La Shanghai Cooperation Organization (SCO) e gli altri strumenti del multilateralismo

La Shanghai Cooperation Organization (SCO) e gli altri strumenti del multilateralismo

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di GianBattista Cadoppi - Cumpanis

Progressi della SCO nei suoi 21 anni

 

Il vertice di Samarcanda

Il 15 e 16 settembre si è tenuto a Samarcanda (Uzbekistan) il Consiglio dei Capi di Stato della Shanghai Cooperation Organization (SCO) che si riunisce una volta all’anno. Samarcanda è una città mitica, un collegamento chiave dell’antica Via della Seta, in qualche modo persino simbolica proprio della Belt and Road Initiative che è la Nuova Via della Seta lanciata da Xi Jinping. 

I Paesi partecipanti al vertice ormai rappresentano una sfida palese all’ordine unipolare nelle mani dell’asse occidentale, la “piccola cricca” come la chiamano i cinesi, dominato dagli Stati Uniti. La SCO rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale e possiede più del 30% del PIL globale. I fondatori della SCO, il 15 giugno 2001, sono Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, tutti Paesi del vecchio Gruppo di Shanghai, creato cinque anni prima, a cui si unì l’Uzbekistan. In seguito, l’Organizzazione è cresciuta sensibilmente aumentando le proprie competenze, non solo in tema di sicurezza e di cooperazione, ed estendendo il suo raggio d’azione con l’adesione di India e Pakistan (2017) e l’Iran come paesi membri; è stata anche avviata la procedura per l’adesione della Bielorussia per ora paese osservatore al pari di Afghanistan, Bielorussia e Mongolia, inoltre di Azerbaigian, Armenia, Cambogia, Nepal, Turchia e Sri Lanka come paesi partner per il dialogo. Al vertice del 2021 i candidati allo status di partner di dialogo erano Egitto, Qatar e Arabia Saudita. È stato, inoltre, raggiunto un accordo sull’ammissione di Baharain, Maldive, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Myanmar come nuovi partner di dialogo. Il nuovo round ha segnato la più grande espansione dei membri della SCO consolidando il suo status e la sua influenza come l’organizzazione di cooperazione regionale più popolosa con il territorio più vasto del mondo. Secondo il Ministro degli Esteri cinese, questa espansione dimostra pienamente che la SCO non è una “piccola cricca” chiusa ed esclusiva, ma una “grande famiglia” aperta e inclusiva.

All’atto della fondazione è stato firmato un accordo per ridurre le forze armate nelle aree di confine, documento che è servito da base per creare questa nuova forma di cooperazione. I rapporti tra i suoi membri sono improntati al rispetto dei reciproci interessi e alla non ingerenza negli affari interni. Il suo obiettivo principale è rafforzare la sicurezza della regione, nonché cooperare economicamente e culturalmente per rafforzare la fiducia reciproca e il buon vicinato tra i suoi membri. È un’amicizia in nome di qualcosa e non contro qualcuno a differenza di organizzazioni quali la NATO. Per questi motivi, in un arco di tempo storicamente breve, la SCO è diventata l’asse del multilateralismo. 

L’incontro di Samarcanda servirà a promuovere un dialogo inclusivo, basato sui principi del rispetto reciproco, una vera piattaforma per unire e riconciliare Stati con diverse priorità di politica estera. Secondo Shavkat Mirziyoyev, presidente dell’Uzbekistan, il mondo si trova in un periodo di rottura storica, quando un’era finisce e ne inizia un’altra, ancora sconosciuta e imprevedibile. Mirziyoyev ha anche fatto un appello a sostenere l’Afghanistan e sviluppare le sue relazioni in tempi così difficili: «Il popolo afgano ha bisogno più che mai di vicini buoni e solidali. Il nostro obbligo morale è tendere una mano per offrire loro percorsi efficaci per uscire da una crisi pluriennale», in gran parte creata, occorre dirlo, dall’intervento americano.

