COME ISRAELE STA ERODENDO LA VITA PALESTINESE IN CISGIORDANIA
di Abdaljawad Omar (Mondoweiss, 13 febbraio 2026)*
In Cisgiordania è in atto una trasformazione silenziosa. Non assume la forma spettacolare di violenza che ha dominato il ciclo globale delle notizie riguardanti Gaza, ma è più metodica, più duratura e più difficile da interrompere.
Si sviluppa attraverso tre processi apparentemente scollegati: la guerra finanziaria contro la vita economica palestinese, il terrore dei coloni sostenuto dallo stato e la legalizzazione dell’annessione. Ciò che lega questi processi non è soltanto il fatto che avvengono contemporaneamente nello stesso territorio, ma la loro architettura condivisa: sono costitutivi di un regime di compressione che non distrugge apertamente la vita palestinese, ma la soffoca sistematicamente.
Ciascun meccanismo opera su un registro diverso - uno attraverso la liquidità, uno attraverso la violenza, uno attraverso il diritto - ma tutti convergono verso il medesimo obiettivo: comprimere lo spazio vitale per i palestinesi.
Tutto questo si consuma in sordina, mentre il mondo sembra distogliere lo sguardo dalla Palestina. I movimenti globali, in fondo, erano stati chiamati a raccolta dall'orrore dei massacri quotidiani, eppure in Cisgiordania, in superficie, tutto appare immutato. Il passaggio quotidiano attraverso i checkpoint si è ormai cristallizzato in un rituale. Oltre 42.000 rifugiati palestinesi provenienti dai campi di Jenin e Tulkarem restano sfollati, sospesi in una tensione che rifiuta ogni soluzione.
Man mano che i massacri a Gaza cambiano forma e perdono la loro portata più spettacolare, i movimenti di protesta perdono slancio e la solidarietà rivela la propria dipendenza dal sangue e dalla catastrofe. Quando l'orrore si fa meno televisivo, l'attenzione si disperde: un cupo riflesso dello stato in cui versa l'economia globale dell'attenzione.
Questo ciclo inesorabile ha fatto ben più che prosciugare l'attenzione: sta preparando il terreno affinché altre violenze possano consumarsi inosservate in Cisgiordania.
È in questo modo che il regime di compressione israeliano continua a erodere le condizioni stesse dell'esistenza palestinese.
Blocchi finanziari
La Cisgiordania sta affrontando una grave crisi bancaria e di liquidità innescata dalle annose restrizioni israeliane sul cambio di valuta previste dal Protocollo di Parigi del 1994. Per quasi tre decenni, Israele ha imposto un tetto informale alla conversione annuale di shekel (NIS) da parte delle banche palestinesi pari a 18 miliardi di NIS, una cifra che non è andata di pari passo con la crescita economica palestinese. Il risultato è che le banche palestinesi hanno accumulato grandi eccedenze di shekel israeliani che non riescono a convertire in valute estere, come dollari statunitensi o dinari giordani. Nel maggio del 2024, l'Autorità Monetaria Palestinese ha bloccato l'accettazione di ulteriori shekel da parte delle banche, causando disagi diffusi: i cittadini hanno avuto difficoltà a depositare assegni, le imprese non sono riuscite a versare i ricavi e alcuni residenti sono stati spinti allo scoperto bancario.
La carenza di valuta convertibile ha inoltre alimentato un mercato nero in cui gli shekel vengono scambiati a tassi nettamente inferiori a quello ufficiale. La crisi è stata aggravata dalla riduzione dell'accesso della manodopera palestinese in Israele a partire dall'ottobre 2023, che ha drasticamente ridotto il flusso di salari che un tempo forniva una fonte costante di valuta estera.
Negli ultimi mesi, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha adottato ulteriori misure che i palestinesi interpretano come tentativi di indebolire ulteriormente il coordinamento economico: si è opposto all'innalzamento del tetto di conversione degli shekel e ha ordinato la revoca di una garanzia bancaria governativa israeliana (una sorta di lettera di “manleva”) che tutela le banche israeliane nelle operazioni con le istituzioni bancarie palestinesi. Sebbene tale revoca non sia ancora formalmente entrata in vigore, essa segnala un mutamento più ampio nella politica israeliana, volto a limitare la cooperazione finanziaria con l’Autorità Palestinese e a creare le condizioni per una crisi prolungata del sistema bancario palestinese.
