Il 7 ottobre e la “crisi di nervi” di Israele

Il 7 ottobre e la “crisi di nervi” di Israele

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di Giacomo Gabellini per l'AntiDiplomatico

Uno degli obiettivi cruciali perseguiti da Hamas attraverso l’operazione al-Aqsa Flood sferrata lo scorso 7 ottobre consisteva con ogni probabilità nel produrre una radicale destabilizzazione psicologica della società israeliana, in modo da disintegrare molte di quelle che i comuni cittadini israeliani consideravano alla stregua di certezze granitiche, a partire dall’infallibilità delle forze armate e dell’intelligence israeliana, nelle sue articolazioni del Mossad, dello Shin Beth e dell’Aman. La visione dei carri armati in fiamme, delle decine di mezzi caduti può considerarsi raggiunto, se è vero – come è vero – che con il suo operato da elefante in una cristalleria la classe dirigente di Tel Aviv sta guastando in sotto il controllo delle brigate al-Qassam, di migliaia di coloni in fuga o catturati e brutalizzati e/o assassinati hanno fatto pericolosamente vacillare il mito della invincibilità israeliana.

Sul quale va peraltro proiettandosi un’ombra, se possibile, ancor più inquietante, che emerge da alcune inchieste realizzate da «Haaretz» sulla base di testimonianze dirette rese da cittadini israeliani coinvolti nella vicenda. Tuval Escapa, un membro della squadra di sicurezza del kibbutz Be’eri che aveva istituito una linea di comunicazione diretta con l’esercito israeliano, ha dichiarato al quotidiano israeliano che, nel momento in cui le brigate al-Qassam sono dilagate nei territori limitrofi alla Striscia di Gaza, «i comandanti sul campo hanno preso decisioni difficili, tra cui quella di bombardare gli edifici occupati dai terroristi, che avevano tuttavia portato con sé decine di ostaggi». Secondo «Haaretz», l’esercito è stato in grado di ripristinare il controllo su Be’eri solo dopo aver ammesso di aver “bombardato” le abitazioni degli israeliani che erano stati fatti prigionieri. «Il prezzo – riporta il quotidiano – è stato terribile: almeno 112 residenti di Be’eri sono stati uccisi». Il contenuto delle inchieste di «Haaretz» trova conferma nella ricostruzione dei fatti formulata da una cittadina israeliana di nome Yasmin Porat, la quale ha dichiarato in un’intervista rilasciata a «Israel Radio» che l’esercito ha «senza alcun dubbio» ucciso numerosi civili israeliani durante gli scontri a fuoco con i militanti di Hamas, attraverso un intenso fuoco di carri armati.

Anche gli elicotteri d’attacco Apache avrebbero giocato un ruolo di rilievo, come si evince dalle dichiarazioni rese dai piloti ad alcuni dei principali giornali e canali televisivi di Israele, secondo cui sarebbero stati inviati sul campo di battaglia senza alcuna informazione che li ponesse nelle condizioni di distinguere tra membri delle brigate al-Qassam, militari e polizia israeliani e civili. Cosa che non avrebbe comunque impedito loro di aprire il fuoco, sebbene, come ha riferito un pilota all’agenzia israeliana «Mako», «non c’era pressoché alcuna intelligence che ci aiutasse a prendere decisioni fatidiche»,

Sembra che gli elicotteri Apache si siano concentrati sui veicoli che rientravano a Gaza di ritorno dai kibbutz vicini e dal festival di musica elettronica nel Negev occidentale, prendendo di mira le auto senza preoccuparsi della possibilità che all’interno dei veicoli ci fossero prigionieri israeliani. Avrebbero anche aperto il fuoco su persone disarmate che uscivano dalle auto o che camminavano a piedi nei campi alla periferia di Gaza. Una ricostruzione focalizzata sull’operato degli squadroni di elicotteri Apache pubblicata dall’emittente israeliana «Yedioth Aharonoth» ha riferito che «i piloti si sono resi conto dell’enorme difficoltà di distinguere, all’interno degli avamposti e degli insediamenti occupati, tra terroristi, soldati e civili […]. All’inizio il ritmo di fuoco è stato tremendo, e solo a un certo punto i piloti hanno iniziato a rallentare gli attacchi e a selezionare gli obiettivi con maggiore attenzione».

