Fabio Massimo Parenti - Successo cinese, paure occidentali (VIDEO)

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Chi si occupa di Cina sa bene che lo sguardo dell’Occidente sulla Repubblica popolare è stato spesso liquidatorio, superficiale e distorto. Una sorta di sagra delle opinioni stereotipate, con giudizi di valore utilizzati costantemente per mettere in risalto quanto saremmo superiori rispetto al “modello cinese”. Indipendentemente dal fatto che il sistema politico-economico cinese possa piacere o meno, nessuno stato-nazione può fare a meno di rapportarsi con esso: la Cina rappresenta il 18,5% della popolazione mondiale, è diventata la prima economia del pianeta a parità di potere d’acquisto già dal 2014, il primo produttore manifatturiero ed il primo partner commerciale del maggior numero di paesi al mondo a partire dal 2010-2011. Questo significa che, piaccia o non piaccia, non è possibile esimersi dall’approfondimento della conoscenza su cosa sta accadendo in quel paese, inquadrandolo necessariamente all’interno di un complesso e lunghissimo processo di civilizzazione. Tra l’altro, un modello cinese facilmente etichettabile non esiste. Per dirla con Dirlik: «se c’è un ‘modello cinese’ la sua più rilevante caratteristica è la volontà di sperimentare con differenti modelli».    

Per altro verso, a livello strategico gli Usa hanno promosso, proprio negli anni dell’ascesa cinese come potenza economica e politica internazionale, un clima da guerra fredda, almeno sin dall’inizio degli anni duemila e con un’accelerazione a partire dal 2016. Si vedano ad esempio le posizioni di Robert Kaplan, ma anche quelle del governo americano attraverso la National Intelligence Council, tanto sul commercio e la tecnologia, quanto sulle questioni militari e strategiche. La NIC ha infatti pubblicato nel 2004 un rapporto emblematico intitolato “Mapping the Global Future. Report of the NIC's 2020 project", in cui si suggeriva un processo di necessaria de-globalizzazione, a causa di guerre e pandemie, proprio per contenere l'ascesa dei paesi emergenti, in particolare di quella cinese. Secondo la logica di questo rapporto, i suddetti paesi sarebbero stati avvantaggiati troppo dalla globalizzazione e potranno essere contenuti solo con un rallentamento della stessa.

Viene da chiedersi da cosa dipenda questa ostilità. A nostro avviso, i timori delle élite occidentali, negli Usa in particolar modo, sono riconducibili alla paura crescente di perdere influenza nella ridefinizione della nuova governance mondiale e quindi di vedere un mondo de-occidentalizzato. Ciò ha spinto vari studiosi e diverse istituzioni a pensare a un nuovo scenario di guerra fredda già 15-20 anni fa. Tra questi c’è, come dicevamo, Robert Kaplan, il quale ha affermato l'inevitabilità di una nuova Guerra fredda con la Cina già nel 2005, sottolineando l’urgenza di rafforzare il controllo USA-NATO sull'Europa ed espandere la sua potenza militare nell'Asia-Pacifico. Da una prospettiva storica, John Mearsheimer ha anch’egli aderito all'inevitabilità dello scontro USA-Cina come conseguenza dell’ascesa cinese.

Dopo la seconda guerra mondiale, il principale concorrente strategico degli Stati Uniti era l'Unione Sovietica, che non ha mai potuto gareggiare economicamente e tecnologicamente. A quel tempo la leadership internazionale degli Stati Uniti era molto solida. La corsa agli armamenti e la competizione ideologica erano i principali campi di battaglia. Oggi, la redistribuzione del potere economico e il contesto ideologico internazionale sono cambiati e gli Stati Uniti, in quanto potenza egemonica in declino secondo molti studiosi, hanno scelto la vecchia strategia di fronte all'ascesa della Cina. Per dirla con Mahbubani, essi stanno adottando "la strategia di ieri per la guerra di domani". Il più grande errore strategico degli Usa.  

Dobbiamo impegnarci ogni giorno nella costruzione dell’unità del genere umano nel pieno rispetto della diversità dei popoli. L'unico obiettivo da perseguire è unire l’umanità in tutte le sue diversità. Al riguardo, la Repubblica popolare cinese sembra fornirci un approccio unico ed efficace per costruire la pace, agendo per la stabilizzazione dei rapporti internazionali. Spogliandoci dalla nostra autoreferenzialità eurocentrica, potremmo allora prendere in prestito le linee guida della politica estera di Beijing: uscire dalla logica dei blocchi, rifiutare le pratiche da nuova guerra fredda e mettere al centro il multilateralismo, il dialogo e la cooperazione.

La Cina, con l'estensione delle nuove vie della seta a più di 140 paesi, è divenuta la principale promotrice di una globalizzazione inclusiva ed il primo polo economico mondiale senza mai indulgere ad espansione militare, guerre di invasione, strategie di “blocco”, imposizione di modelli. La pace si costruisce con gli scambi culturali, il dialogo e il commercio. Più quest’ultimo cresce, più ci saranno scambi tra persone più aumenterà la conoscenza reciproca e quindi il coordinamento politico necessario alla coesistenza pacifica.

Purtroppo, i paesi di vecchia industrializzazione teorizzano e praticano la de-globalizzazione, sulla scia degli interessi geostrategici anglosassoni ed in antitesi a quelli europei e mediterranei: separazione e fratturazione del continente euroasiatico – dove non a caso sono occorse tutte le principali guerre degli ultimi decenni – al fine di rivendicare un predominio egemonico globale, erososi ma non esauritosi del tutto. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, con le guerre commerciali, a suon di sanzioni unilaterali ed arbitrarie, perché motivate da calcolo politico-strategico e pertanto contrarie ai princìpi dei regimi commerciali e finanziari da loro stessi costruiti. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, con innumerevoli guerre di invasione, guerre per procura, cambiamenti di regime (cioè, colpi di stato), ecc. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, aizzando minoranze, gruppi di estremisti, terroristi, usati alla bisogna.

Non controllando più la globalizzazione, i “nostri capi” preferiscono smantellarla, operando a discapito della de-escalation in Ucraina ed a danno dei civili. E’ chiaro che questo non sia un atteggiamento costruttivo, soprattutto in un momento che richiederebbe ben altri toni, approcci, capacità d’analisi e visione strategica nell’interesse dei popoli.

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