Relazioni sino-russe: dalle rigidità dell'epoca sovietica ai "massimi storici" di oggi

Relazioni sino-russe: dalle rigidità dell'epoca sovietica ai "massimi storici" di oggi

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di Leonardo Sinigaglia

“E, a dirla tutta, vi invidiamo un po’”: con queste parole il presidente Putin ha commentato i risultati ottenuti dalla Repubblica Popolare Cinese negli ultimi anni durante la recente visita a Mosca di Xi jinping. Lo sviluppo economico e il rafforzamento statale operati dalla Cina sono oggetto di studio in tutto il Mondo e, afferma Putin, si sono rivelati ben più efficienti dei modelli applicati in altri paesi.

Ciò che la Cina ha compiuto negli ultimi decenni non può che essere d’estremo interesse per la Federazione Russa e il suo presidente, che ha vissuto in prima persona la catastrofe della dissoluzione dell’Unione Sovietica e il pietoso stato in cui versava la Russia degli anni ‘90. Il pragmatismo, componente essenziale dell’ideologia di Putin, lo porta a guardare non verso Occidente, dove si assiste ad un declino sociale ed economico degno delle più crude visioni apocalittiche, ma verso Oriente, dove un paese che fino a un secolo fa aveva “ottime” possibilità di venire cancellato dalle cartine geografiche, un paese ottenebrato dall’oppio e diviso dalle varie potenze imperialiste, ora è saldamente ai vertici di ogni classifica tecnologica, sociale ed economica.

Il rapporto tra Russia e Cina è stato definito più volte come “senza limiti”, e “qualitativamente superiore a qualsiasi forma di alleanza”. E’ in sostanza un rapporto paritario, che si fonda sulla complementarietà economica, sulla comune prospettiva geopolitica di ridefinizione dei rapporti di forza internazionali e sul comune beneficio portato da forme d’integrazione continentale di portata eurasiatica. E’ un rapporto tra grandi potenze “responsabili”, consce della direzionalità storica volta alla “democratizzazione dei rapporti internazionali” e alla “costruzione di una comunità umana dal futuro condiviso”, ma anche delle sfide che a ciò sono portate da ogni tentativo egemonico, dalla ricerca di una “sicurezza a somma zero” e dal “persistere della mentalità da guerra fredda”.

I rapporti russo-cinesi sono stati definiti proprio in questi giorni come “ai massimi storici”, e in costante crescita. Questa “amicizia senza limiti” non è stata ereditata dal periodo sovietico, ma si pone per molti versi in contrasto con quella che fu la politica dell’URSS sulle relazioni interstatali e interpartitiche.


Il Partito comunista cinese e il mondo russo

Fin da quando nel 1922, ad un anno dalla sua fondazione, il piccolo Partito Comunista Cinese si unì al Comintern, la sua politica nazionale fu se non decisa sicuramente indirizzata da Mosca, non sempre in maniera adatta alle reali condizioni cinesi. Fu solo grazie agli sforzi di Mao Tse-tung e della sua parte che si riuscì a far prevalere la “ricerca della verità attraverso i fatti” e quindi lo sviluppo di condotte politiche basate sull’osservazione oggettiva della realtà cinese, e non sulle direttive di un “centro internazionale della rivoluzione” distante e spesso contraddittorio. I costi furono comunque salati: dai massacri del 1927 sino alla disastrosa condotta militare imposta da Wang Ming e dall’inviato tedesco del Comintern Otto Braun, che sarà responsabile della vittoria di Chiang Kai-shek nella Quinta campagna d’accerchiamento, che renderà necessaria la Lunga Marcia.

Nonostante la successiva vittoria nella guerra civile e la proclamazione nel 1949 della Repubblica Popolare Cinese, i rapporti tra Mosca e Pechino rimasero sempre quelli tra un “fratello maggiore” e un “fratello minore”. Ciò aveva come basi concrete il riconoscimento cinese nell’Unione Sovietica come “primo Stato socilista al mondo”, ma anche lo stato incomparabilmente più avanzato della sua economia e delle sue forze produttive rispetto a quelle cinesi. Fu grazie al supporto tecnico ed economico sovietico che la Cina, negli ultimi anni di vita di Stalin, poté ricostruire un paese distrutto da quasi quarant’anni di scontri civili e dai lasciti della sanguinosa occupazione giapponese.

Con l’avvento al potere di Krusciov la situazione si deteriorò progressivamente. Posta sotto pressione da una rinnovata aggressività statunitense, convenzionale e non convenzionale, la nuova dirigenza reagì cercando di accentuare il proprio controllo sugli altri Stati e partiti socialisti, per impedire, come nel caso dell’Ungheria, che penetrazioni di elementi filo-occidentali compromettessero la sicurezza collettiva.

Anche rispetto alle relazioni sino-sovietiche, il XX Congresso del PCUS del 1956 fu centrale nel sancire un allontanamento dalla difficile ricomposizione. La Repubblica Popolare e il Partito Comunista Cinese criticarono aspramente i modi e i contenuti dell’attacco che Krusciov portò al suo predecessero, annunciato in una vera e propria “seduta segreta” convocata in maniera straordinaria al volgere del Congresso, e semplicemente “comunicato” ai delegati internazionali senza il minimo riguardo che un tale gesto avrebbe portato per la stabilità e l’autorevolezza dei partiti comunisti di tutto il mondo. La dirigenza cinese non poteva accettare denunce, spesso infarcite di calunnie, espresse in quel modo, prive della più basilare considerazione degli interlocutori dei “partiti fratelli” e manifestazione di una concezione per nulla equa dei rapporti interstatali e interpartitici.