SCO e terrorismo

Nel 2002 il governo cinese ha affermato di aver arrestato cento combattenti addestrati all’estero tornati nello Xinjiang. Gli Stati con cui lo Xinjiang commercia e confina fanno parte della SCO. Difendersi dal terrorismo per la Cina significa difendere anzitutto i propri confini e la propria sicurezza. Le soluzioni non possono essere unilaterali o isolate, dati i legami delle organizzazioni terroristiche. Uno dei primi obiettivi che si è data la SCO è stato proprio quello di contrastare la minaccia terroristica. Pechino ha cercato infatti, dopo l’11 settembre 2001, la collaborazione di tutti quegli Stati dell’Asia centrale interessati a reprimere la minaccia dell’estremismo islamico. Nella riunione inaugurale della SCO, nel giugno 2001, la Cina ha posto l’accento sui “tre mali” dell’estremismo, del separatismo e del terrorismo. Il primo documento approvato all’atto della fondazione, ancor prima della Carta dell’Organizzazione, siglata nel 2002 a San Pietroburgo, fu proprio la Convenzione sulla lotta al terrorismo, al separatismo e all’estremismo; di questa lotta vennero definiti in dettaglio i singoli punti. Questi concetti organicamente legati sono i “tre mali” alla base non solo della lotta contro il terrorismo in Xinjiang, ma anche in tutta l’Asia Centrale.

In un primo momento, alcuni di questi Paesi, Kazakistan e Kirghizistan in particolare, hanno effettivamente dato asilo a nuovi rifugiati o addirittura a organizzazioni della diaspora uigura che combattevano per l’indipendenza del “Turkestan orientale”. Pechino, in seguito, ha tagliato fuori i miliziani attivi nello Xinjiang da questi potenziali supporti esterni.

Il comune timore del terrorismo ha portato, nel giugno 2002, al vertice del gruppo di Paesi che insieme a Cina e Russia ha rafforzato i legami militari tra le Repubbliche dell’Asia centrale: Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.

Nello stesso anno, il gruppo ha sottoscritto una dichiarazione nella quale si afferma che il terrorismo internazionale è diventato una seria minaccia per l’umanità.

L’accordo di Shanghai stabilisce, infatti, la necessità di combattere non solo il terrorismo, ma punta a una «stretta cooperazione regionale per la pace e la stabilità nel mondo».

Attraverso l’Organizzazione di Shanghai, la Cina ha ottenuto dalle Repubbliche dell’Asia centrale la proibizione delle organizzazioni indipendentiste uigure presenti sul loro territorio e l’estradizione dei terroristi che vi si erano rifugiati.

Un evento importante è stato l’attentato all’ambasciata cinese di Bishkek, capitale del Kirghizistan, nell’agosto del 2016. Un uomo al volante di un’auto ha sfondato il cancello prima di farsi esplodere sul piazzale dell’ambasciata. Secondo quanto riportato dalle autorità kirghise, l’attentato è attribuibile a un’organizzazione uigura. L’attentatore sarebbe stato addestrato da terroristi uiguri operativi in Siria. A seguito di questo attentato la Cina ha siglato un’alleanza con altri tre Paesi dell’area centro-asiatica: Afghanistan, Pakistan e Tagikistan. 

Nel 2015 il governo aveva stimato in circa trecento i cittadini uiguri che si erano addestrati in campi jihadisti controllati dallo Stato Islamico (l’East Turkestan Islamic Movement ma gli uiguri si identificano anche con l’IMU Islamic Movement of Uzbekistan: entrambi hanno collegamenti a livelli diversi con Al Qaeda e Daesh).

L’IMU è un gruppo islamista fondato nel 1998 con l’obiettivo dichiarato di rovesciare l’allora presidente uzbeko Islam Karimov e creare uno Stato islamico basato sulla sharia. Nato nella Valle del Fergana, il movimento ha, via via, accolto combattenti provenienti non solo dall’Asia Centrale, ma anche dal Caucaso e dal Medio Oriente. Dopo anni di sanguinosi attentati e di scontri armati con le forze di sicurezza sia in Uzbekistan che in Kirghizistan, e di partecipazione alla guerra in Afghanistan e in Pakistan, nel 2015 il Movimento si è ufficialmente affiliato all’ISIS per poi scindersi. Questo conferma come la minaccia sia reale in tutti i Paesi della zona.

