Il botta e risposta fra Usa e team politico di Saif Gheddafi all'ONU

Il botta e risposta fra Usa e team politico di Saif Gheddafi all'ONU

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di Marinella Correggia 

Un recentissimo botta e risposta fra i rappresentanti degli Stati uniti presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu e il team politico di Saif al-Islam Gheddafi (figlio del leader libico assassinato il 20 ottobre 2011 ed eterno candidato a elezioni presidenziali eternamente rinviate), ruota intorno al ruolo della Corte penale internazionale (in inglese International Criminal Court – Icc), che formalmente si occupa di Libia dal 2011.

Ma facciamo un passo indietro di oltre tredici anni; quando tutto comincia. 

Il 26 febbraio 2011,
a pochi giorni dallo scoppio delle rivolte nella Jamahiriya araba libica, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, senza darsi la pena di verificare in loco alcunché, condanna nella sua risoluzione 1970 (https://documents.un.org/doc/undoc/gen/n11/245/58/pdf/n1124558.pdf?token=MzBr2saIKI5SZafa1A&fe=true ) la “violenza diffusa e sistematica contro i civili e la “grave violazione dei diritti umani”, con la “repressione di manifestanti pacifici”, la “morte di civili” e l’”incitamento alla violenza contro i civili fatto dalle autorità libiche ai massimi livelli”. Decide una lunga sfilza di sanzioni, congelamento dei beni e divieto di espatrio ma anche di deferire la situazione alla Corte penale internazionale. Questa apre l’inchiesta nel mese di marzo per “crimini contro l’umanità” e “crimini di guerra” (https://www.icc-cpi.int/situations/libya). Molte inchieste indipendenti hanno in seguito confutato le menzogne servite come giustificazione per i bombardamenti della Nato (“a protezione dei civili”, che in realtà erano armati) e in seguito ammesse dagli stessi protagonisti; ne abbiamo riportate alcune nel documentario “Tutto sarà dimenticato?”. Ricordiamo anche che l’allora presidente venezuelano Hugo Chavez chiese invano più volte una commissione internazionale indipendente che si recasse in Libia per appurare i fatti.

Niente di tutto ciò avviene, nei mesi dei bombardamenti. Il 27 giugno 2011 la Corte penale spicca un mandato di arresto internazionale contro Muammar Gheddafi, suo figlio Saif al Islam e il responsabile dell’intelligence libica Abdullah Senoussi. Il mandato contro il primo viene lasciato cadere un mese dopo il suo assassinio. Quando a Senoussi, la Cpi fa cadere il caso l’11 ottobre 2013 perché egli è già in carcere a Tripoli per gli stessi crimini. Senoussi è tuttora in carcere, gravemente ammalato e senza essere mai sottoposto a un processo con le garanzie minime.

Quanto a Seif al-Islam, il suo caso, leggiamo sul sito della Cpi (https://www.icc-cpi.int/libya/gaddafi ) , “rimane allo stadio pre-processuale, in attesa del suo trasferimento alla sede della Corte all’Aja”. Nel caos degli anni successivi all’operazione bellica della Nato e alla vittoria dei suoi alleati a terra (le milizie armate), accade che il Parlamento libico con base a Tobruk nel 2015 decide un’amnistia generale. E il capo della prigione di Zintan dove le milizie detengono Sail al-Islam decide di liberarlo, sostenendo che egli rientri nell’amnistia.
 
A quel punto il procuratore della Cpi chiede l’estradizione, mai concessa da nessuno dei due governi libici succedutisi (Tripoli e Tobruk). In seguito, la Cpi emette ordini di arresto “per crimini commessi in Libia dal 2011” a carico di altre persone https://www.reuters.com/world/africa/icc-prosecutor-issues-secret-arrest-warrants-libya-crimes-2023-05-11/ rimasti segreti – di conseguenza non è chiaro a quali crimini ci si stia riferendo e di quale periodo.

E veniamo all’attualità. Il 14 maggio 2024, il procuratore della Cpi, l’avvocato britannico Karim Khan, delinea di fronte al Consiglio di sicurezza Onu  (https://news.un.org/en/story/2024/05/1149736 ) la “tabella di marcia” per completare l’indagine sui crimini di guerra in Libia. Annuncia che la fase investigativa del procedimento su presunti crimini di guerra in Libia dovrebbe concludersi entro la fine del 2025, passando alla fase giudiziaria, comprendente gli arresti e i processi, oltre a rafforzare l'impegno con le autorità libiche e i partner internazionali. Conferma che le indagini della CPI sulla situazione in Libia non possono essere rese pubbliche, invitando il Consiglio di sicurezza a sostenere la tabella di marcia e indicando che la Cpi presenterà richieste per emettere mandati di arresto aggiuntivi attraverso le indagini. Negli anni (ma non durante l’attacco Nato nel 2011), il team Cpi ha visitato la Libia 18 volte e ha raccolto più di 800 prove, compresi i materiali video e audio, nonché informazioni come prove forensi.