Il Comintern, sciolto nel 1943, si era presentato come “quartier generale della rivoluzione internazionale”, e i vari partiti partecipanti all’Internazionale erano concepiti come “sezioni” nazionali di questa. La tendenza a considerare interscambiabili il Comintern con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica sopravvisse alla stessa Terza Internazionale, creando così rapporti fondamentalmente gerarchici tra i vari partiti comunisti.

Nei decenni successivi la rottura tra Cina e Unione Sovietica arrivò persino ai confini dello scontro armato, come dimostrano i fatti del 1969 e della successiva prova di forza cinese contro il Vietnam filo-sovietico. Proprio di queste contraddizioni interne al “campo socialista” poterono sfruttare gli statunitensi, che lavoreranno duramente per utilizzare la Cina, con cui normalizzeranno le relazioni tra 1971 e 1972, in funzione anti-sovietica, e l’Unione in funzione anti-cinese. L’URSS accusava la dirigenza maoista di estremismo, e persino di connivenza con gli americani, mentre la Cina, esempio ne è la teoria dei “Tre Mondi”, ormai vedeva l’URSS come un paese imperialista al pari degli Stati Uniti,  chiamando a raccolta i paesi del Terzo Mondo per difendere la propria indipendenza dalle varie mire egemoniche, anche da quelle “ammantate di socialismo”.

Le contraddizioni di quell’epoca, portate da un’oggettiva pratica autoritaria sovietica all’interno del campo socialista quanto da situazioni sfruttate fruttuosamente dal blocco atlantico, continueranno per tutti gli anni della dirigenza di Breznev in URSS e di Deng Xiaoping in Cina. Solo nel 1989 Gorbaciov tentò un cauto riavvicinamento, che porterà ad una sua visita ufficiale a Pechino. I risultati di ciò furono ereditati dalla Federazione Russa, che sotto la presidenza di Putin saprà ricostruire un rapporto favorevole con la Repubblica Popolare Cinese.


ANNI 2000

La firma nel 2001 del “Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione” fu il primo passo di quel percorso di cui ora, a più di vent’anni di distanza, vediamo le piene implicazioni geopolitiche e iniziamo a percepire quelle storiche. Non più un legame diseguale tra un “paese guida” e i suoi seguaci, ma un rapporto “qualitativamente superiore” ad ogni forma di alleanza, basato sulla mutua-cooperazione e sul reciproco rispetto. Come ha scritto nel suo articolo per il Renmin Ribao il presidente Putin,  Russia e Cina “hanno raggiunto un livello mai visto prima di fiducia reciproca nel loro dialogo politico”, con una “cooperazione strategica comprensiva", in un quadro “qualitativamente superiore alle alleanze della Guerra Fredda”, poiché “non esistono argomenti tabù” e prive di una parte che ordina e una che obbedisce.

Le relazioni russo-cinesi rappresentano veramente un salto qualitativo che, con le dovute contestualizzazioni, può essere modello delle future relazioni internazionali in uno scenario multipolare. La non ingerenza negli affari interni, l’interesse per ogni preoccupazione in tema di sicurezza e la ricerca della cooperazione e del mutuo vantaggio si stanno imponendo nei rapporti sicuramente non lineari e non privi di potenziali conflittualità tra due dei più grandi paesi del mondo. E questo avviene nonostante i sistematici tentativi di destabilizzazione e di divisione messi in campo dall’Occidente collettivo.

Esse sono superiori sia ai rapporti che l’Unione Sovietica intratteneva con gli Stati del “blocco orientale”, ma anche a quelli che gli Stati Uniti hanno imposto ai loro “alleati”, impropriamente non ritenuti anch’essi “stati satellite”. Il blocco a guida statunitense ha anch’esso, e in maniera superiore ai propri avversari sovietici, utilizzato la contrapposizione della Guerra Fredda per costruire una propria egemonia che non poteva accettare nessuna forma di relazione paritaria. Lo si vede non solo con la destabilizzazione controllata o con la pressione politica applicata nel Secolo scorso ai danni dell’Europa, ma anche il blitz economico contro il Giappone responsabile della sua stagnazione pluri-decennale e, caso eclatante, nella guerra economica contro la Germania culminata negli attentati al Nord Stream.

La costruzione di relazioni paritarie passa necessariamente per la lotta ad ogni forma di egemonismo. L’azione internazionale di Russia e Cina è pienamente indirizzata a questo scopo e apre non solo per ogni paese politicamente in grado di cogliere l’opportunità spazi d’emancipazione e di indipendenza, ma anche la possibilità di studio per il modello di sviluppo della Cina socialista, ritenuto dallo stesso presidente Putin come più efficiente delle sue controparti, il che può portare all’applicazione creativa delle lezioni apprese nei campi della lotta alla povertà, dello sviluppo economico e tecnologico oltre che nella costruzione di un sistema politico e sociale a beneficio dei molti, e non di pochi speculatori.

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