La Struttura Regionale Antiterrorismo (RATS) della SCO, sorta nel 2004, con quartier generale nella capitale kirghisa Bishkek, attualmente è diretta dal tagiko Jumakhon Giyosov, impegnato nel settore della sicurezza nazionale del suo Paese fin dal 1995.

La strategia americana contro Russia e Cina

La causa principale degli alti livelli d’insicurezza e conflitto globale è il rifiuto da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di adattarsi alla nuova realtà di un mondo multipolare.

I disordini di Urumqi nel 2009, innescati dalle organizzazioni uigure con sede a Washington, sono scoppiati solo pochi giorni dopo un incontro tra i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che avevano come ospite ufficiale l’Iran di Ahmadinejad, a Ekaterinburg. C’era una chiara connessione tra quell’incontro e la rivolta uigura. Washington non era affatto felice di vedere cooperare le nazioni dell’Eurasia. 


     LEGGI DI PASQUALE CICALESE: PIANO CONTRO MERCATO




Graham Fuller, la CIA e il Dipartimento di Stato puntano ben oltre i confini dello Xinjiang. Nel corso del tempo, hanno sostenuto di fatto gli islamisti in parecchi Paesi: in Pakistan per distruggere le principali infrastrutture che lo collegano a Pechino; in Myanmar, per interrompere la vitale infrastruttura energetica Cina-Myanmar; in Medio Oriente e in Africa – dal Sudan alla Libia fino alla Siria – per essere in grado di soffocare le linee vitali di approvvigionamento di petrolio e gas della Cina.

Durante la Guerra Fredda, Bernard Lewis elaborò la teoria dell’«arco della crisi» con l’obiettivo di dividere i Paesi, dal Medio Oriente all’India, sulla base di linee etniche per dividere l’Unione Sovietica. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, ha affermato che gli Stati Uniti dovevano impedire la realizzazione del «sogno secolare di Mosca di avere un accesso diretto all’Oceano Indiano». Brzezinski ha parlato di Balcani eurasiatici come di un’area di instabilità, mentre Samuel Huntington di polveriera collegata all’area turanica. Come afferma Marco Pondrelli, tutti i conflitti che hanno insanguinato il pianeta nel post ’89 sono legati da un filo rosso, le cosiddette operazioni di polizia internazionale in realtà erano guerre pensate per cingere d’assedio l’Eurasia e le due potenze, Cina e Russia, che attraverso il loro rapporto sempre più stretto si contrappongono ai disegni di Washington. Gli Stati Uniti hanno quindi lanciato l’Operazione Cyclone, che è durata dal 1979 al 1989 e costata fino a 630 milioni di dollari all’anno. Insieme all’Arabia Saudita e alla Gran Bretagna, gli Stati Uniti hanno fornito finanziamenti, equipaggiamento e addestramento ai guerriglieri musulmani che combattevano contro l’Unione Sovietica.

Incontri bilaterali 

Al vertice si sono incontrati i presidenti di Russia e Iran, Vladimir Putin ed Ebrahim Raisi. Il presidente iraniano ha ribadito che i Paesi occidentali commettono un grave errore quando impongono sanzioni contro Russia e Iran, e ha sottolineato che il suo Paese non riconoscerà le sanzioni occidentali contro Mosca, che avranno il risultato piuttosto, di rafforzare i legami tra i due Paesi; ha denunciato la mancanza di volontà degli Stati Uniti e dell’UE di raggiungere accordi e mantenere le loro promesse. 

Il presidente russo ha incontrato anche Narendra Modi, primo ministro indiano, al quale ha dichairato che la Russia farà tutto il necessario per porre fine quanto prima al conflitto in Ucraina, ma che «i leader ucraini hanno annunciato il loro rifiuto del processo negoziale e affermato che vogliono raggiungere i propri obiettivi con mezzi militari». Il presidente russo ha anche affermato che le relazioni tra Mosca e Nuova Delhi si stanno sviluppando nella sfera dell’economia e del commercio, portando avanti progetti comuni nel campo dell’energia nucleare, del petrolio e del gas. Da parte sua, Modi ha affermato che i due Paesi sono stati uniti per diversi decenni, ha ringraziato il leader russo per aver aiutato a evacuare gli studenti indiani dall’Ucraina e ha affermato che è necessario trovare modi per affrontare i problemi di sicurezza alimentare e dell’energia.

