L'Attentato a Kabul preannunciato in un'intervista alla Cnn

L'Attentato a Kabul preannunciato in un'intervista alla Cnn

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La strage all’aeroporto di Kabul, circa 200 vittime tra i quali 13 soldati Usa, ha scioccato il mondo. E ha gettato nuove ombre sulla decisione di Biden di ritirarsi dall’Afghanistan.

Critiche feroci contro Biden, che ha dissipato in pochi giorni l’ampio consenso di cui godeva e gli ha allontanato l’establishment, che lo aveva portato alla Casa Bianca.

Tutti volevano il ritiro dall’Afghanistan

Districarsi nel groviglio che avviluppa e accomuna, come cose che si rimandano a vicenda, la situazione afghana e americana è complesso, nondimeno occorre cimentarsi, rifuggendo alle narrazioni banalizzanti di questi giorni, che si limitano a criticare il regime talebano e a demonizzare Biden.

La prima premessa, necessaria e ineludibile, la prendiamo dal Washington Post: il ritiro dall’Afghanistan è stato deciso dal Congresso degli Stati Uniti, con voto quasi unanime di democratici e repubblicani, al tempo di Trump, e ribadito allo stesso modo con Biden.

Non solo la politica, anche l’esercito degli Stati Uniti era contrario alla prosecuzione della guerra afghana, come documenta un’inchiesta interna all’esercito rivelata lo scorso anno dal Washington Post.

Insomma, tutti d’accordo sul ritiro, decisione che non poteva che avere come sviluppo l’ascesa al potere dei talebani, cioè l’unica forza politico-militare sul campo.

L’America ha avuto la presunzione di evitare tale sviluppo attraverso le lunghe trattative intercorse a Doha con i talebani, ma il fallimento era ovvio.

E ciò per due peccati di hubrys, il primo è di aver escluso dalle trattative le potenze regionali (Russia, Cina, Iran, Pakistan, India) pensando di poter fare da sola, per lo stesso unilateralismo che l’aveva portata in Afghanistan; il secondo è la presunzione di poter dettare, da sconfitti, le condizioni ai vincitori.

Invero, riguardo il primo peccato, sia Trump che Biden avevano provato a cercare convergenze regionali, ma gli è stato impedito dagli stessi ambiti che hanno trascinato gli Stati Uniti nel pantano afghano e che ora sono tra i critici più feroci del ritiro.

La guerra dell’Isis ai talebani

Ma al di là di tale ovvio sviluppo, e tornando alla strage, a colpire è stato l’Isis – Khorasan (Isis-K), non i talebani, che anzi erano il vero obiettivo dell’attentato, al di là dei tanti poveretti uccisi per giochi più grandi di loro.

Da tempo, infatti, l’Isis ha dichiarato guerra ai talebani e, al di là delle intenzioni e delle ovvie divergenze, ha trovato convergenze con i falchi Usa.

Nelle loro feroci critiche al ritiro dall’Afghanistan, infatti, tali ambiti americani hanno sempre battuto su un tasto: il ritiro avrebbe fatto dell’Afghanistan un nuovo hub del Terrore, con rischi anche per il territorio americano. L’attentato dell’Isis col k serviva proprio a confermare tale allarme.

Ciò perché l’Isis ha bisogno della presenza americana in Afghanistan per poter sviluppare le proprie trame, perché tale organizzazione terroristica è riuscita a intrufolarsi in Afghanistan penetrando nelle pieghe del conflitto tra americani e talebani, sfruttando le aree grigie, i territori di nessuno e ovviamente l’instabilità permanente causata dalla guerra senza fine.

Lo evidenzia in maniera plastica anche l’attentato, che è avvenuto appunto nella zona di nessuno, cioè nell’area di confine tra il territorio controllato dai talebani e l’area controllata dai marines che vigilano sull’evacuazione Usa.

Quando l’Isis era una fola dei russi

A proposito delle convergenze con le potenze regionali che avrebbero potuto evitare esiti tanto disastrosi, è interessante notare che i russi erano stati i primi ad allarmare sul pericolo che l’Isis si infiltrasse in Afghanistan. A dare l’allarme era stato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che però è stato sbertucciato dagli Usa.

Ne scriveva, nell’aprile del 2018, Diplomat: “In un’intervista con il BBC World Service, il generale John Nicholson, comandante della missione di Resolute Support NATO in Afghanistan, ha sostenuto che la Russia ha esagerato la minaccia dell’ISIS in Afghanistan per giustificare le sue disposizioni di assistenza militare ai talebani”.

“Anche il capitano della marina Tom Gresback, direttore delle pubbliche relazioni del quartier generale di Resolute Support, ha concordato con la valutazione di Nicholson affermando che ci sono poche prove che l’ISIS stia espandendo la sua presenza militare in Afghanistan”.

Diplomat spiegava che la Russia esagerava in maniera “complottista” il pericolo Isis per far credere al mondo che non bisognava lottare contro i talebani, nemici naturali di tale organizzazione terroristica.

E così è stato negli anni dell’occupazione Usa in Afghanistan, con i talebani nel mirino e l’Isis considerata una variante di poco conto, anzi il fatto che faceva guerra ai talebani era anche utile.

Una convergenza nefasta che non è un caso isolato, dato che avviene lo stesso in Yemen, dove al Qaeda è alleata con gli Usa contro i ribelli Houti (ne scriveva l’Associated Press e lo confermava Michael Horton, analista della Jamestown Foundation).

E così in Siria, dove gli Usa hanno di fatto appoggiato al Nusra (poi diventata Hayat Tahrir al-Sham) nella loro lotta contro Damasco (Reuters) e ora di fatto proteggono il loro Califfato stabilito nella regione siriana di Idlib, dove peraltro si è festeggiato per l’attentato all’aeroporto di Kabul (vedi Difesa e Sicurezza)…

Informazione afghana

Bizzarrie della geopolitica, come bizzarra risulta l’intervista rilasciata dal capo dell’Isis-k a Clarissa Ward per la Cnn, nella quale il leader del Terrore spiegava che avrebbero colpito al momento opportuno. Intervista profetica e suggestiva.

Come abbia fatto la Ward a intervistarlo è un mistero, che potrebbe spiegarsi con un rapporto privilegiato con i servizi segreti Usa (che però accrescerebbe il mistero). Ma al di là dei misteri, restano i morti, che hanno fatto per una volta notizia.

Se per il mondo si tratta di un’epifania, non lo è per gli afghani, che da anni, anche sotto l’occupazione Usa, conoscevano tale macelleria: 58 morti in un attentato contro gli sciiti (6 dicembre 2011);  30 morti in un attentato contro un ospedale (marzo 2017);  40 morti per una bomba in una scuola (8 maggio 2021)… solo per fare alcuni esempi, ché si potrebbe continuare all’infinito dato lo stillicidio quotidiano.

Solo che di quelle morti non fregava nulla a nessuno, come scrive il WP, che dettaglia come lo scorso anno “le tre principali reti televisive [Usa] hanno dedicato al paese un totale di cinque minuti nei notiziari serali”.

Il punto è che parlare degli attentati, allora, voleva dire che la presenza Usa in Afghanistan non serviva a nulla, e quindi portava acqua al ritiro, parlarne ora invece serve a dire che il ritiro è stato un errore.

 

 Piccole Note

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a cura di Davide Malacaria

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