Cile 1973. Non dimentichiamoci di questo 11 settembre

Cile 1973. Non dimentichiamoci di questo 11 settembre

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Era l'11 settembre, ma del 1973. In questo giorno in cui tutti i media parleranno del ventesimo anniversario dell'attacco alle 'Torri Gemelle' (come è giusto che sia), ricordo il colpo di Stato che ci fu in Cile contro il socialista Salvador Allende e il suo governo di 'Unidad Popular'. Sono passati 48 anni da quel giorno ed è importante non dimenticarlo.

Quella data non solo ha segnato la fine violenta del tentativo di “transizione al socialismo” per via democratica intrapreso da Salvador Allende, ma è stata anche l'inizio del primo esperimento economico-sociale di quella politica neoliberista che negli anni a seguire è stata imposta a tutti i Paesi dell'emisfero occidentale come dogma a cui doversi 'inchinare'.

Non mi metterò a scrivere del ruolo che hanno avuto i “Chicago boys” nel Cile di Pinochet iniziando a sperimentare le teorie neoliberiste di Milton Friedman, e di come poi, nel decennio successivo, le politiche aggressive di Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno diffuso il 'verbo' neoliberista in tutto il mondo smantellando lo Stato sociale che, dal dopoguerra in poi – soprattutto nel 'Vecchio continente' – si era riusciti a realizzare grazie ai grandi partiti di massa della sinistra europea.

Così come non parlerò del determinante ruolo degli Stati Uniti che, come dichiarato dallo stesso Henry Kissinger “non potevano permettersi di perdere il Cile”. Tutto confermato da migliaia di documenti desecretati dall'Amministrazione Clinton, consultabili sul 'National Security Archive'[1], che certificano quello di cui già tutti ne avevano piena certezza: il totale coinvolgimento del Dipartimento di Stato, del Pentagono e della Cia; ome i documenti

Non mi metto a parlare di questi specifici argomenti perché su di loro si è ormai già detto tutto, e nel web si trova con molta facilità chi ne sa molto più di me, soprattutto nell'approfondire la storia dei “Chicago boys” e del primo esperimento neoliberista di cui il Cile ne è stato la 'cavia'. Come per esempio il giornale online «Contropiano» che pubblica un estratto dal libro di David Harvey “Breve storia del neoliberismo” pubblicato da 'il Saggiatore'[2].

Quello che oggi, 11 settembre, voglio ricordare, sono invece le ultime tre ore del Presidente Salvador Allende che, rifiutando il salvacondotto proposto dal Generale traditore Augusto Pinochet, rimane dentro il palazzo presidenziale de 'La Moneda', assediato dai militari golpisti e dai bombardamenti dell'aviazione cilena.

Ci rimarrà dentro 'La Moneda', essendo cosciente che non ne uscirà vivo.

Martedì 11 settembre 1973

6:00 a.m. – Salvador Allende viene informato che la Marina si è impadronita della città di Valparaíso.

7:30 a.m. – Allende giunge a 'La Moneda'. Cerca inutilmente di mettersi in contatto con i comandanti in capo delle Forze Armate.

7:55 a.m. – Attraverso “Radio Corporación”, il presidente comunica alla nazione che è in atto una sollevazione contro l’esecutivo:

«In queste circostanze, mi rivolgo a tutti i lavoratori. Occupate i vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche, mantenete la calma e la serenità. Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo nessun movimento straordinario di truppe

8:15 a.m. – Allende si rivolge nuovamente alla nazione, invitando i lavoratori a restare in allerta ai rispettivi posti di lavoro in attesa di ulteriori informazioni.

8:30 a.m. – I militari golpisti dichiarano deposto il governo “illegittimo” di Allende, il quale, sempre via radio, afferma la sua irrevocabile decisione di resistere a costo della vita pur di difendere il Paese, la sua tradizione e la Costituzione.

8:45 a.m. – Allende informa il popolo che è in corso un colpo di Stato al quale sta partecipando la maggioranza delle Forze Armate.

«Compagni in ascolto:

La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate. In questo momento infausto voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia. Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo. Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò La Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo, perché è il mandato che il popolo mi ha affidato. Non ho alternative. Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo. Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua strada, seguirà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno molto più dure, molto più violente, perché il fatto che questa gente non si fermi davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.»

9:03 a.m. – Attraverso “Radio Magallanes” Salvadore Allende si rivolge per la penultima volta al suo popolo:

«In questi momenti passano gli aerei. Potrebbero mitragliarci. Ma sappiate che noi siamo qui, almeno con il nostro esempio, che in questo Paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro obblighi. Io lo farò su mandato del popolo e su mandato cosciente di un Presidente che ha dignità dell’incarico assegnatogli dal popolo in elezioni libere e democratiche. […] Questo è un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino. Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore.

Pagherò con la vita la difesa dei principi cari a questa Patria. Coloro i quali non hanno rispettato i loro impegni saranno coperti di vergogna per essere venuti meno alla parola data..

9:10 a.m. – Ultimo discorso di Salvador Allende:

«Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi.

La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes. Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, i designati Comandanti in Capo, l’Ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile Generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.

Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!

Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di cileni, non potrà essere estirpato completamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli.

Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.

In questo momento conclusivo, gli ultimi a cui io posso rivolgermi siete voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla 'reazione', hanno creato il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Araya, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con l'aiuto straniero, di riconquistare il Potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.

Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini. Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che hanno continuato a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che hanno difeso anche i vantaggi di una società capitalista.

Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che hanno cantato e si sono abbandonati all’allegria e allo spirito di lotta. Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.

Erano d’accordo. La storia li giudicherà.

Sicuramente 'Radio Magallanes' sarà zittita e il suono metallico della mia tranquilla voce non vi giungerà più.

Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.

Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.

Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.

 

Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

 

Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la slealtà, la codardia e il tradimento

 

Audio dell'ultimo comunicato di Salvador Allende delle ore 9:10 a.m., seguito dal video dell'attaccco aereo al Palazzo Presidenziale de “La Moneda”, con immagini finali che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni.

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=OlL8cxzQHGo

[1] Documenti declassificati sul coinvolgimento degli Stati Uniti

https://nsarchive.gwu.edu/project/chile-documentation-project

[2] 'Chicago boys', «Contropiano» estratto da “Breve storia del neoliberismo”

https://contropiano.org/documenti/2016/09/14/cile-pinochet-neoliberista-083437

Roberto Cursi

Roberto Cursi

Sono nato a Roma nel 1965 (ancora ci vivo) passando una felice infanzia in uno dei grandi cortile di un quartiere popolare. Sin da adolescente mi sono avvicinato alla politica ma lontano dai partiti. A vent'anni il mio primo viaggio intercontinentale in Messico; a ventitre apro in società uno studio di grafica e servizi per tipografie, seguono poi altre esperienze lavorative; a ventiquattro anni decido di andare a vivere da solo. Affascinato dall'esperienza messicana seguiranno altri viaggi in solitaria in terre lontane, accompagnato solo dalle mie due fotocamere “Fujica”: Vietnam, Guatemala, deserto del Sahara, Laos... fino a Cuba.

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