L’anno prossimo il vertice della SCO si terrà in India. Per quell’incontro, ci sono dieci Paesi, dalla Bielorussia alla Turchia, in lista d’attesa. Putin ha dichiarato che la SCO è la più grande organizzazione regionale del mondo, mentre Modi ha sottolineato l’importanza di questi Paesi dal lato economico. 

Il ruolo dell’ONU

Al termine del vertice, i capi di Stato e di governo della SCO hanno firmato una dichiarazione in cui si afferma che, al di là delle sanzioni economiche del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sanzioni unilaterali di qualsiasi tipo non rispettano i principi del diritto internazionale. Alcuni di questi Paesi (Iran, Russia, e Bielorussia) ostracizzati dall’Occidente che li ha colpiti con sanzioni unilaterali aderiscono alla SCO.

Gli Stati Uniti e i loro alleati rischiano di isolarsi dall’opinione della maggioranza dei Paesi a livello mondiale. Ad esempio, nel suo discorso al vertice il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha commentato: «Dobbiamo rimanere fermi nel sostenere il sistema incentrato sulle Nazioni Unite e l’ordine globale basato sul diritto internazionale, praticare i valori comuni dell’umanità e rifiutare il gioco a somma zero e la politica dei blocchi».

Il ruolo dell’ONU può essere importante. Le élite al potere nei Paesi occidentali rifiutano i principi fondamentali dell’ONU e non li hanno mai rispettati. Al contrario, hanno abusato del diritto internazionale con il pretesto di promuovere la democrazia e la libertà. Hanno commesso ripetute aggressioni contro governi legittimamente eletti attraverso l’uso di misure coercitive illegali e puro terrorismo. L’ONU li interessa principalmente nella misura in cui consente loro di potere dare una qualche legittimità ai loro crimini.

Nello stesso vertice, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha affermato: «Il ruolo crescente dei nuovi centri di potere sta diventando più chiaro e l’interazione tra questi centri non si basa su regole spurie, che nessuno ha potuto vedere e che sono imposte da forze esterne, ma si basa su principi universalmente riconosciuti e sulle norme del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, cioè la sicurezza eguale e indivisibile e il rispetto della sovranità di ogni persona, dei suoi interessi e valori nazionali».

Più esplicito, il ministero degli Esteri della Federazione Russa ha affermando che «la Russia è determinata a sottolineare la lotta contro i tentativi di minare la reputazione dell’ONU e a sottometterla alla volontà dell’Occidente collettivo… Stiamo lottando per un mondo multipolare, per il diritto degli Stati sovrani di vivere e svilupparsi, senza essere soggetti a pressioni e minacce permanenti da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali». Il mandato delle Nazioni Unite è di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, proteggere i diritti umani, facilitare la fornitura di aiuti umanitari, promuovere lo sviluppo economico e garantire il diritto internazionale. Occorre salvare l’ONU e garantire che realizzi i suoi obiettivi originari, invece di essere solo uno strumento in più che facilita l’annullamento dell’indipendenza e il terrorismo globale dei Paesi occidentali contro la maggioranza dei Paesi del mondo.

I Paesi SCO si oppongono a misure protezionistiche e restrizioni commerciali, che mettono in pericolo l’economia mondiale. Inoltre, ritengono che il mondo debba affrontare gravi minacce alla sicurezza alimentare, esacerbate da sanzioni restrittive unilaterali, contrarie ai principi e alle regole generali dell’Organizzazione mondiale del commercio. Hanno anche chiesto di rafforzare l’interazione multiforme tra gli Stati membri della SCO e di portarla a un nuovo livello qualitativo.

La SCO ha invitato tutti i Paesi del mondo a creare congiuntamente un mercato dell’energia trasparente ed efficiente, a ridurre le barriere commerciali, ad evitare un’eccessiva volatilità dei prezzi mondiali degli articoli del settore energetico e a mantenere un mercato energetico internazionale trasparente ed efficiente. L’Organizzazione ha sostenuto il disarmo e ha sottolineato la necessità di firmare impegni vincolanti che rafforzino la trasparenza e forniscano garanzie affidabili per prevenire una corsa agli armamenti.