Una residente di Ashkelon di nome Danielle Rachiel ha raccontato di essere stata quasi uccisa dopo essere sfuggita all’attacco portato dalle brigate al-Qassam durante il festival musicale nel Negev occidentale. A suo dire, «quando abbiamo raggiunto la rotonda [di un kibbutz], abbiamo visto le forze di sicurezza israeliane, che hanno iniziato a sparare contro di noi. I finestrini dell’auto su cui stavamo viaggiano sono andati in frantumi. Solo quando abbiamo gridato in ebraico “Siamo israeliani”, gli spari sono cessati e siamo stati portati al sicuro».

Alcuni israeliani non sono stati fortunati come Danielle Rachiel. È il caso di Adi Ohana, ucciso dalla polizia israeliana vicino alla sua abitazione, dopo esser stato scambiato per un guerrigliero palestinese. Come scrive Max Blumenthal su «The Grayzone», «l’esercito israeliano ha ricevuto l’ordine di bombardare gli edifici residenziali e persino le proprie basi, mentre veniva sopraffatto dai militanti di Hamas lo scorso 7 ottobre. Quanti dei cittadini israeliani che si dice siano stati “bruciati vivi” da Hamas sono stati in realtà uccisi dal fuoco amico? […] I media israeliani si stanno riempiendo di notizie di militari che hanno sparato contro i loro concittadini, anche mentre erano impegnati a difendere le loro case da uomini armati palestinesi».

Il quadro che emerge dalla mera sommatoria di questo genere di episodi è in dubbiamente destinato a produrre per un verso una netta e generalizzata diminuzione del timore reverenziale nei confronti dello Stato ebraico in una fase in cui è l’“Occidente collettivo” nel suo complesso ad assistere al deterioramento della sua immagine di superiorità inarrivabile, intaccata in maniera forse irreversibile dalla inaspettata capacità di resistenza militare, politica, economica, sociale e anche cultura dimostrata dalla Russia in Ucraina. Per l’altro, ad alimentare in seno alla società civile israeliana profonda diffidenza nei confronti dei vertici politici, militari e di intelligence, specialmente in seguito all’osceno scaricabarile in cui si sono cimentati alcuni personaggi di primissimo piano. È il caso di Benjamin Netanyahu, vale a dire un primo ministro su cui gravano grossi problemi giudiziari e oggetto di pesanti contestazioni interne, che lo scorso 28 ottobre ha pubblicato un tweet in cui attribuiva per intero la responsabilità dei fatti del 7 ottobre ai vertici dell’intelligence israeliana. Nel post, Netanyahu sosteneva di non aver ricevuto alcun genere di avvertimento in merito alle intenzioni di Hamas dai servizi di sicurezza, prendendo specificamente di mira il direttore dell’Aman Aharon Haliva e il suo omologo dello Shin Bet Ronen Bar. La cancellazione del tweet da parte del premier israeliano è avvenuta soltanto in seguito alla valanga di critiche ricevute da vari esponenti dell’opposizione come Yair Lapid e da alcuni membri del suo stesso governo, come il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi. In un grottesco tentativo di ridimensionare l’accaduto, Netanyahu ha quindi spiegato sempre su Twitter di aver commesso un errore: «le cose che ho detto non dovevano essere dette e mi scuso per questo. Sostengo pienamente tutti i capi dei servizi di sicurezza, così come  il capo di stato maggiore, i comandanti e i soldati dell’esercito che sono al fronte e combattono per il nostro Paese».

L’atteggiamento di Netanyahu sembra dettato dalla necessità che il primo ministro avverte di ripulire la propria reputazione, ma le modalità attraverso cui si è manifestato denotano uno stato di confusione e una mancanza di equilibrio che, come spesso accade, conducono a una perdita di qualsiasi senso del limite. Lo si evince in maniera chiarissima dalla sempre più spiccata tendenza da parte dello stesso Netanyahu ad avvalersi dei testi sacri dell’ebraismo per motivare le proprie politiche nei confronti della base elettorale a cui fa riferimento la sua coalizione di governo, formata da tre partiti fondamentalisti religiosi: il Yahadut HaTora (Ebraismo della Torah Unito) controllato dal gruppo religioso degli ebrei haredim aschenaziti; il Shas partito dei ultra ortodossi sefarditi e mizrahì; il HaTzionut HaDatit (Partito Sionista Religioso) dell’estrema destra legata all’ortodossia ebraica. Sono loro i destinatari principali a cui Netanyahu si rivolgeva attraverso pronunciamenti quali «quella in corso è una lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre, tra l’umanità e la legge della giungla», e soprattutto, «noi siamo il popolo della luce, loro sono il popolo delle tenebre. Realizzeremo la profezia di Isaia».

