Il referendum sulla giustizia I pregiudizi sull'operato della Magistratura, la prevenzione dei reati e le effettive tutele
di Giuseppe Giannini
Il prossimo referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo è in realtà un referendum sulla Magistratura. Sull'operato dei singoli magistrati e giudici è possibile fare valutazioni e critiche, ma è necessario non farne una questione ideologica. Assurti al ruolo di salvatori della patria, all'indomani di quella stagione che ha resettato gran parte dei protagonisti della cd. Prima Repubblica, il fenomeno Tangentopoli (invero in tanti politici si sono riciclati altrove e così il consenso-clientelismo di milioni di italiani) ha creato la figura dell'eroe al servizio dello Stato (soprattutto dopo le quasi contemporanee stragi mafiose). Il protagonismo mediatico e la scelta di candidarsi nei partiti, in taluni casi, ne hanno minato la credibilità. Da circa trent'anni, dalla discesa in campo di Berlusconi, è in atto una guerra con una parte della politica, che più che frenarne gli eccessi se ne è servita. Pensiamo alla politicizzazione di alcune procure, che qualsiasi sia il governo non cambiano il loro modus operandi nel combattere il dissenso sociale, travestendolo spesso, ed esagerando nelle misure cautelari e detentive, come fenomeno eversivo.
E' il caso della criminalizzazione ad esempio di chi lotta per difendere i territori dalle grandi opere inutili. Invece, la classe al potere (il mondo politico-imprenditoriale) mira a preservare se stessa da eventuali indagini. Non bastano le immunità come garanzia per i nostri rappresentanti, che pretendono di più, al tal punto che esse sono diventate sinonimo di impunità. In questi decenni si sono susseguite riforme che, piuttosto che agevolare l'amministrazione della giustizia, anche in considerazione del trentennale taglio della spesa pubblica, del ridimensionamento del personale, della soppressione dei tribunali, hanno pregiudicato la ragionevole durata dei processi (art. 111 Cost.). Insomma, sarebbero tanti gli aspetti da considerare, tuttavia, l'ostilità pregiudiziale all'azione dei magistrati proviene da lontano. E' figlia di chi attacca lo Stato o se ne serve per benefici personali. Di chi mal digerisce la coabitazione democratica con gli altri poteri. Legislativo, esecutivo e giudiziario, la tripartizione a garanzia di quello Stato di diritto, inviso a quanti che, dalla stagione delle stragi ai tentativi di golpe, fino al programma della P2 (la separazione delle carriere, la riduzione del numero dei parlamentari) fatto proprio da una certa casta, oggi vuole insidiare le istituzioni, magari convertendole in regime militare come avviene nelle peggiori dittature. C'è da dire che negli ultimi anni in tanti governi dei Paesi occidentali è in atto una prassi che tra pseudo riforme e provvedimenti vari cerca di legare le mani ai giudici, con ingerenze, controlli, sottoposizione al volere dell'esecutivo.
In definitiva è quanto attiene alla materia di questo referendum. Uno scontro tra poteri ma che proviene da una sola parte, gli eredi del Gelli-berlusconismo, per i quali le illegalità ed i malcostumi diventano un vanto, mascherandosi dietro la garanzia del rafforzamento del diritto di difesa dalle inchieste giudiziarie. Ciò non vale per il cittadino semplice per il quale la legge appare sempre meno uguale. Se poi ci troviamo in queste condizioni è anche perchè vi è stata una certa complicità dell'opposizione politica al perdurare del berlusconismo, inteso come fenomeno di degenerazione antropologica e sdoganamento delle illiceità, che invece di presentarsi come autenticamente alternativa ha abdicato al suo ruolo rimettendosi nelle mani della Magistratura, con la speranza che quest'ultima potesse depurare l'indole corruttiva intrinseca all'italiano medio, che ambisce al potere senza se e senza ma.
Quando la legalità coincide con il giustizialismo. Lo scopo di quanti avversano la riforma è quello di ricostituire la questione morale della politica come della giustizia. La speranza è che il referendum rafforzi la tenuta democratica delle istituzioni e che vi sia il massimo coinvolgimento partecipativo della popolazione. In considerazione di quanto avvenuto con gli ultimi – il referendum perso sul lavoro e la cittadinanza – e del rispetto degli esiti – il referendum sull'acqua pubblica – non c'è da stare allegri. Il potere politico è allergico alle pronunce del potere giudiziario, tranne i casi in cui le sentenze sono favorevoli. Tanto che ad esprimersi siano gli organi della giustizia internazionale, vedi il caso al-Masri, la deportazione dei migranti in Albania, i mandati di cattura internazionale per Netanyahu e i suoi sodali, le raccomandazioni per prevenire e porre fine al genocidio in Palestina, quanto che a pronunciarsi siano gli organi giurisdizionali interni come nel caso dei procedimenti riguardanti membri del governo quali Salvini, Santanchè & co., o la giustizia contabile per quanto concerne il rispetto delle procedure relative al Ponte sullo Stretto di Messina, ecco che, puntualmente, insieme a possibili ipotetiche riforme ritorna l'epiteto di toga rossa. Ora, gli errori giudiziari capitano, e toccano, principalmente, i comuni cittadini, per cui voler far passare l'idea dei politici come perseguitati dalla giustizia, nonostante le immunità (art. 68 Cost.) e la complessità dei procedimenti a loro carico, si pensi all'autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza e la competenza del Tribunale dei Ministri, mi pare una forzatura.
