Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa. GUERRE DI CLASSE

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Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa. GUERRE DI CLASSE

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Saluto all’Iran

Per incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo, che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.

Dall’ambasciatore Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.

Nell’ambasciata a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere, ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo, terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.

Di questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente tentativo di regime change - portato avanti, e addirittura rivendicato, dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) - attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.

Tutte cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e autodeterminazione.

Oppositori nominali che finiscono col farsi travolgere dal metodo schiacciasassi di un apparato mediatico oligarchico, pienamente integrato nelle strutture del potere come stabilitosi negli USA e da lì diffuso. E le cui certezze non si fanno scalfire nemmeno da metodi di provocazione e intimidazione come l’assembramento della più grande flotta militare USA in faccia alle coste iraniane e l’ormai strutturale minaccia trumpiana di “tutte le opzioni rimangono sul tavolo”.

Latinoamerica a spizzichi e bocconi

Tra le quali opzioni figurano con proterva evidenza quelle messe in atto in America Latina. Che non si limitano al rapimento del capo dello Stato venezuelano e ai bombardamenti dei porti e siti produttivi. Il famigerato restauro in versione “Donroe” della dottrina Monroe, che pretende dominio e controllo USA su tutte le Americhe, ha già parzialmente modificato l’assetto del subcontinente, fin da prima dello scatenato presidente in carica. Un rapido elenco, nella scelta via via tra colpi di Stato, militari o parlamentari, e manipolazioni elettorali.

Honduras. Colpo di Stato militare nel 2009, riscattato dalla forza elettorale del popolo nel 2021, oggi rientrato nell’orbita USA mediante il ricatto di Trump con cui minaccia sfracelli se non si elegge il candidato gradito, Nasry Asfura (prima visita all’estero: Israele), del Partido Nacional di estrema destra. Per non celare nulla del proprio intento, Trump concede l’indulto al padrino e sponsor di Asfura, l’ex-presidente Juan Orlando Hernandez, in carcere a New York con una condanna a 45 anni per narcotraffico. Sia Asfura che Hernandez sono appassionati frequentatori di Tel Aviv.

Ecuador. Dopo una lunga contesa per brogli denunciati da Luisa Goinzalez, candidata di Revolucion Ciudadana, il movimento che aveva accompagnato la svolta socialista e antimperialista di Rafael Correa, si installa Daniel Noboa, rampollo della dinastia che controlla le 25 più grandi imprese del paese. Le agenzie della lotta anti-droga, compresa la DEA, classificano l’Ecuador post-Correa massimo esportatore di droga verso USA ed Europa, sulla rotta del Pacifico.

Bolivia. Termina nel 2025 la fase del riscatto boliviano iniziata con la rivoluzione del MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales nel 2006. Dopo tre mandati presidenziali e un quarto negatogli da Costituzione e da un referendum da lui imposto, viene eletto Luis Arce, validissimo ministro dell’economia di Morales, responsabile della riappropriazione delle risorse del paese, a partire dal litio. Dopo un paio di golpe tentati dalla destra filo-yankee, alle elezioni del 2025 vince al ballottaggio il democristiano Rodrigo Paz, prevalendo di misura su un altro candidato di destra. Incredibile autodafè di Evo che, spaccata in due la sinistra attraverso il boicottaggio di Arce, agevola la vittoria della destra invitando il suo seguito a non votare al ballottaggio. Strada spianata alla restaurazione.

Perù. Nel 2021 è eletto presidente Padro Castillo, indigeno, insegnante e sindacalista, di netto orientamento antimperialista. Nel dicembre del 2022 è rovesciato da un golpe parlamentare, reso possibile da una maggioranza di destra. Viene nominata Dina Boluarte, presidente dell’Assemblea, su “consiglio” di Laura Richardson, generale a capo del Comando Sud statunitense. Castillo finisce in carcere. La Boluarte, incapace di domare le rivolte popolari che si susseguono, viene sostituita nel 2025 da un protetto di Trump, Josè Jeri, coltivato da quel fujimorismo che caratterizzò la sanguinaria dittatura di Alberto Fujimori nel decennio ’90-2000.