Vale a dire la principale di tutte le profezie Messianiche dell’Antico Testamento, descritta nel 53° capitolo del libro del profeta Isaia e nota come il “Servo Sofferente”. La profezia, a lungo considerata dai rabbini storici del giudaismo come l’annuncio dell’avvento del Redentore che un giorno verrà nella terra di Sion, viene interpretata dai rabbini moderni inquadrati nelle correnti ultra-ortodosse (che compongono la base ideologica dei partiti religiosi della coalizione governativa) in maniera molto diversa. A loro avviso, la profezia di Isaia del “Servo Sofferente” non si riferisce all’avvento del Messia, ma alla nazione di Israele, destinata a prevalere su tutti i suoi nemici e a diventare estremamente forte e prospera. Isaia avrebbe profetizzato la guarigione dalla “malattia” e da ogni castigo intentato contro Israele che nonostante tutte le avversità “cresce come un ramoscello, come una radice da arido suolo”.

Il riferimento alla profezia Isaia ha un alto significato simbolico, e sembra orientato a riaffermare la necessità di aggredire con ogni mezzo la “malattia” palestinese e vincere la battaglia finale in modo tale che il ramoscello israelitico impiantato su arido suolo si trasformi in un albero rigoglioso destinato a durare nei secoli.

Nel corso  della conferenza stampa che ha tenuto subito prima di pubblicare il tweet incriminato, Netanyahu ha dichiarato: «prego per la sicurezza dei nostri soldati. Possa Dio concedere loro la vittoria sui nemici che si sono sollevati contro di noi. Possano i nostri nemici essere umiliati davanti a loro e possano i nostri soldati essere incoronati con salvezza e trionfo». Ha quindi citato Deuteronomio 25:17, dicendo: «ricorda ciò che ti ha fatto Amalek». Nella Torah, gli amaleciti sono identificati come la popolazione ostile e bellicosa responsabile di svariati attacchi contro il popolo d’Israele durante la fuga dall’Egitto, e vengono quindi considerati come l’emblema stesso del male, affibbiato in questo caso ad Hamas, e forse all’intero popolo palestinese.

La narrazione proposta da Netanyahu segue perfettamente questa logica: come gli amaleciti all’epoca dell’esodo dall’Egitto, i guerriglieri di Hamas parimenti animati dallo spirito di Amalek hanno colpito civili israeliani. E nell’affermare che «ricordiamo e combattiamo», Netanyahu ha quindi fatto riferimento alla profezia di Samuele (15:3), che nella Torah dice a re Saul «và dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini». Non è difficile scorgere un parallelo tra l’invocazione che Samuele rivolge a Saul e il tipo di campagna militare che Israele sta conducendo contro la Striscia di Gaza, trasformandola di fatto in un cumulo di macerie. Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza lo scorso 29 ottobre, il numero dei palestinesi uccisi negli attacchi israeliani presso la Striscia dal 7 ottobre era salito a 8.005 unità. I 2,3 milioni di residenti di Gaza sono anche alle prese con carenza di cibo, acqua, carburante e medicine a causa del blocco attuato da Israele. Soltanto pochi camion carichi di aiuti umanitari sono entrati a Gaza dall’apertura del valico di Rafah lo scorso 21 ottobre.

Uno scenario di devastazione totale, perfettamente rispondente alle aspettative nutrite e annunciate apertis verbis dall’ex ambasciatore israeliano in Italia Dror Eydar, che nel corso di una trasmissione televisiva ha sostanzialmente marginalizzato qualsiasi tentativo di contestualizzazione del conflitto in corso dichiarando testualmente che «noi in Israele non siamo interessati a tutti questi discorsi razionali. Per noi c’è un unico scopo: distruggere Gaza, distruggere questo male assoluto». Una uscita che si presta a pochi fraintendimenti, e che secondo numerosi osservatori esterni come Alastair Crooke risulta largamente condivisa in Israele. Il concetto, peraltro, è stato rilanciato da Dan Gillerman, che in qualità di ex rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite ha dichiarato ai microfoni di «Sky» di esser rimasto «molto sconcertato dalla costante preoccupazione che il mondo mostra per il popolo palestinese, nei confronti questi animali orribili e disumani che hanno commesso le peggiori atrocità di questo secolo».

