Con la lettera di Varoufakis la Grecia firma la sua resa alla Troika

Una pietra tombale sull’eventualità che l’austerity possa avere fine

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Con la lettera di Varoufakis la Grecia firma la sua resa alla Troika

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di Cesare Sacchetti
 
Nel testo della missiva inviata ieri dal Ministro delle Finanze greco Varoufakis all’Eurogruppo c’è un sapore amaro di sconfitta, di resa alle condizioni dell’austerity mitigata, seppur di fatto non cambia la sostanza dei provvedimenti in materia di deficit fiscale. La Grecia ha assicurato che continuerà a perseguire un avanzo primario, ed è questa la prima condizione (punto A della lettera di Atene) che compromette qualsiasi possibilità di attuare politiche anticicliche. Una riduzione dell’avanzo primario dal precedente 3% al 1,5% è un lieve progresso, anche se assomiglia più ad una vittoria di Pirro.

Come è possibile parlare di fine dell’austerity da parte di Tsipras e Varoufakis, di fronte all’impegno che si debba perseguire un avanzo di deficit? Non è possibile semplicemente, è una contraddizione in termini, e soprattutto ha il sapore di un tradimento del programma elettorale di Syriza, che si era impegnata proprio a porre fine all’austerità, promuovendo un pacchetto di riforme che non possono essere compatibili con un avanzo primario; la restituzione della tredicesima ai pensionati, l’estensione di aiuti alle fasce più deboli della popolazione, e l’aumento dell’occupazione richiedono un massiccio deficit di bilancio per poter essere perseguite.

Ma le cattive notizie non sono finite, perché leggendo il punto B della lettera di Varoufakis, Atene si impegna a lavorare a stretto contatto con i partner europei assicurando “che qualsiasi nuova misura abbia copertura finanziaria, evitando ogni iniziativa unilaterale che possa mettere a rischi gli obiettivi di bilancio, la ripresa economica, la stabilità finanziaria. Non solo si riconosce in questo punto che il commissariamento europeo non terminerà, si rassicurano i partner europei che non si farà un passo senza di loro, e muore sul nascere la possibilità che la Grecia possa pensare di agire in modo unilaterale.

Obbiettivi di bilancio, ripresa economica e stabilità finanziaria; questi tre obbiettivi sono incompatibili tra di loro e somigliano molto alle raccomandazioni che i governi precedenti di Atene, inviavano all’Europa in merito alle riforme strutturali e al contenimento del deficit. L’austerity è stata proprio la causa principale dell’esplosione del debito greco a livelli insostenibili, per uno Stato che non dispone del potere di emettere valuta, e che per finanziare la propria spesa è costretto all’emissione dei titoli di Stato, oppure a ricorrere al prestito da parte della BCE; una misura quest’ultima realizzabile anche tramite il finanziamento delle banche greche per mezzo dell’emissione di asset collaterali non liquidi, come i titoli di Stato, ma la BCE ha fatto sapere gentilmente che non considera più i bond greci affidabili per questo tipo di operazione. In queste condizioni il governo greco non può che rivolgersi al mercato di capitali tramite l’emissione di bond, ma a tassi di interesse folli che sfiorano il 20% per i bond triennali e il 10% per quelli decennali.  

I “partner” europei hanno semplicemente chiuso la bombola dell’ossigeno ai greci,
e questi sono costretti a respirare attaccati alla macchina dell’UE, del FMI e della BCE.  Si tratta di una questione di fondo e di valori che vede contrapposti due interessi inconciliabili, che non potranno mai arrivare ad una soluzione che accontenti e soddisfi gli interessi contrapposti delle due parti: o si continua a stare attaccati alla macchina dell’Europa, oppure la si stacca e si inizia a respirare autonomamente. Certo, non è semplice per la piccola Grecia liberarsi da questo cappio, le pressioni sono fortissime, gli interessi in gioco enormi, e la chiamata di pochi giorni fa del Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Jack Lew al Ministro Varoufakis aveva toni intimidatori neanche troppo velati: o si accettano le condizioni dell’Eurogruppo o ci saranno dure conseguenze.

Nessuno ha pensato di levare una protesta contro il Governo USA per una palese ingerenza nella sovranità greca, né risulta che la Grecia o esponenti del governo ellenico abbiano espresso le loro doglianze nei confronti del governo americano. Il giorno successivo alla chiamata viene trasmessa la missiva di Varoufakis a Bruxelles, e il governo greco riconosce l’onere del debito invertendo completamente la direzione presa in campagna elettorale, e dichiarando che “le autorità greche rispettano gli obblighi finanziari contratti dai precedenti governi nei confronti di tutti i creditori, così come affermano la loro intenzione di collaborare con i partner per evitare impedimenti tecnici nel contesto del MFA (Master Facility Agreement) che riconosciamo come vincolante riguardo al suo contenuto finanziario e procedurale.”

Una pietra tombale sull’eventualità che l’austerity possa avere fine, che sposta in avanti di 6 mesi il problema ma non agisce sui problemi strutturali di fondo di un debito insostenibile, e che per essere restituito non può che presupporre la continuazione dell’austerity. E’ questa la nota più deludente della missiva, si continua a riconoscere legittimo un debito contratto a condizioni folli che ha portato la Grecia sulla soglia della povertà collettiva, quando invece l’emancipazione dalla morsa della speculazione passava dal ripudiarlo integralmente. Nel frattempo i cittadini greci hanno fatto sapere di non poterne più, e se si va avanti su questa strada, qualsiasi cosa può succedere, e monta la preoccupazione che se Tsipras dovesse fallire definitivamente, la porta per Alba Dorata sarà aperta. 

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