Argentina e Cile. Più note sono le vicende di altri due paesi, tra i più importanti del Sudamerica. Dopo la catastrofe argentina del 2023, con “l’anarcocapitalista” Javier Milei, fan di Netaniahu, quello della motosega adoperata per ridurre al lumicino lo Stato, torna in Cile il pinochettismo. Per merito anche del presidente sconfitto, Gabriel Boric, presunto di sinistra, ma deludente e ligio ai poteri forti nazionali ed esteri, vince il destrissimo, Josè Antonio Kast. Il neopresidente, dichiaratosi seguace di Pinochet, è figlio di un immigrato tedesco dai trascorsi hitleriani, cresciuto nella cosiddetta “Colonia Dignidad”, insediamento di gerarchi nazisti scampati alla fine del Reich, nascosto nella precordigliera di Parral.

Rebus Venezuela

Difficile orientarsi e dire cose definitive sul Venezuela dopo il 3 gennaio, il trauma dell’assedio, del sequestro del presidente Nicolàs Maduro e di sua moglie Cilia Flores (arresto, secondo i cultori del diritto internazionale alla Trump), dei bombardamenti, della strage di un centinaio di difensori, cubani e venezuelani e alla vista del veloce susseguirsi di eventi, decisioni, interpretazioni divergenti. Qui si dividono garanti della coerenza chavista, interpreti problematici delle nuove misure economiche che si differenziano dall’impostazione di Ugo Chavez, assertori di un cedimento della direzione politica in contrasto con la mobilitazione popolare che, senza posa, esige continuità bolivariana, la liberazione del presidente e il suo ritorno a Palazzo Miraflores.

Sono stato testimone sul campo del primo golpe contro la rivoluzione chavista, nel 2002, e dell’immediata risposta di massa, seppure in una rivoluzione ancora giovanissima e non ancora articolata in tutti i settori, che ha imposto il ritorno del presidente Chavez al suo posto nel giro di 48 ore. Anche ora, è da quel 3 gennaio e dall’inizio della presidenza ad interim di Delcy Rodriguez, con il sostegno di coloro che sono ritenuti gli irriducibili sostenitori della rivoluzione chavista, i ministri degli Interni e della Difesa, Cabello e Padrino Lopez, il popolo si è mobilitato. Non passa giorno che Caracas e altre città non siano percorse da manifestazioni per la restituzione di Maduro e la difesa della linea politica bolivariana.

Lotta di popolo

A questa contestazione dei tentativi di imporre a due paesi del Cono Sud, Venezuela e Colombia, un radicale cambio di rotta nei termini dettati da Washington, si è aggiunta in questi giorni l’iniziativa di un vasto movimento sociale binazionale per una strategia comune di “offensiva antimperialista per la pace e la sovranità”. Ne fanno parte settori popolari colombiani, sostenitori della nuova direzione anti-yankee inaugurata dal presidente Gustavo Petro dopo decenni di una Colombia definita “l’Israele dell’America Latina”.

Il 6 febbraio queste organizzazioni colombiane si sono riunite a Cucuta con le espressioni del Poder Popular venezuelano per un “Incontro binazionale di Fratellanza in Difesa della Pace e della Sovranità”. Il giorno successivo hanno manifestato la loro unità nella lotta contro i tentativi di restaurazione imperialista nella località simbolica del Puente Internacional Simòn Bolivar, dal quale in tempi non lontani entravano in Venezuela infiltrati e provocatori.

Non ci dovrebbero essere dubbi sull’impegno di vasti settori popolari venezuelani nella difesa dei risultati politici, sociali, economici, ottenuti con la rivoluzione di Chavez. Risultati mantenuti, seppure a fatica, sotto Maduro, a dispetto dei ripetuti tentativi di golpe e destabilizzazione e dei sempre più feroci strumenti USA di sabotaggio e strangolamento. Le sanzioni, quasi trentennali, divenute ancora più spietate col regime Trump (allargandosi a “secondarie”, nei confronti di chi tratta con Caracas), hanno determinato inflazione, abbassamento degli standard generali di vita e, ovviamente, ogni possibile ostacolo all’operatività dello strumento di sussistenza del paese, il petrolio. Crisi alla quale si è reagito con misure che hanno saputo salvaguardare le più decisive conquiste dello chavismo.

Laddove l’insistenza delle escursioni propagandistiche trumpiane sulla restituzione agli USA del petrolio “sottratto”, assomiglia vagamente a quello che in artiglieria chiamano “falso scopo”, è manifesta la riluttanza delle compagnie petrolifere statunitensi a occuparsi degli idrocarburi venezuelani. Il graduale esaurimento dello shale oil, il petrolio da scisti nordamericano, glielo potrebbe imporre – ma ostano la difficoltà di estrazione, le infrastrutture invecchiate, la pesantezza del greggio.

