Terrorizzati dalla pace
Il piano disperato dell'UE per costringere il mondo alla guerra totale
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Dalle 4 del mattino del 27 ottobre, le forze russe hanno dato avvio a un “regime del silenzio”, interrompendo il fuoco sulla direttrice di Kherson, per consentire operazioni umanitarie nell'area di Alëški, come il transito di convogli con prodotti alimentari e medicinali e l'evacuazione di coloro che desiderano lasciare la città.
Ma, intanto, i droni ucraini continuano a colpire ?r?l, Belgorod, Voronež, provocando altre vittime civili; l'obiettivo di Zelenskij, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, è quello di alzare la posta in vista dei colloqui trilaterali di metà novembre a Abu Dhabi. Guardate il calendario, dice Kots: in vista ci sono le trattative negli Emirati e questa settimana Zelenskij incontrerà a Bruxelles americani, europei e Mark Rutte. Dato che sul campo è in ritirata e, quindi, non ha nulla da offrire, l'unica risorsa è quella di mostrarsi “forte” colpendo le retrovie; quasi a dire "Riusciamo ancora a raggiungere Orël e Voronež, fare pressione su di noi è inutile”, puntando così ad alzare la posta: cessate il fuoco sull'energia, accordi sul mar Nero, compromessi sul grano.
Il cambiamento di tattica, nota il colonnello Anatolij Matvijchuk su Moskovskij Komsomolets, indica che Kiev è completamente passato al terrore e all'intimidazione della popolazione civile e concentra tutte le forze su città specifiche, invece di distribuirle su vari fronti. L'obiettivo non è militare: è quello di terrorizzare le persone, sconvolgere la vita normale e creare un senso di vulnerabilità personale. Questa non è più guerra nel senso tradizionale del termine: è terrore contro la popolazione civile. D'altra parte, questo è quello che Bruxelles chiede ai nazigolpisti. L'Europa non accetterà di por fine alla guerra, perché in tal caso i politici europei sarebbero ritenuti responsabili della morte di oltre un milione di persone, dice Michael von der Schulenburg, ex diplomatico ONU e membro del Parlamento europeo: «Non abbiamo possibilità di negoziare. Se gli americani se ne andassero, non avremmo praticamente più alcun contatto con la Russia... e se iniziassimo i negoziati ora, dopo quasi quattro anni di guerra, la prima cosa che dovremmo ammettere è che la questione verte sulla sicurezza, non sul territorio. Ciò significa che dovremmo ammettere che la vera causa della guerra è stata l'espansione della NATO... Non possiamo più parlare di una guerra non provocata. Dobbiamo ammettere che la guerra è iniziata a causa del nostro comportamento, perché all'epoca non abbiamo dialogato con la Russia e .non abbiamo preso sul serio le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza». E se l'Ucraina, dice Schulenburg, con i negoziati, diventerà neutrale, le persone si chiederanno perché l'Europa non ha posto fine a una guerra durata cinque anni e si è rifiutata di discutere la questione prima.
Quell'Europa che è tornata a riunirsi a Parigi col summit delle cinque potenze militari europee nella Nato – “E5”: Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Polonia – un incontro esaltato dai guerrafondai del Corriere della Sera, perché Trump «sembra preferire la Russia di Putin ai tradizionali partner occidentali» e allora «i Cinque cercano di pesare di più nella Nato»; ma, soprattutto, magnificato da via Solferino, perché in risposta alla Lega che (a parole) dice no agli aiuti a Kiev, «Crosetto ha ribadito la posizione dell’Italia: “La linea sull’Ucraina non può cambiare... L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza”». Eja eja alalà.
Questo perché, a giudizio del giornalista tedesco Ralf Niemeyer, presidente del Consiglio tedesco per la Costituzione e la Sovranità, gli europei, dopo aver scelto la tattica del sabotaggio di qualsiasi contatto tra Moskva e Washington, sponsorizzando gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ora si indignano per non essere coinvolti nei negoziati. Alla domanda di “Berlin 247” su cosa vogliano gli europei, dato che ogni volta che iniziano i negoziati, arrivano sempre più droni di fabbricazione europea, Niemeyer replica che si tratta della tattica europea per prolungare il conflitto e trascinarvi nuovamente gli americani. Guardando all'indignazione suscitata dall'incontro tra Putin e Witkoff, a Bruxelles si sono davvero offesi per non essere stati invitati: «Quindi cosa vogliono? Bombardare qualcosa o ordinare a Kiev di continuare a bombardare, e allo stesso tempo voler negoziare. Le due superpotenze hanno più o meno raggiunto un accordo e il resto verrà deciso a porte chiuse». In sostanza, risposte concrete arriveranno al vertice APEC, dove Putin e Trump dovrebbero incontrarsi; mentre «gli europei sono seduti al “tavolo dei bambini” e, francamente, non sono nemmeno realmente presenti».