Caos contro stabilità. La “minaccia della pace” portata dalla Cina

L’Impero del Caos deve far fronte a una minaccia: la pace e la stabilità portata dalla Cina. All’origine della guerra in Siria troviamo la volontà dell’Impero di favorire la creazione di una situazione caotica utilizzando ogni mezzo: intervento palese, guerra civile, terrorismo per sostenere i propri vassalli nell’area. L’obiettivo non è solo quello di esercitare il controllo su una determinata area per sfruttarne le risorse, ma è anche quello di sottrarre una zona all’influenza dei concorrenti oppure mettere i bastoni tra le ruote a uno sviluppo pacifico delle relazioni politiche e commerciali.

Jamal Wakeem, professore dell’Università Libanese di Beirut, intervistato da “Russia Today”, ha dichiarato di credere che i russi sono consapevoli del fatto che la guerra in Siria è una guerra per procura diretta contro di loro e la Cina loro alleata; il conflitto rientrerebbe in un piano più vasto degli Stati Uniti per bloccare le rotte commerciali marittime dell’Eurasia.

Insomma, gli obiettivi USA sono d’interrompere la Via della Seta cinese nell’area euroasiatica e in Medio Oriente e allo stesso tempo togliere alla Russia l’unica base attiva nel Mediterraneo, a Tartus in Siria. In particolare, se l’Ucraina serviva a rompere la possibile collaborazione russo-tedesca orientata verso l’Eurasia, la Siria serviva anche a intralciare la Via della Seta vista come un passo verso la formazione di un blocco sino-euroasiatico.

Scrive Manlio Dinucci: «Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia d’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del “divide et impera”».

Un aspetto forse poco menzionato nei media è stato la volontà del presidente Erdogan di incontrare Assad già al vertice di Samarcanda, a cui però il presidente siriano non ha potuto partecipare per questioni di sicurezza. La cosa è molto importante perché la Turchia in questi anni è stata la base da cui sono partiti i jihadisti internazionali (tra cui molti uiguri) e il retroterra per gli insorti interni per il cambio di regime a Damasco. Erdogan si è detto disponibile addirittura ad andare in Siria per incontrare Assad. Già sono avvenuti una serie di contatti tra i capi delle intelligence dei due Paesi. Erdogan aveva anche condannato l’occupazione americana in Siria che si serve dei curdi per proteggere il furto di petrolio dal Paese.

La Siria rappresenta da un lato un fallimento epocale per la politica del regime change e, dall’altro, un successo della Russia che è intervenuta evitando che il Paese facesse la fine di Iraq, Libia e Afghanistan in cui gli interventi dei Paesi NATO hanno portato caos, instabilità e miseria mettendo al potere il loro pupazzi.

Anche Armenia e Azerbaigian sono riusciti a trovare un modo per ridurre i contrasti di confine, grazie alla mediazione russa e turca. La solita Nancy Pelosi, l’avvoltoio alleato dei falchi neocon americani, non ha mancato d’immischiarsi attraverso il suo viaggio in Armenia. Gli americani, però, non possono sfidare apertamente la Turchia alleata dell’Azerbaigian.

BRI e BRICS

Oltre alla SCO ci sono altri due strumenti per fare emergere il mondo multipolare: la BRI e i BRICS.  La BRI (Belt and Road Initiative) nota anche come Via della Seta è, secondo Andre Vltchek, il peggior incubo del neocolonialismo occidentale. La Cina è profondamente coinvolta in questo formidabile progetto che rappresenta l’ultima fase della decolonizzazione globale. Anche la Russia è sempre più coinvolta; in molti casi assume anche la guida del progetto. La Cina non ha obbligato nessuno a partecipare all’iniziativa Belt and Road puntandogli una pistola alla tempia. Questo rende il progetto piuttosto diverso dal colonialismo.

