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La NATO lo strumento di dominazione politico-militare in mano agli Stati Uniti

 


Pubblichiamo la relazione introduttiva di Giuseppe Agrello, segretario del PCI di Bologna, al dibattito 'Era (la) NATO - 70 anni di sudditanza al servizio della guerra'. 
 

Perché dedicare una serata al tema della pericolosità ed aggressività della Nato?

 

Perché ancora oggi, e per certi versi ancora più che nel periodo della guerra fredda, la Nato continua ad essere il principale strumento di dominazione politico-militare globale da parte delle maggiori potenze imperialistiche, sotto l'attenta e spregiudicata leadership degli Stati Uniti. E come tale, di conseguenza, diviene un nemico, probabilmente il principale nemico, che si contrappone ad un effettiva sovranità dei popoli e delle nazioni e ad un processo di pacificazione che ponga fine a tutte le guerre.


La storia della Nato è attraversata da diverse fasi: quella della guerra fredda, quella del dopo guerra fredda, e la parte che riguarda gli ultimi 25-30 anni, che potremmo definire della “Grande Nato”, fase sulla quale proveremo a concentrare il dibattito di stasera, anche perché in quel passaggio si annida, a mio avviso, anche una modifica sostanziale della stessa.

Nelle prime due fasi, attraverso la Nato, gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro dominio sugli alleati europei, usando l'Europa come prima linea nel confronto (anche nucleare) col Patto di Varsavia (fondato nel 1955, ovvero 6 anni dopo la Nato). Quando nel 1991 si dissolve il Patto di Varsavia e l’Unione sovietica lo scenario cambia radicalmente: esiste infatti il pericolo che gli alleati europei effettuino scelte divergenti o ritengano la Nato perfino inutile nella nuova situazione geopolitica. In questo nuovo quadro gli Stati Uniti si muovono rapidamente intraprendendo la guerra del Golfo, la prima nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale che Whashington non motiva con la necessità di arginare la minacciosa avanzata del comunismo, giustificazione che era stata alla base di tutti i precedenti interventi militari statunitensi nel cosiddetto terzo mondo (dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dall'invasione di Grenada all'operazione contro il Nicaragua). Con questa guerra gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza militare e influenza politica nell'area strategica del Golfo, dove sono concentrati i due terzi delle riserve petrolifere mondiali, e allo stesso tempo lanciano ad avversari vecchi e nuovi, nonché agli alleati, un messaggio inequivocabile contenuto nella National Security Strategy of the United States dell'agosto 1991, che recita “nonostante l'emergere di nuovi centri di potere, gli Stati Uniti rimangono il solo stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione – politica, economica, militare – realmente globali. Negli anni '90, così come per gran parte di questo secolo, non esiste alcun sostituto alla leadership americana”.


Contemporaneamente al cambio della propria strategia, gli Stati Uniti premono affinché anche la Nato faccia altrettanto. Era infatti divenuto reale il pericolo che con la fine della guerra fredda e il dissolvimento del Patto di Varsavia venisse meno la motivazione della “minaccia sovietica” che aveva tenuto coesa la Nato sotto l'indiscussa leadership statunitense. Così il 7 novembre 1991 (dopo la prima guerra del golfo a cui la Nato non ha partecipato ufficialmente in quanto tale ma comunque con le sue forze e strutture) il Consiglio atlantico dei 16 paesi allora appartenenti si riunisce a Roma e vara il “nuovo concetto strategico” in cui si stabilisce che la “sicurezza dell'Alleanza non è circoscritta all'area nord-atlantica.


E' in questo passaggio che si comincia a delineare la fase tutt'ora in corso della “Grande Nato”


Tale nuovo concetto viene applicato qualche anno dopo nei Balcani, quando nel 1994 assistiamo alla prima azione di guerra dalla fondazione dell'Alleanza. Seguirà qualche anno dopo, nel 1999, la guerra contro la Jugoslavia e contemporaneamente (nell'aprile dello stesso anno) si riunisce a Whashington il vertice Nato che ufficializza il nuovo concetto strategico andando a modificare l'art. 5 del trattato del 1949 che passa da un impegno per i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell'area nord-atlantica ad impegnare i paesi membri anche a condurre “operazioni di risposta alle crisi non previste dall'art.5, al di fuori del territorio dell'Alleanza”.


