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Si inneggia all'omicidio di Soleimani. E le manifestazioni per la "pace" in Italia sono un flop

 



di Francesco Santoianni


A differenza di quanto registrato in altre parti del mondo (per non parlare dell’oceanica manifestazione a Baghdad), in Italia pochissime persone in piazza per il “Global Day of Protest: No War on Iran! ” (indetto, a livello internazionale, dall’IAC, International Action Center, fondato da Ramsey Clark).


A contribuire al sostanziale fallimento delle iniziative italiane, il loro essere state inglobate nell’iniziativa “Spegniamo la guerra, accendiamo la pace!” indetta, sostanzialmente, dal PD e dalle sue organizzazioni collaterali (sterminato l’elenco delle ONG che hanno aderito); patrocinio del PD che, essendo un partito al Governo (e ai tanti governi che lo hanno preceduto), ha fatto perdere ogni credibilità all’iniziativa, la quale ha finito per condannare – oltre alle “ingerenze iraniane (in Iraq)” - i “regimi teocratici o militari, comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani”, come se i “regimi illiberali” non nascessero, sostanzialmente, da uno stato di assedio e da sanzioni imposte da decenni dall’Occidente, con il pieno avallo del PD.


Ciliegina sulla torta dell’iniziativa “Spegniamo a guerra, accendiamo la pace” il suo osannare “a chi si rivolta a Baghdad, a Teheran, a Beirut, a Damasco….” che, nella manifestazione tenutasi a Roma, ha permesso di far parlare dal palco, dapprima, una tizia che condannava "la dittatura e l'imperialismo dell'Iran” e poi un altro che, a proposito dell’omicidio di Qasem Soleimani, dichiarava che “non si deve protestare solo per la morte di un maledettissimo generale iraniano."


Dichiarazioni che, in una giornata internazionale di protesta indetta all’insegna del “No War on Iran!”, appaiono davvero singolari.

 

 

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