I Paesi dell’Asia centrale sono fondamentali per la connettività della Via della Seta. Da qui passano per i treni merci verso l’Europa.  La Belt and Road Initiative nel 2020 aveva più di 9.600 treni che attraversavano questa zona strategica trasportando merci tra la Cina e l’Europa. Il vantaggio è reciproco. Il Kazakistan ha ottenuto dalla Cina il terminal di Lianyungang, uno sbocco sul Pacifico mentre si sta costruendo la ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan, per un percorso ferroviario alternativo a quelli già esistenti. Il New Eurasian Ladge Bridge parte da Lianingang e arriva a Rotterdam. Sono state create linee che partono dalla Cina e arrivano a Duisburg, Lodz, Amburgo per evitare i blocchi allo stretto di Malacca. Si tratta di costruire un canale alternativo di scambio commerciale e approvvigionamento energetico.  

Uno studio della Banca Mondiale stima che, se attuata completamente, la Belt and Road Initiative potrebbe far uscire 32 milioni di persone dalla povertà, quelle che vivono con meno di 3,2 dollari al giorno. Lo studio mostra come la partecipazione alla cooperazione Belt and Road possa promuovere i diritti umani in più Paesi.

I BRICS includono Paesi emergenti che hanno un alto tasso di sviluppo quali Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Se SCO e BRI sono incentrate principalmente nell’area eurasiatica, i BRICS hanno invece respiro internazionale. Argentina, Iran e Arabia Saudita sono interessati a entrare nel gruppo. L’allargamento ha un impatto sugli equilibri geopolitici, sull’economia, limitando l’influenza delle sanzioni, e anche sulla sicurezza globale. L’Arabia Saudita, in questo contesto, ha un ruolo importante essendo il maggior esportatore di petrolio del mondo e ha molta influenza in Medio Oriente dove si rincorrono voci, tra l’altro, di una normalizzazione dei rapporti con l’Iran. Inoltre, è pure membro del G20. Bisogna ricordarsi del ruolo che ebbero i “petrodollari” nel progressivo dominio del dollaro e come questo potrebbe cambiare in futuro.

Come scrive l’ambasciatore Bradanini: «Se in Occidente le multinazionali controllano politica, media e società, nei paesi BRICS, e in altri esterni o in attesa di entrare, il potere è invece appannaggio delle classi di Stato: ciò vale per le teocrazie (Iran, Arabia Saudita e altre monarchie), per i paesi comunisti (Cina e gli altri quattro), ma anche per altri (Russia e altre cosiddette autocrazie). Se tale caratteristica non rende necessariamente migliore la gestione di un governo, la ricchezza prodotta resta tuttavia in mani pubbliche, e non è poco, con intuibili differenze da paese e paese».

Il viaggio del presidente cinese Xi Jinping

Il viaggio del presidente cinese Xi Jinping in Asia centrale è una mossa strategica per spezzare “l’accerchiamento” degli Stati Uniti alla Cina, espandendo la “cerchia di amici” presso la SCO, dimostrando la fiducia e l’influenza del presidente Xi, indicando l’ulteriore rafforzamento dello status e dell’influenza internazionale della Cina.

La partecipazione del presidente Xi al vertice della SCO e le visite di Stato in Kazakistan e Uzbekistan costituiscono il primo viaggio all’estero dall’inizio della pandemia di COVID-19. L’impegno cinese ha fortemente spinto l’espansione della SCO e portato le relazioni della Cina con questi Paesi a un livello più alto. Quella di Xi Jinping è stata una quasi scelta di campo, sebbene la terminologia non piaccia ai cinesi, e indica che l’azione verso l’Eurasia è di capitale importanza per Pechino.

Dal punto di vista cinese quella dello SCO è un’esperienza di successo che si basa su alcuni punti cardine per l’azione cinese come la fiducia politica, la cooperazione vantaggiosa per tutti, l’uguaglianza tra le nazioni, l’apertura e l’inclusività, basate anche sull’equità e la giustizia, come del resto ha affermato il consigliere di Stato cinese e ministro degli Esteri Wang Yi. 

In netto contrasto con lo spirito della SCO, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti sta cercando di costruire un’alleanza in stile Guerra Fredda basata su criteri ideologici, portando al disaccoppiamento e a una divisione conflittuale. 

L’Occidente guidato dagli Stati Uniti sta ora esercitando pressioni estreme sulla Russia senza ridurre il contenimento della Cina. Secondo Washington, Pechino e Mosca starebbero ora minando l’ordine internazionale fondato su regole. Ovviamente le regole sono quelle del Washington Consensus. Dunque, i due Paesi rappresentano il nuovo Asse del male.

