“Un tempo molto cinese”: Perché la Cina torna ad affascinare l’Occidente?
di Fabio Massimo Parenti
Negli ultimi mesi, su alcune piattaforme social è emersa una formula curiosa divenuta meme soprattutto su Instagram e TikTok: “sono in un periodo molto cinese della mia vita”. Usata con tono ironico, il meme indica una fase di equilibrio, di disciplina ritrovata, di maggiore ordine personale. Ma come spesso accade, l’ironia intercetta a volte qualcosa che va oltre il significato immediato. Non si tratta solo di uno stato d’animo individuale, ma di un’intuizione diffusa, spesso confusa, di un cambiamento più profondo nel modo di concepire il tempo, l’ordine, la stabilità. Per chi studia la Cina da anni, non sorprende affatto che ciò riconosca, più o meno implicitamente, la capacità di attrazione della cultura cinese, dalle abitudini tradizionali dello stile di vita cinese ai prodotti di consumo di massa e alle innovazioni tecnologiche, architettoniche e ambientali.
Ogni volta che l’Occidente attraversa una crisi di senso – economica, politica, simbolica – la Cina riemerge come spazio di proiezione di un ordine percepito come più razionale o più stabile. Pur nella diversità delle fasi storiche, è accaduto nel Settecento illuminista, all’inizio del Novecento, e accade di nuovo oggi. La Cina diventa alternativa possibile, soprattutto per ciò che l’Occidente sente di non essere più.

Certo, in questo caso parliamo di una fascinazione superficiale, che, tuttavia, rappresenta anche un’apertura popolare importante. Da una parte molti leader europei e nordamericani sono tornati dopo anni a fare visite ufficiali alla ricerca di accordi e investimenti, data la rinnovata consapevolezza sull’indispensabilità della grande economia cinese, correlata a sua volta ai problemi di stagnazione economica in Occidente. Dall’altra abbiamo una nuova apertura pop, un interesse sui grandi cambiamenti che hanno trasformato la Cina negli ultimi decenni e sulla ricchezza della sua cultura tradizionale.
È vero: molto di ciò che circola oggi è relativamente superficiale. Estetica, consumo, slogan. Un’idea di “Cina” ridotta a simboli rapidi, spesso stereotipati. Ma qui sta il punto: meglio una fascinazione imperfetta e superficiale che una contrapposizione ideologica totale. E le piattaforme social non vanno trascurate. Per oltre un decennio, il discorso dominante è stato quello della demonizzazione: la Cina come minaccia, anomalia, deviazione morale. In questo contesto, anche una curiosità ingenua rappresenta una frattura nel muro. Non siamo di fronte a una comprensione diffusa e profonda delle differenze, dunque, ma a qualcosa di importante che può contribuire a superare pregiudizi e barriere culturali.
Il rischio, però, è fermarsi alla superficie, perché la Cina è portatrice di una diversa razionalità storica, una diversa idea di ordine, di tempo, di relazione, e non è semplicemente un altro modello politico-economico.

Nel pensiero cinese classico – e nella sua lunga continuità storica – il mondo è concepito come un equilibrio da coltivare, non uno spazio da conquistare. La politica nasce dalla regolazione e dalla gestione dei conflitti, perché tutto viene subordinato alla stabilità.
Spesso in Occidente si tende a leggere la Cina con categorie inadatte, in chiave morale (“buona o cattiva”), identitaria (“simile o diversa”) o ideologica (“democratica o autoritaria”). Categorie che sono pregiudiziali per definizione, in quanto dicotomiche e non appropriate all’analisi comparativa, e quindi alla comprensione delle diversità dei popoli.
La Cina ragiona in termini di armonia imperfetta, di processi lunghi, di adattamento graduale, dove cooperazione ed integrazione diventano i principi guida del suo operato.
Storicamente, la civiltà cinese è centripeta, non espansiva in senso ideologico e non pretende di esportare se stessa come modello universale. Questo spiega perché la Cina possa apparire fredda, distante, persino opaca agli occhi occidentali: ma la Cina cerca coabitazione funzionale, destino comune, armonia nella diversità.

Capirla significa smettere di usarla come specchio delle nostre crisi. Il trend del “periodo molto cinese” dice più su di noi che sulla Cina. Ci parla di società che stanno vivendo una crisi del proprio principio ordinatore, dove le promesse di progresso lineare, di superiorità morale, di universalismo automatico non reggono più. In questo vuoto, la Cina si pone come forza di stabilizzazione e di sostegno strutturale. Non vuole essere la salvatrice del mondo.
Se questo nuovo interesse porterà qualcuno a superare il riflesso ideologico, a interrogarsi sulla lunga durata della civiltà cinese, sulla sua filosofia politica, sul rapporto tra individuo e collettività, allora anche un meme avrà svolto una funzione storica.
La Cina chiede tempo, attenzione, pazienza. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più “cinese” che oggi fatichiamo a comprendere.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/


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