Gli Stati Uniti di concerto con sauditi (e israeliani) creano una fronda anti-iraniana in Iraq

Gli Stati Uniti di concerto con sauditi (e israeliani) creano una fronda anti-iraniana in Iraq

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Piccole Note
 

L’Iraq torna cruciale per i destini del mondo. E per le sorti della guerra siriana.


Dopo decenni di antagonismo con l’Iran, culminato con la guerra scatenata da Saddam per conto degli Usa, gli ultimi anni hanno visto nuove prossimità.


Iraq e Iran: la pace minacciata


E ciò a causa dell’Isis: l’Iran ha inviato milizie per aiutare il vicino a contrastare il mostro, molto più efficaci dei fantaccini Usa.


Una convergenza che ha fatto immaginare agli iraniani di aver raggiunto un obiettivo strategico: lo sbocco al Mediterraneo, tramite l’asse Baghdad-Damasco-Libano (dove c’è hezbollah).


Vinto l’Isis, in Iraq sono iniziati i problemi. Gli Stati Uniti, ancora presenti con truppe e intelligence, hanno iniziato a creare una fronda anti-iraniana, di concerto con sauditi (e israeliani).


Evidente nelle elezioni del maggio scorso, quanto le forze politiche si sono divise secondo una linea di faglia che oppone filo-americani a filo-iraniani.


Il più votato è stato il partito dell’ambiguo Muqtada al Sadr, chierico sciita a capo di una milizia personale mutuata in forza politica.


Il suo movimento è di estrazione sciita e apparentemente anti-americano, ma è soprattutto contrario all’influenza iraniana nel Paese. Tanto da ricercare legami con i sauditi.


Le elezioni hanno però dato un risultato incerto: le forze politiche filo-americane e filo-iraniane, ambedue coalizioni di più partiti, hanno dichiarato entrambe di avere i numeri per formare il governo.


Al Sadr è additato come il kingmaker del prossimo governo, ma è ancora da vedere. Il Parlamento ha ancora 90 giorni per eleggere speaker e premier e verificare la tenuta di maggioranze oggi ancora sulla carta.


Premier in carica è ancora Aydar al Abadi, che sta cercando la riconferma alleandosi con al Sadr e allontanandosi da Teheran.


Idlib e la rivolta di Bassora


Così veniamo agli ultimi complicati giorni, che hanno visto l’innesco di una rivolta  (12 le vittime) con epicentro Bassora, città più che strategica per petrolio e commercio.


I filo-iraniani vi hanno visto un chiaro segnale di sfratto ad al Abadi, che pare si sia messo contro anche la massima autorità sciita dell’Iraq, l’ajatollah al Sistani.


Gli altri, vi hanno visto una prova di forza di al Sadr, spiegando che la folla avrebbe contestato l’influenza iraniana nel Paese.


Sia come sia, resta che la rivolta, ora sedata, ha vissuto il suo momento cruciale con l’incendio del consolato iraniano di Bassora.


Ciò avveniva il 7 settembre, proprio nel giorno in cui il presidente iraniano Rouhani si incontrava con Putin ed Erdogan a Teheran per discutere della città siriana di Idlib,, che
Damasco vuole riprendersi, con il favore di russi e iraniani, scontrandosi con il veto turco.


Il sito israeliano Debkafile spiega la coincidenza con un titolo malizioso: “Mentre i leader alleati dell’Iran trattano su Idlib, l’Iraq sciita gli scoppia in faccia“.


I convenuti sarebbero stati colti di sorpresa da quella che agli occhi dell’estensore della nota appare una sorta di epifania.


La Mezzaluna sciita, data ormai per acquisita dall’Iran non è più così certa. Ciò a causa dei “suoi stessi correligionari sciiti in Iraq, che minacciano di stracciare quell’obiettivo proprio ora che è alla portata di Teheran”.


In altra nota abbiamo scritto che il summit di Teheran è fallito.  Il rilievo di Debka accenna una causa del fallimento.


L’incertezza irachena indebolisce ancora di più l’Iran, già fiaccato dalle sanzioni Usa. Il veto di Erdogan su Idlib ne è uscito rafforzato.


Ma al di là dei destini siriani, ve registrato che l’Iraq è tornato al centro dell’attenzione internazionale. Purtroppo, va aggiunto, dato che la pregressa importanza gli ha attirato guerre e devastazioni.

 

Nella foto, l’incendio del consolato iraniano

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