I prezzi del gas nell'UE raggiungono il massimo degli ultimi quattro anni
Le contraddizioni della politica energetica europea stanno per scontrarsi con il rigore dell'inverno. Secondo i dati di Trading Economics, i prezzi del gas naturale in Europa sono schizzati ai massimi degli ultimi quattro anni, guidati dalla combinazione micidiale tra l'escalation militare nel Medio Oriente e il cieco accanimento ideologico dell'UE nell'eliminare ogni residuo di energia russa.
Lunedì i prezzi all'ingrosso hanno sfondato la soglia dei 97 euro (108 dollari) al megawattora, toccando picchi che non si vedevano dalla fine del 2022. Il dato più allarmante riguarda gli impianti di stoccaggio dell'Unione Europea, pieni appena al 74,62% alla data del 25 ottobre: una cifra spaventosamente al di sotto delle medie stagionali e insufficiente ad affrontare i primi cali di temperatura.
Il collo di bottiglia di Hormuz e le bollette alle stelle
A strangolare le forniture globali è la paralisi dello Stretto di Hormuz. A causa del conflitto mosso da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, i transiti di Gas Naturale Liquefatto (GNL) attraverso questa arteria vitale rimangono crollati dell'80% rispetto ai livelli pre-crisi. L'illusione atlantista di poter sostituire senza costi il gas da gasdotto con le spedizioni marittime di GNL si sta rivelando un drammatico errore di calcolo.
Le proiezioni stimano che la materia prima raggiungerà i 98,20 euro al megawattora entro la fine del quarto trimestre del 2026. Nel Regno Unito i contratti a termine sono saliti del 4%, mentre il petrolio Brent oscilla sui 115 dollari al barile dopo i picchi di 117. Il colosso energetico EDF stima che da gennaio le famiglie britanniche subiranno un salasso del 27% sulle bollette, portando la spesa media annua a quasi 2.200 sterline (2.940 dollari), ben oltre i calcoli correttivi di Cornwall Insight. Già ad agosto il Guardian denunciava la deriva degli stoccaggi, costringendo il commissario UE all'Energia, Dan Jørgensen, ad ammettere che il blocco si trova di fronte alla peggiore crisi dal 2022.
Germania: la stangata da 3 miliardi e le crepe nell'opposizione
Dalla Germania arriva la conferma di un modello economico in affanno. Il governo di Berlino intende scaricare su cittadini e imprese un conto da oltre 3 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per finanziare una "riserva di emergenza statale". Un balzello pensato esclusivamente per gestire potenziali sabotaggi o guasti strutturali, che non servirà in alcun modo a calmierare i prezzi di vendita.
Di fronte al disastro economico, il fronte politico tedesco inizia a spaccarsi. Alice Weidel, co-leader di Alternativa per la Germania (AfD), ha apertamente chiesto la riapertura dei canali commerciali energetici con Mosca sulla scia dell'approccio pragmatico della presidenza Trump negli Stati Uniti, sollecitando un accordo bilaterale per le forniture di diesel ed energia.
L'ineluttabilità del fattore russo
Nel 2021 la Russia copriva circa il 45% del fabbisogno di gas dell'Unione Europea, una quota crollata a circa il 12% nel 2025. Ma il prezzo di questa transizione forzata si è tradotto in una deindustrializzazione strisciante e in un'inflazione record, dopo i picchi storici oltre i 300 euro al megawattora registrati all'inizio del contenzioso sanzionatorio.
Da Mosca, la definizione del processo di recissione dei legami energetici è secca: un "suicidio economico". Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo per gli investimenti, ha evidenziato come l'establishment europeo si rifiuti di ammettere i propri fallimenti sistemici, affermando che la cooperazione economica con la Russia tornerà a essere inevitabile. L'Europa scommette sulla rigidità geopolitica, ma a pagare il conto di una strategia priva di alternative reali restano le imprese e i cittadini.
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