Honduras alle urne, un’altra truffa in agguato

Honduras alle urne, un’altra truffa in agguato

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Domenica 28, circa 5,2 milioni di honduregni sono chiamati alle urne per eleggere il presidente (per il periodo 2022-2026), tre vicepresidenti, 128 deputati del Congresso nazionale, 20 del Parlamento centroamericano, e i sindaci di 298 città. La partita sembra giocarsi tra Nasry Asfura e Xiomara Castro. Asfura è il candidato della destra nonché attuale sindaco della capitale, che corre per il Partido Nacional, il partito al potere dal golpe contro Zelaya del 2009. Xiomara Castro, dirigente del Partido Libre, compagna di Zelaya, rappresenta la sinistra di alternativa.  Appare nettamente favorita nei sondaggi, ma difficilmente l’oligarchia sostenuta dal grande capitale internazionale lascerà libero corso alla volontà popolare, com’è già accaduto nelle precedenti occasioni.

L’Honduras resta, infatti, una pedina determinante per l’imperialismo Usa, sia dal punto di vista economico che militare. Le multinazionali minerarie o idroelettriche spadroneggiano per oltre il 30 per cento del territorio, insieme alle centinaia di imprese illegali, a cui un sistema di potere costruito alla bisogna lascia libero corso violando i diritti delle popolazioni indigene.

La vita di chi si oppone vale meno di niente, come ricorda l’assassinio dell’ambientalista indigena Berta Caceres. Portavoce del popolo indigeno Lenca e cofondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras, Berta venne uccisa il 3 marzo del 2016. Per quell’omicidio, e grazie alla pressione dei movimenti internazionali, qualche mese fa è stata condannata un’ottava persona, un alto dirigente dell’impresa idroelettrica DESA, come uno dei mandanti.

In Honduras, dove agisce la più grande base militare statunitense della regione, la crescente militarizzazione del territorio serve a proteggere gli interessi capitalistici nelle zone più ricche di risorse idriche, petrolio e biodiversità e non certo la sicurezza delle popolazioni che vi abitano. Dall’omicidio di Berta Caceres, sono 39 gli ambientalisti uccisi. E, da gennaio a oggi sono stati assassinati 68 politici, 19 dei quali a marzo e quattro a novembre. L’Honduras ha il più alto indice di omicidi al mondo.

 In un contesto simile, suona alquanto ironico l’appello dell’Alta Commissaria dell'Onu per i Diritti umani, Michelle Bachelet, e dell'eurodeputata croata Željana Zovko, che guida la Missione di osservazione dell'Unione europea (Ue) “affinché la giornata elettorale si svolga in un clima di serena convivenza civile”. Un’esortazione che segue quella, altrettanto soft, degli Stati Uniti. Toni ben diversi da quelli usati per screditare a priori sia le elezioni in Nicaragua che quelle in Venezuela.

D’altro canto, come l’allora segretaria di Stato di Obama, Hillary Clinton, ha confessato nelle sue memorie, l’Honduras ha inaugurato in Centroamerica il modello del “golpe istituzionale”. Il 28 giugno 2009, il presidente Manuel Zelaya, un liberale che aveva osato rivolgere lo sguardo all’Alleanza Bolivariana per i popoli della Nostra America, ideata da Cuba e Venezuela, venne sequestrato di notte dalle Forze armate e portato all’estero. Ne seguì un periodo di repressione, soprusi e instabilità.

L’intreccio tra politica e narco-traffico è d’altronde una sfacciata evidenza, tanto che il fratello del presidente uscente, Juan Orlando Hernández Alvarado, esponente del Partido Nacional, in carica dal 2013, è stato condannato all’ergastolo negli Usa come narcotrafficante. Lo stesso capo di stato in scadenza è indagato. Yani Rosenthal, segretario del Partido Liberal, ora in corsa per la presidenza, ha anch’egli al suo attivo una condanna a tre anni per riciclaggio di denaro sporco comminata negli Usa.

In Honduras, due su tre abitanti vivono in povertà. Una situazione aggravata dagli effetti del cambiamento climatico (solo nell’ultimo anno, ci sono stati due uragani). Ogni mese, migliaia di persone alimentano le carovane di migranti dirette, attraverso il Messico, negli Stati Uniti, dove già risiede un milione di honduregni. Quello dei migranti, che creano un collo di bottiglia alla frontiera, è uno dei problemi politici più spinosi per Biden. L’altro, è quello del discredito manifesto del governo di Hernandez.

Per salvare le apparenze in un paese alleato, cruciale per il controllo regionale, occorre quindi puntare su un cavallo “carismatico” come appare Nasry Asfura, mentre la grancassa mediatica solletica vecchi e nuovi conservatorismi per screditare la “comunista” Xiomara Castro, e impedirne di nuovo la vittoria.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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