Come nel caso di tutte le aggressività imperiali, che con Trump stanno conoscendo un, peraltro erratico, crescendo, la questione è ideologica, quindi economica, quindi sociale. Il Venezuela, per quanto in crisi, continua, al pari di Cuba, Nicaragua, Messico (Claudia Sheinbaum ha smentito la notizia attribuitale della sospensione delle forniture di petrolio a Cuba e ha annunciato un ponte aereo di aiuti), ora la Colombia, a rappresentare un fattore di contagio nei confronti dei popoli del Sudamerica e dei Caraibi (e non solo). La lezione impartita all’imperialismo autocratico e rapinatore nei decenni tra la seconda metà del secolo scorso e l’inizio del 2000, in particolare l’ALBA, coalizione che ha rappresentato la grande ondata di governi e popoli innescata dal chavismo, hanno lasciato il segno e approfondito preoccupazioni, cui ora le forze attorno a Trump vorrebbero porre rimedio.

Importanti cambi e Maduro approva

Al gruppo dirigente guidato dai fratelli Delcy e Jorge Rodriguez è intanto pervenuta l’approvazione del presidente incarcerato a New York. Esprimendo tutta la sua fiducia, Maduro ha detto: “Voi state facendo esattamente ciò che dovete fare, state compiendo i passi corretti. La nostra serenità qui è fondata sull’unita del popolo con l’Alto Comando e la mia squadra, che è la squadra della patria”.

A Delcy, Capo dello Stato a interim e ai suoi collaboratori, il presidente esprime anche il consenso alla Legge dell’Amnistia in base alla quale sono stati liberati quasi un migliaio di prigionieri, politici e non, alcuni detenuti fin dal 1999. A coloro che si sono posti la domanda se fosse comprensibile liberare persone già accusate dei peggiori crimini contro la legge e contro lo Stato, a partire da golpisti come Capriles, Gonzàles, o Guanipa e se la loro liberazione oggi non significasse che la detenzione non era sempre giustificata, Maduro risponde: “Questo provvedimento non è solo di beneficio a chi ha commesso atti violenti, ma riveste un’importanza strategica per il processo di riconciliazione”

Riconciliazione pare essere la parola chiave per la lettura delle altre misure di cambiamento adottate dal governo e che hanno suscitato interrogativi. Qualcuno ha rilevato che dalla “democrazia partecipativa e protagonista”, sancita dalla costituzione del 1999, si sarebbe tornati alla classica democrazia rappresentativa, “seguendo gli orientamenti di Washington”, come sottolineato a una conferenza stampa dell’opposizione.

Altro provvedimento di grande portata strategica è la nuova Legge sugli Idrocarburi che apre all’ingresso di imprese e capitali privati, anche stranieri (leggi USA), con licenza di controllo su tutte le fasi del processo industriale: investimenti, ricavi, estrazione, infrastrutture, commercializzazione, esportazione. Una petroliera con un primo carico ha potuto lasciare un porto venezuelano, sebbene il blocco USA non fosse ancora formalmente levato. Parallelamente, Washington ha sospeso le restrizioni ai voli da e verso il paese.

Qui non si può non constatare una svolta netta rispetto sia alla prima nazionalizzazione delle risorse petrolifere, nel 1976 e sia a quella di Chavez, del 2006, che assegnò allo Stato e all’azienda nazionale PDVSA l’integrale sfruttamento delle risorse petrolifere, rendendo possibile uno stato di benessere sociale senza precedenti. Prosperità in anni successivi minato dal calo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni rafforzate sotto Maduro, in coincidenza col primo mandato di Trump. Volendo parlare di sovranità, in questo caso economica, e di autodeterminazione, qualche domanda si pone.

Altre misure inedite e in apparente divergenza con il passato rivestono importanza minore, o sono di più ardua interpretazione. Il ministro della Difesa, Padrino Lopez, ha annunciato una revisione profonda dei processi di gestione del personale delle FANB (Forze armate) e della struttura di comando (sanzioni, carriera, anzianità, riconoscimenti), dando maggiore rilievo agli armamenti e ai sistemi tecnologici, quelli neutralizzati da armi sconosciute nell’aggressione del 3 gennaio.