II pronunciamento di Gillerman, che riprende l’etichetta di “animali umani” che il ministro della Difesa Yoav Gallant aveva affibbiato alla popolazione della Striscia di Gaza, è giunto dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres aveva espresso profonda preoccupazione per «le chiare violazioni del diritto internazionale umanitario a cui stiamo assistendo a Gaza», sottolineando che gli attacchi di Hamas non arrivano dal  nulla e «non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese». Puntualmente, l’ambasciatore israeliano presso l’Onu Gilad Erdan ha accusato Guterres di aver giustificato le azioni di Hamas e richiesto immediatamente le sue dimissioni, prima che i suoi superiori negassero i visti di entrata in Israele al personale delle Nazioni Unite. Nessun chiarimento è stato invece formulato in merito al concetto, tirato in ballo da Guterres, di “punizione collettiva”, presumibilmente perché era stato invocato senza mezzi termini dal presidente di Israele Yitzhak Herzog per legittimare la distruzione totale della Striscia di Gaza. Secondo Herzog, «c’è un’intera nazione là fuori ad essere responsabile. Non è vera questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti. Non è assolutamente vera. Avrebbero potuto insorgere, avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio che ha preso il controllo di Gaza con un colpo di Stato. Ma siamo in guerra, stiamo difendendo le nostre case, stiamo proteggendo le nostre case, questa è la verità e quando una nazione protegge la propria casa combatte e noi combatteremo finché non gli romperemo la spina dorsale».

Lior Haiat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano, ha accusato Amnesty International, che denunciava questo aveva chiesto il cessate il fuoco per proteggere i civili, di essere «un’organizzazione antisemita che ha pregiudizi contro Israele, un’organizzazione di propaganda che lavora per i terroristi di Hamas».

Il fatto che personaggi di così alto profilo, che in alcuni casi ricoprono addirittura ruoli istituzionali verticistici in Israele, si esprimano in questa maniera lascia trasparire un radicatissimo senso di impunità, talmente sconfinato da condurre a una incomprensione generalizzata delle conseguenze potenzialmente catastrofiche delle proprie azioni. Sotto questo aspetto, l’obiettivo di destabilizzare sotto il profilo psicologico ed emotivo la società israeliana – comprese le sue componenti apicali – perseguito da Hamas attraverso l’operazione al-Aqsa Flood maniera difficilmente recuperabile i rapporti non solo con il proprio vicinato, con le élite e con le popolazioni dell’intero mondo arabo e musulmano, numericamente soverchiante, ma anche con alcuni dei suoi principali interlocutori. A partire dalla Turchia, dalla quale Israele ha richiamato l’ambasciatore in segno di protesta per le dichiarazioni di Erdo?an che ha definito Hamas una forza di resistenza che si avvale talvolta di metodi terroristici, e non di un movimento terroristico tout court, e, soprattutto, della Russia. Nei giorni scorsi, infatti, l’ambasciatore russo in Israele  Anatoly Viktorov è stato convocato presso il Ministero degli Esteri israeliano in  relazione alla visita a Mosca di giovedì scorso di una delegazione di Hamas. Israele,  ha dichiarato durante un colloquio con l’ambasciatore russo Simona Halperin, vicedirettrice della divisione Eurasia del Ministero degli Esteri israeliano, «considera con severità l’assenza di una condanna chiara e inequivocabile da parte di Mosca dell’organizzazione terroristica di Hamas  e il comportamento della Russia negli organismi internazionali. Ospitare leader di Hamas, direttamente responsabili dell’attacco terroristico omicida del 7 ottobre, del rapimento di ostaggi e dello spargimento di sangue di oltre 1.400 israeliani, trasmette un messaggio di legittimità del terrorismo contro gli israeliani». Sfugge, alla Halperin così come a gran parte della classe dirigente israeliana, che mantenendo un atteggiamento di equidistanza sostanzialmente condiviso con la Cina, la Russia si è riservata la possibilità di accreditarsi come mediatrice affidabile tra le parti. Segno che, evidentemente, Israele non intende trattare, ma portare a termine la missione indicata in maniera inequivocabile dall’ex ambasciatore israeliano a Roma Dror Eydar, senza badare alle conseguenze, e prepararsi a realizzare quella “Grande Israele” presentata nella versione “ridotta”, ma pur sempre comprendente Cisgiordania e Striscia di Gaza, da Netanyahu, e nella variabile “allargata”, in cui i confini di Israele coprono l’intera Giordania e parte dell’Egitto, dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.





A quel punto, la profezia di Isaia potrà considerarsi realizzata.

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