Reazioni? Da un lato, l’ambasciatore libico alle Nazioni unite, Taher El-Sonni, ha detto a Khan che se i casi libici su cui la Cpi indaga sono così complessi che non saranno completati fino alla fine del 2025, dovrebbe destinare gli sforzi della corte alla guerra a Gaza. E l'ambasciatore russo Vassily Nebenzia ha definito la Cpi un "corpo di burattini" politicizzato controllato dall'Occidente che "non ha assolutamente nulla a che fare con la giustizia”.

Ecco invece alcune delle osservazioni degli Stati uniti dopo il briefing di Khan (https://usun.usmission.gov/remarks-at-a-un-security-council-briefing-by-the-icc-prosecutor-on-the-situation-in-libya-4/). Dopo lodi sperticate alla “dedizione del personale della Corte”, invita le autorità libiche a “fare di più per sostenere e promuovere gli sforzi di responsabilità globale e per rafforzare la cooperazione con la Cpi, anche per garantire che tutti i soggetti a mandati di arresto siano processati il prima possibile. Gli ex alti funzionari del regime di Gheddafi, come Saif al-Islam Gheddafi, che è ancora soggetto a un mandato di arresto della Cpi con l’accusa di crimini contro l’umanità, devono affrontare la giustizia. Esortiamo la Libia a proseguire la cooperazione conformemente alla risoluzione 1970 in tutti gli aspetti delle indagini in corso, compreso il rilascio di visti per facilitare il lavoro sul campo, impegni iterativi con alti funzionari libici ed esperti tecnici, e la creazione di un ufficio sul campo a Tripoli”.

Quanto ai crimini post-guerra Nato, gli statunitensi incoraggiano ”la collaborazione in corso, le attività investigative collettive attraverso la squadra congiunta e la condivisione di informazioni bidirezionali con altre autorità nazionali incentrate sui crimini commessi in Libia, in particolare quelli che colpiscono i migranti, un settore di preoccupazione sottolineato dal Consiglio nelle risoluzioni 2647, 2702 e 2698. Riconosciamo l'importanza di questo lavoro che prosegue parallelamente ai procedimenti dinanzi alla Corte e oltre”.  Sostengono poi che “un passo fondamentale per la pace e la stabilità è il ritiro di tutti i gruppi armati e mercenari dalla Libia, in linea con la risoluzione 2656 del Consiglio di sicurezza e l'accordo libico per il cessate il fuoco dell'ottobre 2020”.

 

Ed ecco la risposta del team politico del candidato presidenziale Saif al-Islam Gheddafi alle dichiarazioni degli Stati uniti. Riportiamo qui diversi brani (gli attivisti libici hanno ricevuto il testo su Whats App).

"Avete dimenticato che il vostro Stato è fra i responsabili della situazione in Libia a causa del suo brutale e illegale intervento nel 2011, basato su menzogne e voci infondate, che ha portato al collasso della nazione? Da oltre 13 anni la Libia vive una situazione di conflitto e guerra".

"Avete dimenticato che il vostro Stato, insieme alla Cpi, ha chiuso un occhio di fronte a tutti i crimini avvenuti in Libia dal 2011 fino ad oggi, compresi crimini brutali e efferati come quello delle fosse comuni a Tarhuna, avvenuto 3 anni fa? Tutti sanno chi c'è dietro a questi crimini, ma finora la Cpi ha preso tempo”.

"I mandati di cattura della Cpi nel 2011 contro Saif al-Islam Gheddafi sono stati emessi, nel 2011, pochissimo tempo dopo il deferimento del caso della Libia alla Corte penale internazionale. Tutti sanno che quell’accusa è politica e non ha nulla a che fare con alcuna azione criminale sul campo".

"Avete dimenticato che gli Stati uniti minacciavano la Corte penale internazionale di sanzioni devastanti qualora osasse intraprendere qualsiasi azione contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nonostante quest'ultimo abbia dato ordine di uccidere più di 35.000 civili palestinesi, tra cui bambini e donne".

"Avete dimenticato che gli Stati uniti continuano a rifiutarsi di firmare lo Statuto della Corte Penale Internazionale".

 

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