In parallelo, Delcy Rodriguez, nell’occasione del congresso del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela), ha lanciato un’inchiesta nazionale tra i lavoratori per raccoglierne le opinioni e la valutazione sulle condizioni di lavoro, con in vista la creazione di una Costituente del Lavoro che consenta l’ottimizzazione delle condizioni, la garanzia di un salario adeguato e il rafforzamento della sicurezza sociale. Misura che sembra comportare un qualcosa di rilevante da correggere.

Sono provvedimenti che sono indirizzati anche a sanare le ferite inflitte dall’aggressione trumpiana, il cui dolore risulta già efficacemente elaborato dalla mobilitazione di massa, ma anche a salvaguardare una situazione difficilissima, sotto occhiuto controllo USA, con letteralmente una pistola puntata alla tempia. Pistola che assume la fisionomia di Laura Dogu, appena nominata da Trump ambasciatrice a Caracas. Una scelta “oculata”. La Dogu è quell’arnese del Dipartimento di Stato, specializzato in destabilizzazioni e che ha già operato efficacemente in Honduras e Nicaragua al tempo dei golpe realizzati o tentati.

Un americano a Caracas

Non solo questa collaudata golpista. A Palazzo Miraflores è stato accolto anche Chris Wright, Ministro USA dell’Energia, che con Delcy e i suoi collaboratori ha elaborato quelle che sono state descritte come le tre fasi indicate da Washington: stabilizzazione, recupero e riconciliazione, transizione. Fasi che dovrebbero concretizzare l’auspicio di Trump “per la prosperità e la sicurezza del Venezuela”. Il ministro statunitense ha poi visitato, con funzionari della PDVSA, vari giacimenti petroliferi del paese. Si vedrà presto cosa comporta quella che figura come “un’agenda costruttiva e benefica per entrambe le nazioni”.

Corollario di questi sviluppi potrebbero essere considerate “le pratiche sleali” cui, secondo l’ambasciatore russo, Serghei Melik-Bagdasarov, gli USA stanno ricorrendo “utilizzando sanzioni e limitazioni economico-finanziarie per espellere dal Venezuele le imprese russe e internazionali”

Con l’appena istituita Commissione di Pace e Riconciliazione si vorrebbero inglobare nella conduzione della nazione quei settori dell’opposizione politica che ci si augura siano disposti alla partecipazione democratica e a una difesa di sovranità e autodeterminazione. Una comunità d’intenti basilare che possa costituire un baluardo rispetto a ulteriori intenzioni aggressive del guardiano a stelle e strisce. Si tratta del ceto medio urbano, borghesia fortemente conservatrice e tendente al golpismo che, alle ultime elezioni, ha registrato un dato significativo per la valutazione del governo Maduro: un considerevole 43,18%, contro il 51,95% che ha confermato il presidente.

Draghi: One Europe, one market

Il nostro giro del mondo in 6 cartelle si conclude con “l’eurofederalismo delle imprese” su cui la celebrata, o famigerata, agenda Draghi batte, almeno pubblicamente, da 34 anni, giugno 1992. Allora, potentissimo direttore del Tesoro, con un retroterra Goldman Sachs, sul “Britannia” panfilo reale con la creme de la creme mondiale, predicò il vangelo della privatizzazione di tutto il privatizzabile a un florilegio di magnati della finanza mondiale. Tutti più o meno o Trilateral, o Bilderberg, o Davos. Oggi ambirebbero al Board of Peace di Gaza.

Vangelo le cui pagine vennero poi sfogliate e trasformate in potere costituente da, bene o male, tutti i successivi premier della nostra repubblica, con protagonista assoluto Romano Prodi, l’uomo-ulivo dall’immotivato merito della distruzione dell’IRI, con discendenti minori quali Monti, Draghi, Letta, Gentiloni. Sono seguiti i vari incoronamenti del magister privatizatiorum: da presidente della Banca Centrale Europea, poi presidente del Consiglio in Italia e, dopo l’inciampo del mancato Quirinale, in buona prospettiva presidente della Commissione Europea (se non del Consiglio).