Tale crisi bancaria indotta rivela non un’anomalia, ma una logica di governo: il blocco come metodo. La minaccia di ritirare le salvaguardie nel sistema di corrispondenza bancaria non è stata una semplice manovra finanziaria; ha smascherato lo strangolamento strutturale insito nell'economia palestinese. Poiché le banche palestinesi dipendono dalle loro controparti israeliane per compensare gli shekel ed elaborare le transazioni transfrontaliere, l'intero sistema monetario rimane mediato dall'esterno. Il rifiuto di assorbire gli shekel in eccedenza, il congelamento o il ritardo dei meccanismi di compensazione e la minaccia periodica di recidere i legami bancari garantiti formano, nel loro insieme, un regime di interruzione controllata. Come i checkpoint fisici, questo sistema istituisce checkpoint finanziari.
Il blocco agisce strozzando la circolazione di valuta, liquidità e credito, finché la vita economica non rallenta fino all'orlo dell'asfissia. Non si tratta di un collasso nel senso drammatico del termine, ma di qualcosa di più calcolato. I sistemi finanziari si reggono sulla fiducia: l'aspettativa che i depositi siano al sicuro, che la liquidità sia disponibile, che i canali di corrispondenza restino aperti. Minacciando ripetutamente di porre fine alle tutele e di interrompere i processi di compensazione, Israele inietta incertezza nella linfa vitale della finanza palestinese. Le banche continuano a operare, ma sotto perenne ricatto. I correntisti restano, ma con un'ansia crescente. L'Autorità Monetaria Palestinese offre rassicurazioni, ma la rassicurazione stessa diventa parte integrante del ciclo di gestione della crisi.
Il blocco produce così una precarietà cronica, anziché un'implosione immediata. Svuota le istituzioni dall'interno, erodendo la fiducia pur mantenendo una facciata di normalità. Come strategia coloniale d'insediamento, il blocco precede la demolizione. Ne prepara il terreno. Il settore bancario palestinese - un tempo descritto come un pilastro di relativa stabilità - diventa il luogo in cui l'assenza di sovranità si avverte nel modo più acuto.
La capacità di restringere la circolazione trasforma la dipendenza economica in arma di ricatto politico. Il blocco è il primo movimento in una sequenza volta a smantellare il mondo palestinese: non solo attraverso una distruzione spettacolare, ma chiudendo silenziosamente i canali attraverso cui quel mondo si sostiene. Spinge i palestinesi - commercianti, mercanti, imprese e lavoratori indistintamente - verso il baratro, dove la vita economica si restringe alla mera sopravvivenza e il limite estremo diventa non un'eccezione, ma una condizione endemica.
Il terrore dei coloni
Ciò che è iniziato con i passi solitari di un colono sceso dall’avamposto agricolo di Nahal Adasha verso Khirbet al-Halawa si è trasformato in uno spettacolo coordinato di dominio lungo Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania. Dopo un alterco con i residenti, il colono ha chiamato rinforzi; ne sono arrivati a dozzine, alcuni armati, presto affiancati da soldati israeliani. Per ore, secondo testimoni palestinesi, i coloni hanno picchiato i residenti, rubato decine e decine di pecore, dato alle fiamme proprietà e riserve di legna da ardere, infranto finestre e spruzzato spray urticante nelle case. Gli uomini sono stati fermati e costretti a sedersi a terra, donne e bambini aggrediti, le ambulanze ostacolate.
Nella vicina Khirbet al-Fakhit, un uomo di 48 anni è stato ricoverato in ospedale riportando frattura cranica ed emorragia cerebrale, mentre l’anziana madre al suo fianco è rimasta ferita. Con il calare della notte le pecore sono state condotte verso avamposti e colonie e la violenza si è estesa da un villaggio all'altro in quella che i residenti hanno descritto come un'incursione premeditata.
