Honduras post colpo di stato made in Usa: non un posto per giornalisti

Félix Molina, direttore della Asociación Alternativas en Comunicación (Ater-eco) e storico conduttore del programma radiofonico Resistencia, ha subito un duplice attentato nella capitale Tegucigalpa

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Honduras post colpo di stato made in Usa: non un posto per giornalisti

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di Geraldina Colotti - il Manifesto

Il giornalista honduregno Félix Molina, direttore della Asociación Alternativas en Comunicación (Ater-eco) e storico conduttore del programma radiofonico Resistencia, ha subito un duplice attentato nella capitale Tegucigalpa. Si è salvato, ma ha riportato serie ferite alle gambe. A mezzogiorno di lunedì, hanno cercato di sparargli da una moto al semaforo del Boulevar Juan Pablo, ma il taxista è riuscito a innescare la marcia e lo ha portato in salvo, mentre gli attentatori gli gridavano: «Non passerai la giornata». Molina non si è fatto intimidire e ha continuato il suo lavoro. Come molti suoi colleghi che denunciano le violazioni ai diritti umani, ha fatto il callo alle minacce.
 
Solo quattro ore dopo, però, a quello stesso semaforo si è ritrovato una pistola puntata alla tempia, ha cercato di ripararsi sotto il sedile ed è stato colpito alle gambe. In uno dei paesi più poveri, violenti e diseguali dell’America latina, la libertà di stampa non gode di buona salute. Negli ultimi 16 mesi, sono stati ammazzati 14 giornalisti, 63 in 14 anni: 57 dopo il colpo di stato “istituzionale” contro l’allora presidente Manuel Zelaya, nel 2009. Ieri, nella giornata internazionale del giornalista, disposta dall’Onu nel 1993, in Honduras lo hanno denunciato con forza, sottolineando come quei delitti siano rimasti impuniti nel 95% dei casi. Ad aprile, comunicatori sociali e giornalisti hanno promosso la Marcia del silenzio di fronte alla sede del Ministerio Publico della capitale.
 
Molina aveva denunciato le violazioni dei diritti umani compiute durante e dopo il golpe “istituzionale”. Molti comunicatori sociali, organizzazioni indigene e ambientalisti come la compianta Berta Caceres, fanno parte dei Movimenti dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America che accompagna con proposte alternative la lotta al latifondo, anche mediatico: nel Latinoamerica e non solo. E che denuncia il ruolo dei grandi media nella preparazione dei “golpe istituzionali”, ieri in Honduras e in Paraguay (nel 2012 contro Fernando Lugo), oggi in Brasile contro Dilma Rousseff e in Venezuela contro Nicolas Maduro.
 
E dalla piattaforma internazionale dei media indipendenti, Voces del Alba, a cui appartiene anche il manifesto, è arrivata la prima denuncia sul doppio attentato a a Molina. «Sono un sopravvissuto all’insicurezza che soffre la maggioranza di questo paese – ha detto il giornalista dal letto d’ospedale -. Lascio nelle mani di chi sa investigare in modo onesto, capace e libero da corruzione la possibilità di far luce su questo attacco». Molina aveva denunciato le responsabilità dello stato, dei militari e dell’impresa Desa nell’omicidio dell’ambientalista Berta Caceres.
 
In Honduras hanno vita dura anche gli ambientalisti. Tra il 2002 e il 2014 ne sono stati assassinati 111, l’80% dei quali nella regione di Bajo Aguan. Gli ultimi due a perdere la vita sono stati Juan Francisco Martinez (a gennaio) e Berta Caceres, uccisa dai sicari il 3 marzo. Caceres apparteneva al popolo lenka, la principale etnia indigena dell’Honduras. Un popolo millenario (circa 400.000) che vive in Honduras e nella parte orientale del Salvador e che si considera custode della natura, della terra, e soprattutto dei fiumi che per i lenka custodiscono lo spirito femminile e per questo le donne ne sono le principali guardiane.
 
Berta aveva guidato importanti battaglie contro le grandi imprese multinazionali, soprattutto contro la diga di Agua Zarca, che avrebbe devastato il fiume Gualcarque, sacro per la comunità indigena e fondamentale per la sua sopravvivenza. La campagna internazionale da lei intrapresa ha indotto la compagnia cinese Sinohydro, la più grande costruttrice di dighe nel mondo, a ritirare la propria partecipazione dal progetto. Anche la Corporazione finanziaria internazionale, istituzione della Banca mondiale che investe nel settore privato, ha abbandonato l’iniziativa. Per il suo impegno, Berta aveva ricevuto il premio Goldman, il più importante riconoscimento mondiale per l’ambiente, nell’aprile del 2015.
 
Berta Caceres faceva parte del Consejo Civico de Organizaciones populares e indigenas de Honduras (Copinh), che ora continua la sua lotta e che definisce il suo assassinio un crimine di Stato. Per questo, sia la famiglia Caceres che il Copinh chiedono un’inchiesta internazionale e prendono con le pinze anche l’arresto di quattro persone sospettate del suo assassinio. Il profilo dei fermati conferma però la tesi del Copinh: tre di loro lavorano per la Desa e il quarto è un ex militare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autrice

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