Inizia inoltre in quel periodo l'avanzata della Nato verso est, nel territorio dell'ex Patto di Varsavia e dell'ex – Urss: nel 1999 vengono inglobate Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, nel 2004 Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia; nel 2009 Albania e Croazia. E si lavora ancora oggi su altri stati quali Macedonia, Georgia, Montenegro.


Gli Stati uniti riescono così nell'intento di sovrapporre a un'Europa basata sull'allargamento dell'UE un Europa basata sull'allargamento della Nato. Infatti con l'ingresso nella Nato i paesi dell'Europa orientale vengono ad essere più direttamente sotto il controllo degli Stati Uniti che nell'Alleanza mantengono un ruolo predominante.


Grazie a questa trasformazione gli Stati Uniti e i loro alleati hanno mostrato il loro vero volto di gendarmi del mondo, disposti a sacrificare per i propri interessi la vita di civili e il destino di interi Paesi. Le politiche neo imperialiste, neo colonialiste sono evidenti, sempre più marcate. Erigendosi a paladini della democrazia e della pace hanno sistematicamente creato campagne “buoniste” dietro cui sono spuntate le sagome di missili e bombe. In questi ultimi due decenni troppi sono stati i conti che non tornano. E' stato così in Jugoslavia (1999), in Afghanistan (2001), in Iraq (2003), in Libia (2011), in Siria (a partire dal 2011 e ancora in corso), in Ucraina (2014). Come dimenticare la recita del Segretario di Stato Usa, l’ineffabile Colin Powell, che andava agitando in pieno Consiglio di Sicurezza dell’Onu una provetta di antrace quale prova del possesso di armi biologiche da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, prova rivelatasi fasulla: a seguito di tale macabra recita, con il pretesto di impedire l’uso di “armi di distruzione di massa”, è stato compiuto il genocidio di un popolo (mezzo milione di morti civili iracheni, secondo PLOS Medicine). La stessa tecnica pseudo-propagandistica fu adottata per preparare l’opinione pubblica all’intervento in Libia, un’aggressione che ha letteralmente spianato un Paese lasciandolo preda di miseria e scorribande tribali: si denunciava l’esistenza di fosse comuni (indicate come contenenti a migliaia gli oppositori di Gheddafi), le stesse che si rivelarono poi cimiteri ordinari e vecchie sepolture.

In sette mesi, vennero effettuate circa 10 mila missioni di attacco aereo con decine di migliaia di bombe e missili. A questa guerra ha partecipato l’Italia di Berlusconi, dell’allora Capo di stato Giorgio Napolitano, con cacciabombardieri e basi aeree, stracciando il Trattato di amicizia e cooperazione tra i due Paesi. In realtà Stati Uniti e Francia – come provano le mail della segretaria di stato Hillary Clinton – si accordarono e decisero l’intervento per bloccare anzitutto il piano di Gheddafi di creare una moneta africana in alternativa al dollaro e al franco. Così la Libia è divenuta oggi la principale via di transito di un caotico flusso migratorio verso l’Europa, in mano a trafficanti di esseri umani: un dolente esodo che, nella traversata del Mediterraneo, provoca ogni anno più vittime dei bombardamenti Nato del 2011.


Con il recente attacco bellico alla Siria, la stessa Russia è tornata ad essere pericolosamente un obiettivo più diretto, secondo un orientamento a più riprese manifestato da Hillary Clinton (non a caso sostenuta nella corsa alla Presidenza del 2016 dalle lobby degli armamenti e della difesa). In effetti, con Putin la Russia è tornata a competere sulla scena mondiale in alleanza con la Cina, liberandosi del debito estero, ricompattando l'unità interna e rilanciando l'orgoglio nazionale. Attorno ad essa è stato creato un cordone sanitario di sanzioni e ostilità, con l’obiettivo di marginalizzarla e dividerla dall'Europa (allargamento verso Est della Ue e della Nato, con relativa dislocazione di basi missilistiche a ridosso dei confini, demolizione della Jugoslavia, sostegno al rovesciamento del presidente eletto Janukovich in Ucraina). In questa nuova e ancor più pericolosa fase della escalation Usa/Nato contro la Russia, l’Italia, membro della Nato, è sempre in prima fila. Le navi da guerra pronte ad attaccare la Siria dipendono dal Comando delle forze navali Usa in Europa, il cui quartier generale è a Napoli-Capodichino. L’operazione bellica è appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali.