Durante gran parte delle sei ore in cui si è consumato l'episodio, le forze israeliane erano presenti. Gli abitanti dei villaggi raccontano di soldati rimasti a guardare mentre il bestiame veniva sottratto e, a tratti, impegnati a limitare i movimenti dei soccorritori che tentavano di raggiungere i feriti. Due donne palestinesi sono state arrestate senza accuse specifiche e in seguito rilasciate. Ciò che i palestinesi hanno vissuto non è stata una semplice violenza di gruppo, ma una coreografia dell’impunità in cui l’architettura dell’occupazione - avamposti civili, coloni armati e soldati in uniforme - ha agito all'unisono per produrre un'espropriazione in tempo reale.
Questa scena non è una novità. È la grammatica della vita nell’Area C, quel 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano.
In queste distese marginali, l'edilizia palestinese è ridotta al minimo e la loro permanenza è trattata come atto provocatorio. La vita segue i ritmi stagionali: la raccolta delle olive, la cura del gregge, il lento attraversamento delle terre accessibili. Questi non sono spazi vuoti. Sono geografie vissute, sostenute da percorsi di pascolo, sentieri e cure tramandate di generazione in generazione. Eppure, proprio questa loro accessibilità li rende vulnerabili. Sono esposti all'usurpazione e all'intimidazione coreografata, a un regime che interpreta quella mobilità come una rivendicazione.
La violenza è multidirezionale. Il colono da un lato imita gli usi palestinesi e, dall’altro, brucia la terra; riproduce il pascolo mentre massacra il gregge; dà fuoco agli ulivi e lacera il suolo da cui essi traggono la loro ostinata linfa vitale. L’attacco a Masafer Yatta non è stata un’esplosione isolata. Episodi simili sono stati documentati con crescente frequenza in tutta la Cisgiordania dall’ottobre 2023: ad al-Tuwani, dove i coloni hanno impedito agli agricoltori di accedere alle loro terre durante la raccolta delle olive; a Susiya, dove l'espansione degli avamposti ha allontanato le famiglie dai pascoli che utilizzavano da generazioni; a Jinba, dove le designazioni di "zone di tiro" militari sono state utilizzate come arma per facilitare gli sfollamenti. Lo schema è coerente: la violenza crea dati di fatto sul terreno che le misure amministrative provvedono poi a consolidare.
Ma più di ogni altra cosa, il terrore dei coloni è concepito per confinare, demolire e rendere la vita invivibile - per comprimere l'esistenza in recinti sempre più angusti, dove l’esodo inizia ad apparire come l'unico orizzonte rimasto. Ciò che distingue il momento attuale non è l’invenzione di queste tattiche, ma la loro intensificazione e il loro coordinamento.
Il terrore dei coloni è sempre stato un tratto distintivo dell’occupazione, ma ora opera con una sfacciataggine che implica un'approvazione ufficiale. I ministri israeliani celebrano apertamente gli attacchi. Le indagini della polizia sono superficiali o inesistenti. Il messaggio è chiaro: la presenza palestinese è provvisoria, soggetta a revoca attraverso una combinazione di restrizioni legali e intimidazioni fisiche.
Annessione e legalizzazione
Ciò che si è dispiegato non è una drammatica proclamazione di sovranità, ma qualcosa di molto più insidioso: un silenzioso stringersi della morsa. Negli ultimi mesi, il governo israeliano ha promosso una serie di misure che fungono da strumenti di assorbimento territoriale. A gennaio, la Knesset ha approvato una legislazione che legalizza di fatto decine di avamposti coloniali costruiti su terre private palestinesi, concedendo loro retroattivamente uno status ufficiale. La legge consente ai coloni di rivendicare la proprietà di terre che hanno occupato, spesso da anni, affermando che la loro presenza fosse autorizzata, anche quando tale autorizzazione non sussisteva. I proprietari terrieri palestinesi hanno teoricamente diritto a un risarcimento, ma il meccanismo per ottenerlo è farraginoso, richiede di districarsi tra i tribunali israeliani senza alcuna garanzia di successo.
