DISSUADERE O DISINTEGRARE IL DRAGO?

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Di Diego Angelo Bertozzi

È il 2014: tra i consigli del comandante della Us Navy Victor L. Vescovo per sconfiggere la Cina (embargo, mine lungo le coste ...) ce n'è uno che merita attenzione perché conferma una strategia di lunga durata: Pechino va prima di tutto smembrata nella sua integrità territoriale.


 

Poiché - scrive il comandante -  il tallone d'Achille della Cina è rappresentato da una possibile  "rivolta popolare", ecco che gli Stati Uniti devono mettere in pratica "operazioni di contro-insurrezione nelle regioni periferiche" inviando "squadre di formazione" in Tibet e Xinjiang per "formare i quadri della ribellione locale". Con una rivolta al proprio interno, Pechino sarebbe costretta ad una posizione più morbida e più facile al compromesso (in perdita). (LINK: http://www.usni.org/magazines/proceedings/2014-02/deterring-dragon-under-sea)


Pura fantasia di un poco credibile comandante militare in pensione? Può essere, ma la storia più e meno recente dell’imperialismo ci mostra che quella delineata è una strategia cui Washington è già ricorsa nei confronti della Cina, fin dai primi anni della sua esistenza quando il Paese asiatico era oggetto di un pesante embargo. Pensiamo, appunto, a quanto avvenuto in Tibet. Quelli che seguono sono ampi stralci del mio “Cina. Da sabbia informe a potenza globale(Imprimatur, 2016):



 

A rendere ancora più difficoltoso ed urgente il compito del governo comunista è l'importanza strategica di un territorio [il Tibet] che tradizionalmente protegge il cuore della Cina e che è stato oggetto delle brame colonialiste britanniche in funzione antirussa. Ora la guerra fredda ne fa una possibile pedina della strategia di contenimento statunitense, tanto che il 13 gennaio del 1947 George R. Merrel, incaricato d'affari USA a Nuova Delhi, aveva inviato al presidente Truman una lettera sulla "inestimabile importanza strategica" che conteneva questa considerazione:  "Il Tibet può pertanto essere considerato come un bastione contro l'espansione del comunismo in Asia o almeno come un'isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici". Ma non è tutto: data questa posizione "l'altopiano tibetano in epoca di guerra missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l'Asia". Alla metà del 1950, quando si profila all'orizzonte la riconquista della regione, il Dipartimento di Stato dichiara che il Tibet potrebbe diventare “una base per l'estensione della penetrazione comunista e di attività sovversive in Nepal, Bhutan e, eventualmente, in India. Nello stesso periodo il comandante in capo dell'esercito statunitense raccomanda uno studio su una possibile estensione in Tibet delle operazioni coperte. L'ordine dato a Mao di entrare con l'esercito e di espellere le forze straniere o legate al Kuomintang, avviene proprio quando l'esercito Usa avanza nella penisola coreana e si rafforza la preoccupazione nei confronti di una minaccia immediata per la sopravvivenza. Una situazione, quindi, complessa sia dal punto di vista interno che esterno e che richiede al contempo fermezza nel ribadire la sovranità cinese e moderazione nell'affrontare il dialogo con autorità locali che non hanno abbandonato la volontà di indipendenza. Nel maggio del 1951 Pechino e le autorità tibetane lamaiste sottoscrivono un Accordo in 17 punti in base al quale viene confermata l'appartenenza della regione alla Repubblica popolare cinese, deciso l'assorbimento delle forze armate nell'Epl e che la situazione sociale locale non sarebbe stata modificata dal governo centrale, che riforme non sarebbe state avviate senza il consenso delle autorità locali. In sostanza in Tibet si installa un comitato militare ed amministrativo che non intacca l'autonomia amministrativa regionale, mentre il governo centrale ha l'esclusiva sugli affari esteri. L'accordo con l'India nel 1954 stabilizza ulteriormente la situazione: al riconoscimento della sovranità cinese e alla rinuncia dei diritti goduti dall'India in quanto dominion britannico, si accompagna la concessione dell'autonomia.
 

Le indicazioni dettate da Mao in persona – sempre attento a stigmatizzare ogni atteggiamento da grande nazionalismo dei cinesi hansono molto chiare nel senso della moderazione (e anche profetiche se si pensa ai fatti di poco successivi): “Dobbiamo fare ogni sforzo e usare metodi appropriati per conquistare il Dalai e la maggioranza dei suoi strati superiori, isolare la minoranza dei cattivi elementi e arrivare in molti anni, gradualmente e senza spargimenti di sangue, alla trasformazione politica ed economica del Xizang [Tibet]; ma dobbiamo anche essere preparati all'eventualità che i cattivi elementi dirigano le truppe tibetane a ribellarsi e ad attaccarci di sorpresa [...].


