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A Bruxelles la prima Conferenza europea contro la colonizzazione israeliana

 
Bruxelles, 6 novembre. Su iniziativa del National Bureau for Defending Land and Resisting Settlements di Ramallah,  in collaborazione con  il Dipartimento Esteri dell’Olp e l’adesione di molte organizzazioni europee, si è tenuta a Bruxelles la prima Conferenza europea contro la colonizzazione israeliana.



L’iniziativa, molto partecipata,  merita attenzione almeno per due motivi. Uno è tutto interno al  tema spinoso oggetto della conferenza, il quale  rappresenta non solo un sopruso verso il popolo palestinese, ma una profonda  ferita  alla legalità internazionale,  di fatto  sbeffeggiata da Israele, senza mai subire per questo alcuna sanzione.

Un altro motivo di interesse sta  nella  variegata composizione dei partecipanti, appartenenti a diverse formazioni politiche, alcune delle quali non fanno mistero della loro critica verso i  vertici dell’ANP, ma tutte in sintonia circa la necessità di agire a livello europeo e mondiale per imporre a Israele il rispetto della legalità internazionale,  cosa che dalla sua auto-proclamazione il 14 maggio del 1948 ad oggi non è mai avvenuta.

Ma anche un altro particolare, non di poco conto, merita attenzione ed è l’obiettivo finale sotteso alla conferenza di Bruxelles, vale a dire l’ottenimento delle condizioni necessarie per la costruzione dello Stato di Palestina, indipendente e sovrano, accanto allo stato di Israele. Quest’obiettivo è stato dato per tacitamente condiviso e nessun relatore, palestinese o internazionale, ne ha fatto menzione in modo ufficiale, ma a livello di organizzazioni della società civile pro-Palestina, sia in Italia che in altri paesi,  l’argomento non è pacifico, così come non lo è nelle diverse espressioni del popolo palestinese sia in Palestina che nella diaspora.

In particolare è interessante notare che quando l’Olp e Fatah portavano avanti la posizione, ormai abbandonata, di un unico Stato, e questo avveniva quando l’esistenza dello Stato di Israele non era ancora ufficialmente accettata, molti israeliani ed ebrei di varia nazionalità, amici del popolo palestinese, caldeggiavano la realizzazione di due Stati l’uno accanto all’altro. Oggi, che la situazione si è acclarata senza più dubbio a favore di Israele  grazie alle sue alleanze internazionali ed ai conseguenti rapporti di forza, quegli stessi amici del popolo palestinese caldeggiano la soluzione ad un solo Stato. Vale a dire – sempre dati i rapporti di forza –  lo Stato di Israele! Per quanto sia intrigante riflettere un po’ su questo cambiamento di rotta, di solito non se ne parla e non se ne è parlato neanche in questa occasione. In realtà, affrontare pubblicamente questo  dibattito avrebbe portato fuori dal tema stabilito dagli organizzatori e quindi non sarebbe stato opportuno. Tuttavia, alcuni dei partecipanti hanno deciso di dedicare prossimamente  a questo argomento un seminario ad hoc, proponendo  un   confronto tra le diverse posizioni, senza perdere di vista l’obiettivo prioritario per tutti, che è quello di costringere Israele nell’alveo della legalità internazionale e liberare il popolo palestinese dall’occupazione e dalla confisca del proprio territorio. 





Tornando alla Conferenza, a presentare i lavori è stato chiamato Pierre Galand, figura storica dell’impegno sociale belga e da oltre trent’anni presidente dell’associazione Belgo-Palestinese; presidente, inoltre,  dell’ECCP, il comitato europeo delle ong che si muove anche a livello di Parlamento europeo per ottenere giustizia per il popolo palestinese. Pierre Galand è inoltre organizzatore e  membro  del direttivo del Tribunale Russel,  quindi, non è solo un amico del popolo palestinese, ma uno dei maggiori esperti delle condizioni in cui questo popolo è costretto a vivere. 

Due brevi filmati sull’espansione coloniale israeliana hanno dato forma visiva alle parole pronunciate da P. Galand prima e, successivamente, dall’ambasciatore  palestinese alla EU, Belgio e Lussemburgo  Abdalrahim Alfarra  e  da Tayseer Khaled, membro dell’esecutivo dell’Olp, e capo del dipartimento per gli affari esteri  e dell’Ufficio Nazionale di difesa della terra e resistenza agli insediamenti, che hanno completato la presentazione di quest’importante iniziativa.