Quante ne abbiamo viste in questi anni: lodi, prescrizioni, addirittura chi afferma di aver agito per difendere i confini nazionali mentre teneva sequestrate persone già provate da un lungo viaggio in mare. Fino ad inventarsi tutele per gli esecutori di atti amministrativi, come l'abolizione del reato di abuso di ufficio con la scusa di combattere la paura della firma di sindaci e funzionari timorosi di imbattersi in implicite responsabilità penali (solo onori e niente oneri?). Altro che lotta alla burocrazia per snellire le procedure (gli affidamenti, gli appalti e, in mancanza di controlli preventivi, anche le tangenti). Venendo al referendum, l'argomentazione classica di chi vuole cambiare è che, separando le carriere di magistrati e giudici, vi siano maggiori garanzie di indipendenza nei processi. Ad oggi i magistrati si distinguono per funzioni (art. 107 Cost.): c'è chi rappresenta l'accusa (funzione requirente del pubblico ministero) e chi giudica (funzione giudicante) in maniera terza ed imparziale rispetto alle parti in causa, garantendo l'esercizio del diritto di difesa agli avvocati. I passaggi di carriera (da pm a giudice o viceversa) sono una componente essenziale per accrescere la cultura giuridica degli operatori e, tuttavia, rappresentano solo il 0,5% dei casi. Avvengono non all'interno dello stesso processo come si vuol far credere ma al di fuori del distretto o della regione. Per cui è impossibile che chi ha rappresentato l'accusa in un processo poi sia chiamato a pronunciarsi sulla stessa come giudice. Con la riforma Cartabia del 2023 il passaggio è consentito una sola volta e vi sono criteri rigorosi e la supervisione del CSM.
Ricordiamo che il Consiglio Superiore della Magistratura è l'organo che adotta i provvedimenti relativi alla carriera dei magistrati (assunzioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari), ed è composto da ventisette membri tra cui otto membri laici eletti dal Parlamento e scelti tra i professori universitari in materie giuridiche o avvocati con quindici anni di esperienza. Un principio quello della indipendenza che già vede i magistrati soggetti soltanto alla legge (art. 101 Cost.). Il che vuol dire che debbono applicarla una volta in vigore, così come pensata da quella stessa classe politica, che vorrebbe esserne esente, minando in tal modo anche il principio di parità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge. Lo scopo della riforma è quello di ridimensionare la Magistratura, non per combattere il correntismo presente nella ANM e le facilitazioni di carriera, ma per sottoporla al controllo dell'esecutivo. In tal modo, sdoppiando il Consiglio (uno per i giudici e l'altro per i magistrati), introducendo l'Alta Corte disciplinare (sostitutiva della materia prima di competenza del CSM) per giudicare i magistrati il rischio è che il governo detti le priorità, quali reati perseguire maggiormente e quali tralasciare. Verrebbe meno l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in base alla quale il pubblico ministero deve attivarsi ogni qualvolta riceve una notizia di reato. Secondo la nuova formula i magistrati dovrebbero esercitare l'azione solo per i reati più gravi, evitando le cause inutili per "futili motivi". In base a quale criteri stabilire cosa è degno di essere perseguito? E se le indagini o il materiale probatorio in corso di acquisizione riguarda un membro dell'esecutivo od un amministratore che possano commettere un abuso nell'esercizio delle loro incombenze? Semmai la depenalizzazione dovrebbe trovare applicazione per i reati, questi si minori, commessi dai cittadini (pensiamo alle manifestazioni di protesta, alle occupazioni). In base alla riforma l'Alta Corte dovrebbe essere composta da quindici giudici di cui dodici estratti a sorte tra magistrati con vent'anni di servizio, di cui tre da un elenco compilato dal Parlamento tra cui scegliere professori di materie giuridiche o avvocati con vent'anni di esercizio.
L'autogoverno dei magistrati sarà minato dal venir meno delle elezioni dei suoi componenti al cui posto è stato pensato il sorteggio. Cosa penserebbero tutti gli altri poteri od ordini professionali se sulle loro vicende interne (in questo caso la responsabilità) fosse chiamato ad intervenire, sostituendo l'organo deputato, un altro potere? Una accresciuta ingerenza, che ha l'obiettivo di controllare i cittadini dissenzienti con i Decreti Sicurezza e l'operato dei giudici sottoponendoli alla "vigilanza" dell'esecutivo. Se la maggioranza dei membri della magistratura, degli avvocati penalisti (l'Unione Camere Penali che rappresenta il 10% dei penalisti è invece per il SI) e dei docenti di diritto processuale sono critici su tale progetto un motivo ci sarà. Dalla maggioranza di governo è venuto fuori l'intento di controllare le sentenze dei giudici, strumento che potrebbe giovare anche ai futuri governi così come dichiarato dall'ex magistrato inquisitore ed ora Guardasigilli Nordio.
Colpire i sudditi, soprattutto se politicizzati, e lasciare indenne la classe del privilegio, con politici e settori dell'apparato amministrativo-imprenditoriale che potranno continuare a spartirsi i benefici degli affari (truccati). I magistrati, invece, dovrebbero, ogni qualvolta se ne ravvisono i presupposti, poter indagare su chiunque, compresa la classe politica. Compito dei nostri padri costituenti è stato proprio quello di lasciarci un sistema basato sui contrappesi, onde evitare che le forze al governo accentrassero su di se i poteri. E' il presupposto basilare delle democrazie e dello Stato di diritto. Evidentemente, qualcuno aspira ad altro.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/


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