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Trump e Brexit: tutti i guai di Theresa May. Premier sempre più precaria

 

Il governo tories continua a perdere pezzi: gli ultimi ad abbandonare la nave (che affonda?) sono stati il ministro per la Brexit Davies, e il ministro degli Esteri Boris Johnson



di Fabrizio Verde
 

Ci sono stati tempi migliori per il premier britannico Theresa May. Tra i contrasti in seno al Partito Conservatore sulla Brexit e l’attacco che avrebbe portato Donald Trump, la sua permanenza al numero 10 Downing Street sembra essere sempre più precaria. Proprio come i posti di lavoro nel mondo ideale dei conservatori britannici. 

 

Il governo tories continua a perdere pezzi: gli ultimi ad abbandonare la nave (che affonda?) sono stati il ministro per la Brexit Davies, e il ministro degli Esteri Boris Johnson. Un nome pesante, sostenitore di una hard Brexit, nonché molto ambizioso. Probabile che voglia essere lui il prossimo inquilino di Downing Street. Pare che l’ex sindaco di Londra possa anche contare sul sostegno di Donald Trump. 

 

Il presidente nordamericano in un’intervista al tabloid Sun - poi smentita e declassata al livello di fake news - aveva avanzato forti critiche sulle trattative impostate con Bruxelles per l’uscita del RTegno Unito dall’Unione Europea. Secondo Trump, con questo modo di procedere «probabilmente» non ci sarà alcun accordo economico tra Londra e Washington. 

 

Un duro colpo per i conservatori britannici. La loro idea, infatti, è proprio quella di allontanarsi da Bruxelles per riportare Londra a quella ‘relazione speciale’ che ha sempre mantenuto con il governo di Washington. 

 

Trump ha messo in dubbio la validità del progetto di lasciare l’Unione Europea in modo «soft», visto che questa soluzione implica che dopo la rottura, Londra e Bruxelles sigleranno un accordo di libero scambio. Questo per gli Stati Uniti significherebbe mantenere relazioni con l'Unione europea invece che con la Gran Bretagna direttamente. 

 

In ogni caso, Theresa May, ha ribadito la volontà di di stabilire un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. 

 

Monta la protesta a Londra

 

L’arrivo di Trump a Londra ha scatenato le proteste della ‘Stop Trump Coalition - Stop the War Protest’, contro il presidente degli Stati Uniti. Nella capitale Londra, così come in altre città del Regno Unito. 






 

Il leader laburista Jeremy Corbyn, passato in testa nelle preferenze dei cittadini britannici secondo gli ultimi sondaggi, si è pronunciato contro le politiche migratorie implementate da Donald Trump.

«Theresa May ha invitato il presidente Trump nel nostro paese in un momento in cui le sue politiche pericolose e disumane stanno mettendo a rischio la vita e il benessere di milioni di persone», ha denunciato l’esponente laburista. 

 

«Ci impegniamo a dialogare, naturalmente anche con chi non siamo assolutamente d'accordo e al governo troveremmo un modo di lavorare con la sua amministrazione, sostenendo però i nostri valori», ha evidenziato Corbyn mentre al contempo lancia una stoccata ai conservatori che «hanno steso il tappeto rosso per dare il benvenuto a Trump». 

 

Il Il direttore di Global Justice Now, Nick Dearden, ha dichiarato che uno dei motivi della visita di Trump è condurre i colloqui per un accordo commerciale che causerebbe danni ai servizi pubblici in Gran Bretagna.

 

«La visita di Trump in Gran Bretagna ha lo scopo di spingere il Regno Unito nelle braccia dell’amministrazione Trump, gettando le basi per un accordo commerciale in stile TTIP con gli Stati Uniti che minaccerebbe il nostro NHS (servizio sanitario nazionale britannico), i regolamenti finanziari e gli standard alimentari». 

 

Secondo Dearden «il Primo Ministro Theresa May ha invitato Trump in visita, perché voleva chiaramente creare un rapporto molto più profondo con gli Stati Uniti, che avrebbe cementato la deregolamentazione, la liberalizzazione e la privatizzazione nell'economia britannica per i decenni a venire».

 

Donald Trump giunge a Londra dopo l’ormai famigerato vertice NATO di Bruxelles dove il presidente statunitense ha preteso dagli alleati europei un aumento delle spese militari. Pena un ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza atlantica. Il portavoce della campagna contro il commercio delle armi, Andrew Smith, ha avvertito che «gli unici che trarranno beneficio dalla spinta verso una spesa militare sempre maggiore sono le compagnie produttrici di armamenti». 

 

Perpetuando la politica guerrafondaia dell’Occidente: «Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri paesi della Nato hanno speso miliardi di sterline per una politica estera fallimentare incentrata su guerre disastrose che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone».  

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