Su tale scenario bellico, l’Italia si presenta volente o nolente in prima fila. Lo conferma quanto avvenuto alle Nazioni Unite il 20 settembre 2017, quando si è aperta la firma del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Votato da una maggioranza di 122 stati, esso impegna a non produrre né possedere armi nucleari, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente, con l’obiettivo della loro totale eliminazione. Il primo giorno il Trattato è stato firmato da 50 stati, ma il giorno stesso in cui è stato aperto alla firma la Nato lo ha sonoramente bocciato, determinando così il preciso orientamento degli Stati membri. Questo è il prezzo che la cosiddetta “solidarietà atlantica” impone di pagare. D’altra parte, lo stesso Trattato di non-proliferazione nucleare è violato dalla presenza di bombe nucleari statunitensi B61 in cinque paesi non-nucleari (Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia) e dalla realizzazione, già in fase avanzata, delle nuove bombe nucleari B61-12, che rimpiazzeranno dal 2020 le B61: una volta schierate, potranno essere «trasportate da bombardieri pesanti e da aerei a duplice capacità» non-nucleare e nucleare. Com’è noto, il nostro è il Paese della Nato con più ordigni nucleari americani in Europa, anche se non li gestisce direttamente: oltre 70, di cui 20 nella base di Ghedi e 50 ad Aviano. Tutti i governi che si sono succeduti in Italia, di centrosinistra e di centrodestra si sono ben guardati dal contestare anche solo per una virgola questo stato di cose. Commentando l’attacco alla Siria, anche l'attuale compagine di governo ha tenuto a  precisare che non è affatto in discussione la fedeltà atlantica.


Un altro segnale che la dice lunga sugli attuali crescenti pericoli di guerra è costituito dal continuo incremento delle spese militari. L’escalation della spesa militare statunitense traina quella degli altri membri della Nato. Il senato Usa si è espresso per un aumento del budget del Pentagono persino più sostanzioso di quanto aveva richiesto lo stesso presidente Donald Trump. I senatori democratici, talvolta a parole critici nei confronti dei toni bellicosi del presidente, lo hanno scavalcato quando si è trattato concretamente di decidere le spese per la guerra, votando in modo compatto con i repubblicani. Ma gli Stati Uniti chiedono anche ai loro alleati lo stesso impegno nel destinare risorse ad armamenti e missioni militari: compresa ovviamente l’Italia, sul cui governo si fa pressione perché incrementi la sua spesa militare da 80 a 100 milioni di euro al giorno. Così dovremmo assistere al paradosso in base al quale, mentre sono chiesti ai propri cittadini pesanti sacrifici e si è costituzionalizzato il principio del pareggio di bilancio (con conseguenti tagli alla spesa sociale), si destinano nel contempo sempre più risorse per il riarmo. La ferrea regola dell’imperialismo non cambia: meno pane, più cannoni.


Regola che vale per tutte le maggiori potenze capitaliste che, pur divise da crescenti contrasti di interesse, si ricompattano quando si tratta di difendere la loro supremazia. In tal senso credo sia emblematica  la dichiarazione del segretario generale della Nato Scheffer (in carica dal 2004 al 2009): “la sicurezza non è qualcosa di discrezionale, di cui si può fare a meno quando il denaro scarseggia: è il fondamento su cui è costituita la nostra prosperità”.


L’Italia è di fatto dentro questa strategia di guerra, che viola la nostra Costituzione e che priva la Repubblica Italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente sulla base dei principi costituzionali. Il nostro paese è complice di coloro che si arrogano il diritto di intervenire con la forza e cambiare il regime interno ( regime change) di Paesi sovrani. Noi comunisti diciamo al contrario: basta con le aggressioni imperialiste, via l’Italia dalla guerra e dalla Nato.

 

 

 

Fonti:

“Ricostruire il partito comunista - Appunti per una discussione” di Oliviero Diliberto, Vladimiro Giacchè, Fausto Sorini - Edizioni Simple - Aprile 2011

 

Documento congressuale I congresso PCI - 2018

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