A complicare il quadro sono le pur minime riforme e le mobilitazioni che mettono iniziano a mettere in discussione le basi sociali ed economiche del potere lamaista. Ma a far esplodere la situazione è una politica di riorganizzazione provinciale che lascia molti tibetani al di fuori del “Grande Tibet” e quindi li coinvolge nella trasformazione socialista delle campagne.  Come rivelato recentemente dalla stampa internazionale, in questo contesto, per sfruttare in funzione anti-comunista l'indipendentismo tibetano, intervengono le potenze occidentali, Stati Uniti su tutte, con una ventennale operazione segreta della Cia finalizzata al sostegno economico e militare di forze ribelli tibetane. Operazione chiusa da Nixon nel 1972 alla vigilia del suo storico incontro con Mao, ma che nel 1959 quando scatta la ribellione entra nel pieno, strutturandosi pure come impresa di spionaggio ai danni del governo cinese. Ma veniamo a quelle che sono state definite come “rivelazioni”, rifacendoci ad un articolo molto dettagliato di Jonathan Mirsky, che riassume anche recenti acquisizioni della ricerca storica. Dunque dal 1950 al 1970, cioè dall'indomani della riconquista cinese, la Cia ha organizzato un'operazione segreta finalizzata alla formazione di ribelli tibetani e alla raccolta di informazioni sui cinesi, come “parte dei suoi sforzi per contenere la diffusione del comunismo in tutto il mondo.


I contatti sono presi fin dall'estate del 1951, come ricostruisce un autore vicino alla causa tibetana: nel giugno di quell'anno “il fratello maggiore del Dalai Lama, nonché suo rappresentante personale, Thubten Norbu, giunse segretamente a New York con un piccolo gruppo di diplomatici per i primi contatti con un possibile paese amicoe in quest'occasione è stabilita una linea d'azione in base alla quale “il supporto della Cia all'attività della resistenza tibetana contro l'occupazione cinese avrebbe dovuto consistere in interventi di carattere politico, informativo, di propaganda e di attività paramilitarecon lo scopo di “tenere vivo il concetto di un Tibet libero e politicamente autonomo tra gli stessi tibetani e le nazioni straniere; incaricato formalmente dei contatti e del trasferimento di risorse è inizialmente un “Commitee for a Free Asia”.


Nella seconda metà degli anni '50, viene ufficialmente lanciato il  "Progetto Circus" che prevede la formazione all'estero di combattenti della resistenza tibetana e il rifornimento aereo di armi e le munizioni in posizioni strategiche all'interno del Tibet. Nel 1959, la Cia apre una struttura segreta per addestrare reclute tibetane a Camp Hale vicino a Leadville, in Colorado, in parte perché la posizione, a più di 10.000 piedi sul livello del mare, ricorda le caratteristiche di quelle dell'Himalaya: sarebbero circa 170 i "guerriglieri Kamba" formati dal programma Colorado. Tuttavia, se da un lato lo sforzo della Cia non produce alcuna sollevazione di massa contro il governo cinese, dall'altro si segnala come “uno dei più grandi successi dell'intelligence della guerra fredda, procurando agli Usa un “vasto tesorodi documenti relativi all'esercito cinese. Come abbiamo esposto sopra il programma di sostegno alla ribellione tibetana termina all'inizio degli anni '70 quando all'orizzonte si profila l'intesa tra Washington e Pechino, ma fino ad allora, come rivelano i documenti declassificati, la prima continua a fornire sostegno economico (nel 1964 sono stanziati oltre 1milione e 700mila dollari di aiuto complessivo) e politico alla ribellione. Nel 1968 un memorandum per il Dipartimento di Stato riassume i programmi in atto, o da poco fermati, per ottenere sostegni a livello internazionale per un “Tibet autonomo sotto la guida del Dalai Lama” in un clima complessivo di tenuta, anche a livello popolare, dell'opera del governo centrale nella regione: stazioni radio e presenza di campi di addestramento di paramilitari; scambio significativo di informazioni tra Cia e gruppi ribelli; chiusura del programma di addestramento segreto in Colorado nel 1964 e del sostegno al programma di formazione di sottoufficiali tibetani nelle università statunitensi”.

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