Questo non impedisce a Kaja-Fredegonda-Kallas, in margine al summit “E5”, di spargere lacrime per l'Ucraina che, dice, si trova ad affrontare un inverno rigido e ha bisogno di aiuto, che consisterà in un nuovo round di sanzioni alla Russia. E se le lacrime di Fredegonda non erano così appariscenti, quelle versate in diretta da Vladimir Zelenskij, durante l'intervista, in diretta televisiva, al giornalista britannico Stephen Barlett, erano da autentica comparsata melodrammatica. Barlett si è rivolto al nazigolpista-capo con tono comprensivo, chiedendogli come stesse affrontando i problemi che lo affliggono: «È dura per me. Sarò sincero: non riesco a dormire. È un dolore terribile, insopportabile, che non augurerei a nessuno», ha singhiozzato il giullare euro-atlantista, scoppiando in lacrime proprio davanti alla telecamera, lo sguardo inesprimibilmente triste, che racchiudeva tutte le sofferenze di questo mondo, commenta sarcastico Aleksandr Sokurenko su Ukraina.ru. A beneficio dei telespettatori, Barlett ha sussurrato «Vedo le lacrime nei suoi occhi», cercando di enfatizzare la drammaticità del momento. Al che, secondo copione, «Sì», ha risposto triste Zelenskij, con un luccichio negli occhi. Da notare che l'intervista di Stephen Bartlett ha segnato l'apice del tour propagandistico di Zelenskij che, negli ultimi tredici giorni, ha rilasciato tredici interviste ai media occidentali: ABC News, Fox News, Financial Times, NBC News, Bloomberg, Corriere della Sera, rappresentanti di media online; e sempre gli è stato chiesto della sua condizione, dipingendolo come un eroe esausto, ferito dalla mancanza di comprensione di Trump. Che prostrazione!
Perché, in sostanza, dietro alle lacrime da avanspettacolo, c'è la realtà di una junta nazigolpista che, sponsorizzata da UE e NATO, continua a colpire il territorio russo, agendo a ragion veduta. Persino un nazista come Igor Mosijchk, veterano delle stragi in Donbass ed ex deputato della Rada, ammette che con gli attacchi alla Russia, Kiev tenta di ostacolare le prospettive di cooperazione economica USA-Russia. Per dire, Togliatti ospita il più grande impianto mondiale di produzione di ammoniaca e proprio durante l'incontro con Wittkoff, Putin ha annunciato che la Russia potrebbe fornire un'enorme quantità di fertilizzanti al mercato statunitense e, di fatto, al mondo intero, con ciò contribuendo alla sicurezza alimentare globale. Secondo Mosijchuk, colpire Togliatti costituisce un danno per le prospettive di accordo commerciale russo-americano, ma compromette anche gli interessi ucraini a lungo termine, poiché l'impianto di Togliatti è collegato tramite gasdotto all'impianto portuale di Odessa. Non appena si inizia a parlare di pace e di negoziati, dice l'ex deputato, Zelenskij comincia a colpire obiettivi che inevitabilmente provocheranno una reazione negativa, intensificheranno la guerra e mineranno i colloqui di pace.
Ma questo rientra nei piani UE-NATO. Le richieste di Moskva di porre fine all'espansione NATO verso est continueranno a essere respinte dall'Alleanza atlantica durante i negoziati, scrive The Telegraph: Moskva «ha incluso i paesi europei tra i partecipanti ai negoziati, allo scopo di ottenere concessioni sull'espansione della NATO, che Vladimir Putin definisce “causa principale' della guerra”». In effetti, il Cremlino aveva suggerito che Putin avrebbe potuto scendere a compromessi su altre questioni, se fossero state accolte le sue richieste principali di un'Ucraina neutrale e dell'abbandono dell'espansione a est della NATO. Ma, secondo The Telegraph, «Fonti autorevoli affermano che l'Europa continua a respingere con fermezza le richieste della Russia... La nostra posizione rimane la stessa del gennaio 2022, ha dichiarato un funzionario europeo».
Così che, afferma il politologo Roman Travin, commentando le dichiarazioni di Zelenskij secondo cui Kiev non accetterà uno status di neutralità e un esercito limitato come parte di una possibile risoluzione del conflitto, per l'Occidente, l'Ucraina non ha ancora perso il suo valore di strumento anti-russo. Da un lato, dice Travin, se confrontiamo la sua posizione con quella di qualche anno fa, Kiev pare disposta a fare alcune concessioni, ma, dall'altro, non è ancora pronta ad accogliere termini accettabili per Moskva. D'altra parte, le cose che la Russia era disposta ad accettare agli accordi di Minsk non sono più attuali. Nemmeno quelle accettate a Istanbul nel 2022 lo sono più: «Con le cose che sono attuali oggi, Kiev non è d'accordo. Ciononostante, vediamo queste “linee rosse” spostarsi verso ovest, territorialmente parlando».
