso della popolazione in generale.

Abbiamo seguito 4.000 infettati, una delle più grosse serie mondiali, forse la più grande. 3.300 sono stati trattati per due giorni e 630 sono stati ospedalizzati.

E’ stato fatto un lavoro eccezionale per isolare il massimo di virus, 4000 prelievi, 1500 identificazioni tassonomiche, 1300 in coltura. I nostri amici radiologi hanno utilizzato scanner a basse dosi che sono migliori delle radiografie del torace e non hanno l’irradiazione degli scanner tradizionali. Ne sono state fatte 2000, ed è molto importante perché si trovano lesioni polmonari presso persone che apparentemente non sono sintomatiche. Nel periodo in cui si ha il virus ma non si è sintomatici, gli scanner danno l’evidenza di lesioni polmonari in oltre la metà dei casi. Lo avevano già provato i cinesi.

E a proposito dei rischi legati all’idrossiclorochina, abbiamo fatto oltre 7.000 elettrocardiogrammi qui, validati da esperti del ritmo cardiaco.

 

Dopo aver trattato 3.500 persone, siamo arrivati alla conclusione che la malattia ha diversi stadi.

Primo stadio, incubazione (fra quando si prende il virus e il momento in cui si diventa sintomatici), in quel periodo c’è solo il virus. A volte, a chiedere loro nuovamente, soprattutto ai giovani, dicono giusto “sì, non sentivo più gli odori”. E’ un segnale molto utile, perché spesso presso i giovani è l’unico. E se si fanno gli scanner in questo periodo, si vedono le lesioni.

Periodo clinico, quando le persone sono ammalate, tosse, febbre soprattutto. In questo stadio, è ancora il virus a essere il bersaglio. Si tratta di curarli subito, per le infezioni virali è così, vanno trattati all’inizio; in seguito, la risposta che abbiamo contro il virus può essere così forte che non è più questione di virus ma di risposta. Man mano che le cose vanno deteriorandosi, non c’è più correlazione fra il numero di virus (carica virale) e la severità, anzi al contrario, non c’è più virus. Nelle persone vicine alla morte o comunque in rianimazione, c’è pochissima presenza di virus. Dunque c’è una vera evoluzione della malattia: all’inizio virale, poi si ha la fase in cui c’è sia il virus che la risposta, e infine il problema è solo la risposta immunitaria; infine, anche quando si ha l’impressione che siano guariti, c’è un altro rischio, quello della fibrosi polmonare tardiva che fa sì che i polmoni non funzionino più del tutto, mentre si credeva guarito il paziente.

 

A ogni fase corrisponde una fase terapeutica:

Per poter trattare le persone agli inizi, bisogna dare farmaci con efficacia antivirale e che non siano tossici. Ci sono molte persone infettate e la proporzione dei morti è debole, ci sarà una proporzione dell’1, 2% se si prende tutta la popolazione delle persone ammalate. Dunque non si possono dare farmaci tossici, il rischio è troppo importante rispetto ai benefici attesi. E’ una delle ragioni per cui farmaci come il Redemsivir non possono essere prescritti: la loro tossicità è troppo elevata, lo rivelava anche uno studio presto sparito dal sito dell’Oms. Non si possono dare farmaci tossici per una malattia che agli inizi è benigna.

Nel primo studio sulla sensibilità del virus, i cinesi dicevano “da un lato il Redemsivir, dall’altro la clorochina, prendiamo quest’ultima perché non tossica, economica e disponibile, una scelta ragionevole, se si pensa che occorreva trattare le persone agli inizi.

Quando le cose si aggravano, è la risposta immunitaria che diventa importante, non c’è più virus, a quello stadio non c’è più bi sogno di antivirus. A quello stadio, quando il problema è la risposta immunitaria, rimane il posto per l’idrossiclorochina che è un modulatore dell’immunità ed è così che è stata utilizzata.

 

Ribadisco l’uso di idrossiclorochina e clorochina: sono farmaci molto utilizzati e non so come mai i media abbiano potuto spacciare questa faccenda della loro presunta tossicità. Bastava chiedere a qualunque medico per sapere quanto il Plaquenil sia prescritto. Prima della crisi nel 2019 sono state vendute 1,2 milioni di confezioni di Plaquenil, il che vuol dire 36 milioni di compresse e nessuno parlava d problemi cardiaci ecc. 900.000 persone trattate con Plaquenil (fuori dagli ospedali) confrontate con un gruppo testimone di 350.000 persone ebbene nessun caso di incidente cardiaco dovuto al farmaco.

Come questa follia spacciata dai media abbia potuto attecchire è stupefacente. Naturalmente va fatta attenzione alle dosi, come sempre.

Quanto all’Azitromicina, viene prescritta in tutte le affezioni respiratorie comprese quelle virali. Ci sono spesso sovrainfezioni batteriche ma si trova che questo farmaco è particolarmente efficace in associazione con l’idrossiclorochina. Abbiamo trattato così 3000 persone e le cose vanno molto bene, senza problemi iatrogeni. Allora la follia delle accuse dipende probabilmente dal fatto che all’inizio c’era una contrapposizione fra Redemsivir e clorochina che erano le due cose proposte dai cinesi, i quali poi hanno detto abbiamo scelto la clorochina, funziona bene. Noi abbiamo aggiunto l’azitromicina perché adatta a diverse affezioni virali, e continuiamo così, come fanno molti medici nel mondo.

Poi la gente dimentica che in particolare per questa malattia si verificano miocarditi che vanno sorvegliate perché ci sono miocarditi mortali, che si prenda un farmaco o no. Tutto va monitorato ma si può fare.

 

Qual è il ruolo dei medici nella crisi?

I medici reagiscono molto bene, mi sembra di essere in accordo con la maggior parte dei medici, che vedono i malati e dicono: bisogna fare qualcosa. L’idea che si possano lasciare le persone senza trattamento finché non hanno una crisi respiratoria e devono andare all’ospedale, è un’idea che non si è mai vista; le persone devono essere curate.

Abbiamo un’analisi sull’uso dell’azitromicina e idrossiclorochina… non crediamo ci sia una battagli fra parigini e marsigliesi, ne consumano di più i parigini! Forse ai media di Parigi non piace, ma ai medici e agli ammalati sì. E poi una cosa straordinaria è la qualità delle cure nella rianimazione. Non so come avvenga altrove. Ma conosco quella di Marsiglia e Parigi.

Quando ci sono queste forme di emergenze respiratorie in generale la mortalità è superiore al 20-25%. Si vede nelle serie statunitensi. E qui i colleghi con i quali lavoriamo ci dicono abbiamo una mortalità molto più bassa, 9-10%. E’ perché i rianimatori si scambiano le informazioni fra loro man mano. Informazioni non ancora pubblicate. In particolare sulla coagulazione: ci sono grossi problemi in questo senso allora hanno cambiato la terapia, l’hanno adottata a questa malattia dando anticoagulanti prima possibile per evitare le embolie polmonari che sono una delle cause di morte. Hanno anche utilizzato in protocollo farmaci che permettono di controllare la risposta immunitaria impazzita. La qualità della rianimazione francese, in condizioni molto difficili, è eccezionale, avremmo potuto avere il 30% di morti in più, le rianimazioni erano sopraffatte dagli afflussi.

A quello stadio, che non era più virologico, la qualità della rianimazione è stata eccezionale.

E poi l’ultima fase, dopo la rianimazione: tocca capire come individuare le fibrosi polmonari dovute a questa reazione immunitaria spaventosa.

 

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