Il Pentagono non vede una particolare minaccia di tipo militare da parte di Cina e Russia, ma ne vede una di ordine economico: Pechino e Mosca starebbero ora minando l’ordine internazionale dall’interno del sistema sfruttandone i benefici e allo stesso tempo mettendone in discussione principi e “regole”. Come scrive l’ambasciatore Alberto Bradanini, uno dei pochi diplomatici che a Pechino erano nel posto giusto per le loro competenze, riferendosi a Russia e Cina: «Con tutti i limiti, figlie di percorsi storici diversi, le nazioni sfidanti tengono però in vita la possibilità di un’alternativa, opponendosi alla normalizzazione nichilista nell’imbuto di Fukuyama, democrazia liberale ed economia di mercato. Il mantenimento del sogno in un mondo privo di sfruttamento e alienazione resta fondamentale».

Putin sulla SCO

Secondo Putin, la cooperazione con i paesi SCO crea le condizioni per lo sviluppo dell’economia russa, che è quindi fondamentale per risolvere i compiti relativi al miglioramento del tenore di vita dei cittadini russi. Le economie nazionali della regione, quelle degli Stati membri della SCO, si stanno sviluppando molto più velocemente di altre nel mondo. Il commercio della Cina con gli Stati membri della SCO, ad esempio, aumenta del 26% anno su anno tra gennaio e agosto, dimostrando, tra le economie regionali, resilienza e vitalità. In prospettiva, lo SCO investirà anche tutta l’Asia che conta il 60% della popolazione mondiale, il 50% del PIL mondiale e 4,5 miliardi di persone.

I mercati SCO sono quelli in cui sta avvenendo la crescita economica globale. Ma l’Occidente si sta tagliando fuori da quelle regioni. Le politiche “occidentali” sono ostili nei confronti di molti dei grandi membri dell’Organizzazione. Tali politiche creano barriere che impediscono alle industrie occidentali di trarre profitto da tale crescita. Il presidente russo ritiene che le ex potenze coloniali europee vivano ancora nel paradigma della filosofia coloniale e siano abituate a vivere a spese degli altri. Non riescono ancora a sbarazzarsi di questo paradigma nelle loro politiche quotidiane. Ma secondo Putin è tempo di trarre alcune conclusioni e agire in modo diverso, in modo più civile.

Incontro Putin-Xi Jinping

Il vertice di Samarcanda è stato certamente il più importante dall’inizio della sua creazione, come dimostra il fatto che Xi vi ha partecipato di persona, uscendo per la prima volta dal suo Paese da quando è iniziata la pandemia.

Xi e Putin hanno ormai un legame indissolubile, anche grazie alla politica estera americana che da tempo li ha messi ambedue nel mirino, favorendo così la loro amicizia e escludendoli dall’élite unipolarista.

Dopo aver definito Putin “il mio vecchio amico”, Xi ha affermato: «Il mondo sta attraversando profondi cambiamenti senza precedenti nella storia e sta entrando in un nuovo periodo di turbolenze su scala globale. Siamo pronti, insieme ai nostri colleghi russi, ad essere un esempio di potenza mondiale responsabile e a svolgere un ruolo di primo piano nel mettere questo mondo in rapida evoluzione sulla strada di uno sviluppo positivo e sostenibile». Ha dato la priorità ai compiti di «sostenere reciprocamente gli sforzi per proteggere gli interessi della sicurezza e dello sviluppo. A tal fine, i Paesi SCO dovrebbero impedire alle forze esterne d’istigare “rivoluzioni colorate”, opporsi congiuntamente a ingerenze negli affari interni di altri Paesi con qualsiasi pretesto e controllare fermamente il futuro e il destino di ciascun Paese».

Nel suo discorso Putin ha avvertito: «I tentativi di imporre un mondo unipolare hanno assunto una forma assolutamente mostruosa, che la stragrande maggioranza dei paesi del pianeta trova inaccettabile. (…) oggi Russia e Cina si incontrano per costruire un ordine multipolare, democratico, giusto, basato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU, e non su regole che qualcuno ha inventato e cerca d’imporre al resto delle nazioni senza nemmeno spiegare cosa siano». Putin ha sostenuto la politica di una sola Cina, e ha condannato senza mezzi termini le provocazioni dell’impero e dei suoi satelliti nello Stretto di Taiwan.

