Il numero tatuato sul braccio: perché il campo di concentramento de La vita è bella e’ inequivocabile
di Francesco Fustaneo
Nelle scorse giornate, la polemica sul campo di concentramento di “La vita è bella” di Roberto Benigni è riemersa con forza. Il nodo del contendere non è più, da tempo, la mera assenza del nome “Auschwitz” nei titoli o nei dialoghi del film. Come evidenziato da un fact-checking, il campo non viene mai esplicitamente nominato.
Il vero punto focale, su cui avevamo già argomentato, è un altro: l’evidenza che Benigni che per inciso si è avvalso anche della consulenza di uno dei massimi studiosi italiani della Shoah come Marcello Pezzetti, non potesse non sapere che la stragrande maggioranza del pubblico avrebbe automaticamente associato quella realtà all’immagine simbolo della Shoah, cioè proprio ad Auschwitz. Un’associazione rafforzata, e non smontata, da un dettaglio storico stridente: il carro armato liberatore statunitense che irrompe nel finale, mentre la storia ci ricorda che Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, data scelta per la Giornata della Memoria.
Ora, però, per chiudere definitivamente la questione – rendendo stucchevole ogni ulteriore cavillo sul “non detto” – va evidenziato un dettaglio interno al film, inequivocabile.
La prova nel film : il tatuaggio
In una scena chiave, Guido Orefice (lo stesso Benigni) espone il braccio all’interno del campo, mostrando il numero tatuato al figlio. Ebbene, questo particolare non è un dettaglio qualsiasi: come riporta il sito correlato allo United States Holocaust Memorial Museum, la pratica di tatuare i prigionieri con un numero di matricola fu una procedura sistematica adottata solo nel complesso di Auschwitz. Negli altri campi nazisti, il numero era generalmente cucito sulla divisa. I pochi casi documentati altrove costituiscono eccezioni marginali.
Quel tatuaggio sull’avambraccio di Guido è, quindi, un segnale potentissimo e preciso per lo spettatore. È un codice che rimanda direttamente e unicamente all’universo Auschwitz. Un’immagine così iconica e storicamente connotata da travalicare la finzione narrativa.
Il peso dei numeri reali
A rendere ancora più pregnante questa scelta c’è la tragica verità storica della deportazione italiana. I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono chiari: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 furono destinati ad Auschwitz-Birkenau. Il campo in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani era proprio quello. Il personaggio di Guido Orefice, padre di famiglia italiano, non poteva che condividere, nell’immaginario collettivo, quel destino statisticamente schiacciante.
Alla luce di queste considerazioni, ogni ulteriore discussione sull’“ambientazione intesa o reale” del film, al di là della menzione esplicita, perde senso. Il tatuaggio non è un’ambiguità, è una dichiarazione. Benigni ha costruito una storia di fantasia su uno sfondo che, attraverso simboli inconfondibili (dal treno alla selezione, fino al numero sul braccio), finisce per evocare in modo deliberato e preciso l’orrore di Auschwitz.
La libertà artistica rimane intatta, così come il valore universalista del film. Ma smontare le critiche storiche nascondendosi dietro un fact-checking letterale (“non si nomina Auschwitz”) significa ignorare il linguaggio del cinema, la potenza dei simboli e il bagaglio storico dello spettatore. Il campo de “La vita è bella” ha un nome, e quel nome è scritto a chiare lettere – anzi, a numeri indelebili – sul braccio del suo protagonista.
Fonti:

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