A conclusione della Conferenza, dopo oltre 8 ore di interventi,  è stato letto ed approvato – con alcuni emendamenti – il documento che dà ufficialità a questo incontro come inizio di un nuovo percorso e che porterà, appunto, il nome di “Dichiarazione di Bruxelles”.  Nell’articolo 1 della Dichiarazione viene affermato in modo inequivocabile che gli insediamenti rappresentano un incubatore delle organizzazioni terroristiche ebree quali “Paying the price and Revenge” ed altre.  Nell’articolo 2 viene affermato, ai sensi dei principi giuridici sovranazionali, che le attività  coloniali e la politica di apartheid praticata da Israele nei Territori Palestinesi  Occupati rappresentano il maggior ostacolo al raggiungimento di una giusta pace e alla costituzione di uno Stato di Palestina indipendente e sovrano.  Pertanto, negli articoli successivi, viene richiesto all’Unione Europea ed ai Paesi membri, di lanciare un ponte tra le parole di generica condanna all’occupazione ed i fatti concreti che, invece, sostengono l’economia israeliana, consentendo a  Israele di  restare impunito  nella sua illegalità.   

La Dichiarazione, in sintesi, chiede di fermare i finanziamenti e gli accordi commerciali, applicando anche ad Israele le norme giuridiche applicate agli altri Stati, che consentono di far pressione, senza l’uso delle armi, affinché il paese “fuori legge” venga  costretto al rispetto del Diritto universale.  L’appello che viene indirizzato alla comunità internazionale, intesa come società civile, è conseguente a quello indirizzato alla UE: sviluppare al massimo lo strumento che già in Sud Africa si dimostrò efficace: il boicottaggio e, nello specifico, il programma proprio del movimento internazionale BDS.



Nelle 6 tavole rotonde che si sono susseguite durante la giornata, si è discusso della situazione in atto e del suo evolversi  a danno della popolazione palestinese dal 1967 in poi, consegnando alla Storia, o forse a un successivo passo, la situazione ante 1967. Si sono analizzati gli strumenti  per arrivare all’obiettivo specifico prefisso che è esattamente la lotta contro la politica coloniale attuata a partire dal giugno “67.

Ogni tavola rotonda ha avuto come moderatore un esponente della solidarietà internazionale residente in diverse nazioni e non sempre di origine palestinese. Questa scelta, non casuale, rientra nella cornice in cui  la Conferenza vuole inserire il suo percorso politico, cioè creare un gruppo, una lobby nel significato anglosassone del termine, che:  1°) a livello giuridico porti alla condanna reale di Israele, con relative sanzioni,  per le violazioni alla legalità internazionale e in particolare alle norme secondo le  quali i settlements in territorio occupato si configurano come crimini di guerra e, 2°) rinforzare le azioni della società civile sia verso i propri governi sia, in particolare, verso le banche e le aziende che hanno interessi in Israele.  Quest’ultimo punto è stato affrontato in modo particolare per quanto riguarda le azioni intraprese contro le banche che finanziano Israele e quindi la sua politica di occupazione e di confisca territoriale, dalle organizzazioni francesi, belghe e tedesche.

In conclusione si è trattato di un passo importante ma, come rilevato in alcuni interventi alla lettura del documento conclusivo e prima della sua approvazione, manca qualcosa di significativo, o forse è dato per scontato e verrà meglio esplicitato al prossimo step: manca il richiamo netto ai diritto al ritorno dei profughi del “48; manca un chiaro riferimento al “che fare” delle colonie esistenti o meglio dei loro illegali abitanti nel momento in cui dovesse arrivarsi alla costituzione in piena regola dello Stato di Palestina; manca inoltre un approfondimento sul futuro della Striscia di Gaza.

Ultima osservazione relativa alle forme di lotta che attualmente sembrano vincenti, tanto da preoccupare  seriamente Israele,  è la condivisione da parte di tutti gli intervenuti e, sostanzialmente, da parte di tutti gli attivisti pro-Palestina, della pratica del BDS. Ma il BDS è uno strumento e non un obiettivo, e non tutte le associazioni che lo hanno adottato e lo promuovono hanno lo stesso obiettivo finale,  quello che agli occhi di chi scrive è rimasto come convitato di pietra o meglio come fantasma incorporeo ma tuttavia presente: sarà uno Stato di Palestina indipendente e sovrano contiguo allo Stato di Israele l’obiettivo finale di chi pratica  il BDS? O sarà lo Stato unico, ovvero l’annessione sotto l’ unico Stato di Israele in cui i non ebrei auspicheranno parità di diritti e di trattamento con gli ebrei  contando sull’alleanza con gli israeliani laici e democratici? Non è un problema di poco momento e probabilmente sarà necessario affrontarlo alla prossima conferenza che si terrà a Ginevra.



Intanto la giornata  si è conclusa invitando a portare avanti le forme di lotta individuate contro la politica di confisca e giudaizzazione della Cisgiordania da parte di Israele.  Gli organizzatori della Conferenza il loro obiettivo l’hanno esplicitato, la comunità internazionale che  sostiene la lotta contro gli insediamenti  potrebbe avere un obiettivo finale diverso, l’importante sarà averlo chiaro per evitare che una dialettica politica basata su analisi diverse si trasformi da alleanza  a competizione tra avversari , a tutto vantaggio del nemico comune. La Storia è ricca di esempi simili, ma qualche volta, per fortuna, è anche maestra  di vita. Lo si vedrà al  prossimo incontro a Ginevra.

Patrizia Cecconi
Milano 8 novembre 2017
 
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