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Israele e la legalizzazione delle colonie in Cisgiordania

 


Piccole Note
 

Una legge proposta dal partito dell’ultra-destra israeliana, Casa Ebraica (che fa riferimento a Naftali Bennet), mira a legalizzare 66 insediamenti costruiti negli ultimi 20 anni dai coloni in Cisgiordania.


Israele e gli insediamenti

La legalizzazione delle colonie sarebbe provvisoria: entro due anni Tel Aviv dovrà poi stabilire se sarà definitiva (per tutti o parte degli insediamenti).

Il progetto è stato avanzato in un momento più che drammatico per Israele, che vede il sangue dei suoi cittadini versato a seguito di un’improvvisa escalation del Terrore in Cisgiordania, dopo anni di relativa pace.

Mordechai Kremnitzer, su Haaretz, muove una durissima critica al provvedimento, che secondo il cronista lede non solo il diritto internazionale, ma anche la sicurezza dello Stato di Israele.


Gli strali di Haaretz


Le critiche del cronista si appuntano in particolare sulla tempistica scelta, come indica in maniera esplicita il titolo dell’articolo: “Legalizzare gli avamposti: il governo Netanyahu cerca di trarre profitto dagli attacchi nella West Bank”.

Per Kremnitzer la proposta tende a “rafforzare il controllo ebraico sulla Cisgiordania a spese dei palestinesi. E non si scoraggia nemmeno davanti all’orribile legame tra il sangue innocente e il rafforzamento del progetto di insediamento, come se il primo fosse una condizione per quest’ultimo”.

Secondo Kremnitzer, il partito di Bennet con questa legge cerca di conquistare il consenso dell’ultradestra, molto forte in Israele ma soprattutto tra i coloni, in una gara contro la destra più tradizionale che fa riferimento al Likud.

Il cronista di Haaretz rammenta il “veemente” contrasto che il disegno di legge ha incontrato presso il Procuratore generale Avichai Mendelblit, col quale il governo avrebbe ingaggiato “una resa dei conti finale”, minandone del tutto l’autorità.


L’irreversibilità del temporaneo


E aggiunge che la legge, seppur temporanea, sarebbe, de facto, “irreversibile”.

“Non c’è nulla di più permanente della natura temporanea di questo disegno di legge – scrive Kremnitzer – dal momento che se diventerà legge, in pratica porterà alla legalizzazione di tutto ciò che è stato costruito illegalmente”.

Ancor più dure le considerazioni successive: “Per decenni, sin dal primo rapporto Yehudit Karp del 1982, che ha affermato per la prima volta che i coloni che danneggiano i palestinesi godono di un’immunità di fatto nei procedimenti penali, c’è stato un serio dubbio sul fatto che il governo di Israele in Cisgiordania sia basato su uno stato di diritto”.

Il disegno di legge attuale, continua il cronista, “chiarisce che per questo governo non esiste uno stato di diritto, ma la regola del furto. È anche chiaro che legittimare la violazione delle legge avvenuta in passato invita a violare altre leggi in futuro”.

E “la legge che serve a proteggere i diritti fondamentali diventerà invece uno strumento per indebolirli, dal momento che è basata sulla discriminazione tra ebrei e arabi, tra coloro che si considerano i signori di tutto il Paese e coloro che sono considerati da loro alla stregua di trasgressori della legge, anche sulla propria proprietà”.


La legge del Terrore


“La confisca della terra palestinese da parte degli israeliani – conclude Kremnitzer -, minando i diritti alla proprietà privata e distruggendo la possibilità di creare uno Stato palestinese, è un chiaro fattore di incoraggiamento al terrore”.

Abbiamo riportato ampi brani dell’articolo perché ci appariva significativo dell’accesa controversia sul destino della Palestina che dilania la società e la politica israeliana.

Tanto accesa che i toni dello scritto, come si può notare, appaiono simili a certe critiche estreme che, dall’estero, sono portate al governo israeliano.

Finché in Israele ci sarà posto per queste opinioni e per queste critiche, vuol dire che la causa palestinese, di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano, non è ancora defunta, nonostante tanti siano i macabri segnali in tal senso.

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