Tutto all’insegna della deregulation – eufemizzata in “semplificazione” - a fini di oligarchia dei ricchi e di uscita di scena del pubblico, in quanto popolo. Anzi, popolino. Il lubrificante del rullo compressore è una legge apriti-Sesamo. Si chiama “silenzio-assenso”. E l’hanno usata in via sperimentale tutti i malfattori della nostra burocrazia nazionale, regionale, comunale, parrocchiale, liberati dall’odioso guinzaglio dell’abuso d’ufficio.

Se pensavate che un lobbista delle armi – poi ministro delle armi, o il dispositivo dell’antemarcia Salvini per la liberalizzazione deregolata degli appalti, che ci stanno offrendo il primato europeo della corruzione, integrata da quello dei morti sul lavoro, fosse un punto d’arrivo nell’aberrazione del reddito su tutto, avete sottovalutato i famosi istinti animali. Istinti ormai cannibaleschi della casta pietrificatasi al potere e che ora definisce questa nuova UE “28° regime”. E’ la modalità di gestione interamente digitale delle imprese europee, fiscale, giuridica, retributiva, delle condizioni di lavoro, nella quale le legislazioni nazionali sono state fatte passare per il trituratore.

Basta barriere al reddito

Libera competitività tra privati è la parola d’ordine. Un free for all, purchè si tratti di incondizionata libera impresa. Libera da “limiti strutturali e burocratici”, lacci e lacciuoli normativi sul piano dei rapporti di lavoro, della sicurezza dei prodotti, alimentari e non, della protezione ambientale, in un mercato unico pienamente integrato e che assume dimensioni e dignità cosmiche. “Vogliamo tagliare i vincoli che ancora ci trattengono”, ha minacciato von der Leyen. Meno oneri, più libertà, più produzione. Amministrazioni e interessi privati perfettamente integrati. Noi italiani possiamo vantarci di avere dettato la linea con Mario Draghi ed Enrico letta e con i loro rapporti presentati alla Commissione nel 2024.

Tutta questa trasformazione epocale rispetto all’illusione politico-mercantista di Maastricht verrà tradotta in decisioni ufficiali al Consiglio d’Europa del prossimo mese. Con conseguenti minori costi per le aziende, tempi più rapidi di espansione e inevitabile riduzione delle competenze nazionali.

Il taumaturgo Draghi ha chiamato questo libero e incondizionato formicolare di mercanti in libera uscita, pomposamente, “sfida esistenziale”. L’esistenza è quella di chi vorrebbe competere alla pari con gli “altri grandi attori globali”. Non la nostra che, oltre a tutto ce la dobbiamo vedere con un establishment post-piduista che nuota nella corruzione supportata dall’amichettismo (leggi: cameratismo). Ora grazie all’Europa mercatizzata, praticherà anche l’esplorazione subacquea dei fondali. Dove già si sono portati avanti col lavoro i nostri banchieri. In cambio di quattro spiccioli di tasse, per altro molto sofferti, nel 2025 hanno registrato l’ennesimo anno-record dei profitti, il 16,2% in più rispetto all’anno prima per un totale di 50 miliardi. L’85% di questi a chi va? Al paese dal quale viene? Sì, quello rappresentato dagli azionisti. Si chiamano dividendi. La divisione è quella tra chi sta in vetta e chi in palude.

Chi pagherà qualcosa per questo, se non tutto? Ma il lavoro, no? Ce lo dice Isabel Schnabel (BCE) commentando il “28°regime”: “Un dipendente negli USA lavora 40 giorni in più all’anno. Se gli europei lavorassero tante ore così… il PIL reale dell’area Euro sarebbe più alto del 21%.  Capito, mi hai?

Bentornato Roberto

Di ritorno da TOkio e dallo sposalizio ideologico con la signora Sanae Takaichi, coniugata Yamamoto, neo premier giapponese, Giorgia Meloni non vedeva l’ora. Appena messo piede a terra a ROma, accolta e festeggiata da un plotone di camicie nere, s’è re-involata ad annunciare la lieta novella a BErlino, al Kamerad Friedrich Merz, che l’ha accolta in mezzo, a sua volta, a un nugolo festante di camicie, stavolta brune: “Daje, Fritz – ha annunciato Giorgia all’emozionatissimo virgulto Blackrock - avemo n’altra vota l’Asse: RO-BER-TO.

E noi che ci chiedevamo a cosa servissero tutti questi pacchetti Sicurezza, da noi, e il più forte esercito d’Europa, in Germania…..

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

 

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