Contemporaneamente, il governo si è mosso per allentare le restrizioni sull'espansione degli insediamenti. I comitati di pianificazione, che un tempo richiedevano il coordinamento con l'Amministrazione Civile - l'organo militare israeliano che governa l'Area C - possono ora approvare le costruzioni più rapidamente. I processi di valutazione ambientale sono stati snelliti. Le perizie archeologiche, che in precedenza ritardavano alcuni progetti, vengono ora accelerate o ignorate. L'effetto cumulativo è la rimozione dell'attrito burocratico che, a volte, aveva rallentato la crescita degli insediamenti. Ciò che prima era graduale diventa accelerato.
Queste misure svuotano inoltre ciò che resta dell'autonomia amministrativa palestinese. L'impianto di Oslo - già fratturato e iniquo - si reggeva sulla finzione di un'autorità delegata in aree designate della Cisgiordania, le cosiddette Aree A e B. Ora, anche quella finzione viene metodicamente smantellata.
Allargandosi i poteri coercitivi israeliani in ambiti un tempo gestiti dalle istituzioni palestinesi - pianificazione, regolamentazione ambientale, patrimonio - l'architettura del già limitato autogoverno collassa su sé stessa. L'Autorità Palestinese non viene affrontata in aperta rottura, ma aggirata, resa irrilevante e silenziosamente soppiantata da un regime di supervisione diretta. Quella che appare come una riforma della governance è, di fatto, la riconfigurazione della sovranità sul campo.
La gravità di questi passi non risiede solo nel loro impatto immediato, ma nella loro ambizione temporale. Questa non è politica di reazione, ma politica come condizione permanente. Cerca di precludere il futuro rimodellando il presente, radicando il controllo israeliano così profondamente nel tessuto legale e amministrativo del territorio da rendere inimmaginabile un'inversione di rotta.
I sostenitori occidentali di Israele possono emettere condanne, ma la macchina del consolidamento procede con flemma procedurale. Ogni aggiustamento normativo, ogni approvazione urbanistica, ogni registrazione catastale trasforma progressivamente lo status quo in qualcosa che il diritto internazionale non ha più il vocabolario per contestare.
La logica della compressione
Il blocco restringe la circolazione economica. Il terrore rende lo spazio fisico pericoloso e incerto. Il diritto preclude i ricorsi legali e l'autonomia amministrativa. La crisi bancaria fa sì che anche chi possiede capitali non possa accedervi in modo affidabile. La violenza dei coloni fa sì che anche chi possiede terra non possa lavorarla in sicurezza. L'annessione legale fa sì che anche chi ha un titolo di proprietà non possa difenderlo.
Tutti questi elementi producono, insieme, una condizione in cui la protezione viene meno e l'esposizione al rischio diventa la norma.
L'obiettivo non è ancora quello di eliminare la popolazione palestinese — un progetto del genere attirerebbe la condanna internazionale e una resistenza organizzata — ma di gestirla sulla soglia della sopravvivenza. I palestinesi restano, ma la loro capacità di riproduzione sociale, economica e politica autonoma continua a contrarsi. Le imprese operano, ma in condizioni che ne impediscono l'espansione. Gli agricoltori coltivano, ma su appezzamenti sempre più piccoli. Le istituzioni funzionano, ma senza le risorse o l'autorità per servire efficacemente la propria popolazione. La vita continua, ma in corridoi sempre più stretti.
Ciò che rende questo regime particolarmente efficace è la diluizione della responsabilità. Nessun singolo attore è interamente responsabile. La banca cita la conformità normativa. Il colono invoca l’autodifesa o un diritto biblico. Il comitato urbanistico si appella ai regolamenti di zonizzazione. Il soldato segue ordini. Ogni decisione appare difendibile nel proprio ambito. Eppure, il modello complessivo, invisibile a livello delle singole azioni, diventa leggibile nel suo insieme. Ciò che appare come attrito burocratico, imperativo di sicurezza o rischio di mercato si rivela, nel tempo, come una costrizione organizzata.