Ucraina

Putin ha concordato con la Cina sulla preoccupazione espressa da Pechino per l’operazione militare speciale in Ucraina. Questa affermazione è stata successivamente sfruttata e manipolata dai media occidentali quali il “Financial Times” e il “Wall Street Journal”, nel bel mezzo di una feroce guerra di propaganda che gli Stati Uniti e la NATO stanno conducendo contro la Russia. Putin si era recato alle Olimpiadi invernali in Cina, dove ha proclamato una “collaborazione illimitata” con Xi. 

Il presidente russo ha criticato l’Occidente per aver sposato un paradigma della filosofia coloniale; per essere abituato a vivere a spese degli altri; per aver creato un mondo unipolare, che ha preso una forma orribile. Sulla questione ucraina, ha affermato che i Paesi occidentali hanno sempre voluto disintegrare la Russia e da un certo momento hanno iniziato a utilizzare l’Ucraina per raggiungere questo obiettivo. «Per evitare questo scenario, abbiamo lanciato l’operazione militare speciale… La Russia apprezza la posizione equilibrata sulla crisi ucraina dei nostri amici cinesi. Comprendiamo le loro domande e preoccupazioni su questo argomento, anche se ne abbiamo già parlato prima». 

Xi ha sostenuto che la Cina e la Russia: «hanno assunto un ruolo di potenze responsabili che fungono da guida per iniettare stabilità ed energie positive in un mondo scosso da turbolenze».

Il quotidiano cinese “Global Times” ha dato particolare importanza all’incontro tra Cina, Russia e Mongolia che ha certificato l’istituzione di una nuova connettività energetica attraverso un colossale gasdotto (che va dalla Russia alla Cina, passando per la Mongolia) destinato a sostituire i gasdotti Nord Stream 1 e 2, dalla Russia alla Germania, gasdotti che, come sappiamo, sono stati sistematicamente boicottati dagli Stati Uniti.

Il già citato generale Mark Milley ha anche sottolineato che si deve stare attenti a come le tre potenze si comportano tra loro, poiché è molto importante mantenere la pace, giacché si sta entrando in un periodo di maggiore instabilità e potenziale rischio. «Penso che l’ultima cosa di cui questo mondo abbia bisogno sia una guerra tra le grandi potenze».

Ma sembra che l’élite che controlla il governo statunitense non la pensi così, disposta a tutto pur di mantenere la supremazia degli Stati Uniti sul resto del mondo. Per fare questo applica la strategia di fare guerre, senza dichiararle, contro la Russia in Ucraina e la Cina a Taiwan. La guerra contro la Russia è la causa della crisi energetica nell’UE e che colpisce il tenore di vita europeo, ci fa pagare l’energia dalle 7 alle 10 volte quello che costa in America. L’economia europea ne risentirà fortemente, in particolare gli impianti industriali ad alta intensità energetica saranno costretti a ridurre la produzione e persino a chiudere. Contemporaneamente, al vertice di Samarcanda, Russia e Cina hanno mostrato i loro muscoli attraverso le loro seconde esercitazioni navali congiunte nel Pacifico – dopo le spettacolari esercitazioni militari Vostok 2022, tenutesi dall’1 al 7 settembre nel Mar del Giappone.

Pochi giorni prima del vertice di Samarcanda, l’Occidente ha risposto attraverso l’Ucraina che ha lanciato una controffensiva a Izium/Kharkiv, che ha comportato una ritirata dell’esercito russo che i media occidentali hanno celebrato come una “grave sconfitta di Putin”. La strategia particolarmente cinica è quella di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino, ma anche, lo vediamo nel caso dell’energia, fino all’ultimo europeo. Da notare che nessuno dei Paesi della SCO ha votato la risoluzione ONU di condanna dell’intervento russo in Ucraina e per il ritiro delle truppe; come nessuno ha votato a favore delle risoluzioni di condanna alla Cina sulla questione dello Xinjiang, nonostante si tratti di Paesi spesso a maggioranza musulmana.

 

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