Perché il riarmo di Trump preoccupa tanto i suoi alleati e non Mosca o Pechino?

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Piccole Note


In un articolo per la Stampa del 1 marzo, Gianni Riotta spiega che in America sta andando a ruba il libro del generale Herbert McMaster «Dereliction of Duty» (l’abbandono del dovere), nel quale l’attuale capo della Sicurezza di Trump spiega che a far perdere agli Stati Uniti la guerra del Vietnam non furono le intrusioni dei politici nelle strategie militari, ma furono i generali che non seppero opporsi a quelle indebite ingerenze.

 

E continua «Il duro McMaster saprebbe dire di no, se servisse, a Trump, come i suoi colleghi non seppero fare? Nei corridoi del potere […] McMaster appare come l’uomo che, per ruolo e carattere, potrebbe invitare il Presidente a non eccedere in foga irruenta. Dietro di lui potrebbero muoversi il segretario di Stato Rex Tillerson, il ministro del Tesoro Steven Mnuchin, il ministro della Difesa James Mattis detto “cane rabbioso”, con i due Stephen, i militanti consiglieri populisti Bannon e Miller, a caricare invece Trump da leader di un’agenda protezionista in casa e oltranzista nel mondo. Il capo di gabinetto Reince Priebus e il vicepresidente Mike Pence sarebbero i mediatori tra le fazioni, con Priebus più vicino ai falchi e Pence ai moderati».

 

Nota a margine. Ritratto di una Casa Bianca dall’interno alquanto interessante, quello di Riotta, sia per le figure individuate che per le prospettive, dove l’eventuale spinta oltranzista nel mondo sarebbe moderata dai militari e dal Dipartimento di Stato.

 

Tutta ancora da scoprire la politica estera di Trump, che poi è quella che più importa per l’equilibrio del mondo, oggi alquanto squilibrato dalla follia dei neocon e delle loro guerre, con i quali Bannon, considerato lo stratega di Trump, ha affinità e diversità.

 

Il maxi-investimento previsto per rafforzare l’apparato militare industriale deliberato dal nuovo presidente, un record rispetto al passato, di per sé non vuol dire che Washington sarà più assertiva.

 

Tanto è vero che, come accenna anche Rampini in un articolo dedicato allo stesso tema (Repubblica del 1 marzo), tale provvedimento non ha suscitato particolari reazioni «nelle due capitali più coinvolte, Mosca e Pechino» (eccetto una obbligata reazione di Mosca, da parte di «qualche esponente di secondo piano»).

 

In fondo anche durante la Guerra Fredda c’era la corsa al riarmo eppure c’era un equilibrio di fondo che impediva la destabilizzazione continua degli anni successivi.

 

Oggi tanti, in Russia come in America, pensano che un ritorno, in altre forme, alla Guerra Fredda di un tempo, che comportava accordi e trattative sottotraccia con la controparte per gestire, e del caso sedare, le crisi internazionali, sia un modo come un altro per riportare un po’ di riequilibrio in questo povero mondo.

 

Ci sono opzioni più virtuose per conseguire tale effetto stabilizzante, come ad esempio una cooperazione attiva tra superpotenze contro il Terrore e altro, come ipotizzato da Trump e, in parallelo, auspicato da Putin. Ad oggi tale prospettiva appare frenata.

 

Uno stop che può aprire le porte all’opzione di riserva, quella appunto di un ritorno alla Guerra Fredda stabilizzante. Sempre meglio della terza opzione, che ha forti sponsor in America (e non solo): quella di una Guerra Fredda che tracima in una collisione frontale tra gli Stati Uniti e le altre due superpotenze.

 

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