La realtà esperienziale per coloro che sono sottoposti a questo regime è quella di un adattamento cronico. Il commerciante di Ramallah che un tempo faceva piani a cinque anni ora calcola a trimestri, incerto se la sua banca onorerà i prelievi di denaro o se nuove restrizioni recideranno la sua catena di approvvigionamento. Il pastore di Masafer Yatta, che un tempo faceva pascolare il gregge su colline che la sua famiglia curava da generazioni, ora lo confina in valli a portata di vista dal villaggio, mentre i suoi figli imparano a esser cauti prima ancora di esser fiduciosi. Il pianificatore urbano di Betlemme, che un tempo progettava espansioni, passa ora il suo tempo a destreggiarsi tra permessi respinti e ordini di demolizione, riducendo la sua formazione professionale a mera gestione della crisi. Il tempo diventa reattivo anziché proiettivo. La pianificazione non si estende oltre il prossimo permesso.
Questa logica non è un'esclusiva della Cisgiordania. In geografie disparate, incontriamo modelli simili: il ridimensionamento dei diritti, la contrazione dei beni pubblici, il restringimento delle possibilità politiche, la normalizzazione dell'emergenza come struttura. A Gaza, il blocco ha funzionato per quasi due decenni come un laboratorio di logoramento controllato, mantenendo una popolazione al di sopra della soglia della catastrofe umanitaria, impedendone al contempo lo sviluppo economico o l'autonomia politica. E con la distruzione di Gaza, la vita viene rimpicciolita in spazi più ristretti e in un apporto calorico razionato.
La politica dello shock e l'attrito burocratico non sono opposti; sono ritmi complementari all'interno di un unico ordine. Lo spettacolo destabilizza la percezione, annunciando trasformazioni e rotture, mentre le misure amministrative ricalibrano silenziosamente ciò che viene concesso di vivere. Il blitz esecutivo dell'amministrazione Trump - ordini emessi in rapida successione, politiche revocate e ripristinate, norme insieme violate e difese - genera disorientamento. L'attenzione si disperde. Ciò che ieri sembrava oltraggioso diventa oggi lo sfondo operativo. Nel frattempo, il lavoro meno visibile procede: si riscrivono regolamenti, si rimodellano i tribunali, si amplia la discrezionalità delle forze dell'ordine. Il fattore spettacolare e quello procedurale collaborano: il primo esaurisce la capacità di indignazione, il secondo incorpora la restrizione nell'architettura istituzionale.
Ciò che si sta costruendo, dunque, non è una crisi temporanea, ma una condizione duratura. Il blocco bancario in Cisgiordania non è concepito per essere risolto, ma per essere gestito. La violenza dei coloni non è un'aberrazione da correggere, ma viene modulata. L'annessione legale non è una deviazione dalle norme internazionali, ma è ormai parte della nuova normalità.
La questione non è se questi processi si intensificheranno - si stanno già intensificando - ma se coloro che vi sono sottoposti riconosceranno questo schema in tempo per interromperlo; se l'attenzione globale potrà essere mantenuta viva in assenza di violenze spettacolari; se la solidarietà riuscirà a indirizzarsi contro il lento e logorante processo di compressione con la stessa fierezza con cui un tempo rispondeva allo shock improvviso dei massacri.
Per ora, la logica della compressione procede con la sicurezza di un progetto che ha calcolato i limiti della resistenza. Scommette sul fatto che popolazioni mantenute al di sotto della soglia di rottura si adatteranno invece di ribellarsi, che si esauriranno nel tentativo di destreggiarsi invece di organizzarsi per il cambiamento.
Se questa scommessa reggerà non dipenderà dall'ingegnosità dei meccanismi - che vengono già attuati - ma dalla capacità di chi vi è sottoposto di rifiutarne le condizioni, di trovare proprio in quella condizione di compressione le basi per un rifiuto collettivo.
*D’intesa con l’autore, curato e tradotto da Pasquale Liguori

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