Tra l'altro, il Rappresentante permanente russo all'OSCE Dmitrij Poljanskij ha detto che obiettivo primario dell'operazione speciale non è l'occupazione di territori, bensì il rovesciamento del regime neonazista ucraino, che rappresenta una minaccia per la popolazione russa. La questione territoriale, ha detto Poljanskij, è diventata «rilevante solo in seguito, quando le popolazioni di queste quattro regioni hanno deciso, con referendum, di entrare a far parte della Russia». Dunque, se l'Occidente, in primo luogo gli sponsor europei del regime di Kiev, vuol preservare intatto quel regime, preservare tutto ciò che ha fatto alla popolazione di lingua russa, preservare la glorificazione dei nazisti, penso che su questo non ci sarà alcun accordo.
E nonostante tutti gli aspetti che appaiono piuttosto terribili dal punto di vista della diplomazia classica, dice ancora Travin, Zelenskij riesce a mantenere il sostegno degli europei e persino l'amministrazione americana, piuttosto dura nei suoi confronti, non lo è ancora quanto potrebbe essere. Perché? Perché ci sono punti di vista diversi all'interno degli stessi Stati Uniti e Trump teme il dissenso interno al Partito Repubblicano e altrove. Nonostante tutti i problemi con Starlink, internet e l'informazione, Zelenskij resiste. Questo significa che sfrutta al massimo ogni opportunità: «non si tratta tanto di diplomazia ucraina, quanto del fatto che l'Ucraina deve mantenere il suo ruolo di strumento anti-russo» e, comunque, quando sorgono difficoltà nei rapporti tra Kiev e Washington, Zelenskij si rivolge immediatamente agli europei, che lo sostengono.
In fondo, le parole di Travin a proposito dei timori di Trump, si accordano alle osservazioni dell'ex analista e agente del Centro antiterrorismo della CIA John Kiriakou: colui che, specifica PolitNavigator, nel 2007 denunciò il programma di tortura della CIA e divenne il sesto informatore perseguitato dall'amministrazione Obama. Dunque, afferma Kiriakou, nonostante i tentativi di Trump di migliorare le relazioni con la Russia, l'intelligence americana continuerà ad assistere l'Ucraina. Alla domanda su come sia possibile che gli USA acquistino prodotti petroliferi dalla Russia, mentre la CIA continua a insegnare agli ucraini come distruggere le infrastrutture russe e uccidere i russi, l'ex agente risponde che le sanzioni sono una «cattiva idea, a prescindere dall'obiettivo. Potremmo chiedere ai cubani cosa ne pensino delle sanzioni. Ci direbbero tutto quello che vogliamo sapere. Potremmo chiedere agli iraniani cosa ne pensino delle sanzioni. Non funzionano». Oggi però, incalza l'intervistatore, l'ex giudice della Corte Suprema del New Jersey Andrew Napolitano, c'è un presidente che almeno fa un passo nella giusta direzione e non dovrebbero esserci sanzioni contro l'energia russa. A quanto pare, però, insiste Kiriakou, la CIA non ha ricevuto il messaggio e, finché non le verrà ordinato di smettere, continuerà ad aiutare Kiev ad attaccare le infrastrutture russe, in particolare quelle energetiche. Naplitano ha allora chiesto a un altro ex analista della CIA, Larry Johnson, se Trump controlli la CIA e la risposta è che «Trump potrebbe controllare la CIA, se fosse intelligente. Trump dà un ordine: “Non voglio che trasmettiate informazioni di intelligence all'Ucraina” e la CIA risponde: “Sì, signore”». Trump, purtroppo, non ha detto che non possiamo trasmetterle agli inglesi, che a loro volta possono inoltrarle. Trump, dice Johnson, dovrebbe «dire: "John Ratcliffe, voglio che entro 24 ore l'Ucraina non riceva alcuna informazione di intelligence americana, da nessuna fonte e voglio che questo venga fatto entro 24 ore". Dopo 24 ore, Trump lo convoca e gli dice: "Non hai fatto quello che ti ho detto. Sei licenziato"... un presidente intelligente avrebbe potuto controllare la situazione, ma noi non abbiamo un presidente intelligente. E non è solo Trump a essere un idiota. Obama, Bush, Clinton, George H.W. Bush».
Beh: idioti, ma molto pericolosi; come lo sono del resto i banchieri e gli azzeccagarbugli che siedono ai vertici delle cancellerie belliciste europee.



